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I giudici di pace contro il governo

Autore: . Data: martedì, 29 settembre 2009Commenti (0)

Presa di posizione in difesa dei colleghi che hanno inviato alla Consulta il reato di immigrazione.

giudice-di-paceI giudici di pace dicono ‘no’ alla strumentalizzazione politica da parte di alcuni esponenti del governo e condividono la decisione di alcuni magistrati nel rivolgersi alla Corte Costituzionale perchè se ne verificgi la legittimità.

L’Unione nazionale dei giudici di pace (Ugipa) “rifiuta ogni forma di strumentalizzazione politica delle decisioni assunte dai valenti colleghi, qualunque sia stato il loro contenuto, nel rispetto dell’indipendenza della funzione giurisdizionale, potere fondamentale dello Stato e cardine di qualsiasi ordinamento civile e democratico”.

“In tal senso, l’Unione – prosegue la nota – si associa ai rilievi dell’Associazione Nazionale Magistrati sull’esorbitanza di recenti dichiarazioni stampa da parte di organi del governo, rivendicando in capo al Consiglio superiore della magistratura ogni esclusiva prerogativa in materia disciplinare”.

“L’interpretazione della legge – rileva l’Ugipa – è un atto tipico di competenza del magistrato, sindacabile presso le competenti sedi giudiziarie” e il ministro della Giustizia “non ha nessun potere direttivo e disciplinare sui giudici di pace, come previsto in modo chiaro e lineare dalla legge”.

Inoltre l’Ugipa ricorda di avere, “in tempi non sospetti, manifestato dubbi sulla costituzionalità ed effettività di alcune norme del pacchetto sicurezza”.

“L’attuale situazione di incertezza interpretativa – prosegue l’Unione – è esclusivamente determinata dall’oggettiva difficoltà applicativa delle nuove norme, che hanno introdotto una fattispecie penale senza armonizzarla con le disposizioni contenute nel Testo Unico sui cittadini extracomunitari, con una irragionevole sovrapposizione di procedimenti penali ed amministrativi”.

Infine, i giudici di pace fanno presente la carenza di mezzi con la quale operano, i tempi ristretti per la celebrazione del processo, la circostanza di essere “privi dei più elementari diritti costituzionali in materia di lavoro, previdenza e garanzie di indipendenza”.

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