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Fini ha messo l’elmetto

Autore: . Data: venerdì, 11 settembre 2009Commenti (0)

Il presidente della Camera ha dichiarato guerra alla Lega e avvertito Berlusconi. Si apre la battaglia finale nel Pdl.

berlusconi_e_finiGianfranco Fini, presidente della Camera, aprendo ieri il suo intervento alla scuola di formazione del partito, ha esordito: “Non è degno il dibattito in un partito con questo stillicidio di dichiarazioni basate su tre ipotesi: che sono folle, che sono un ‘compagno travestito’ e che aspiro a fare il capo dello stato”.

Sgombrato in quattro e quattr’otto il campo da equivoci, l’ex segretario di An ha aggiunto: “Come vedete non ho uno scolapasta in testa e non l’ho mai avuto e quindi non posso essere liquidato come un mattarello che ogni tanto dice quello che gli passa per la testa. Lo dico con simpatia ad Umberto Bossi”, non nascondendo il bersaglio della sua battuta.

Quindi la ‘coscienza critica’ del Pdl o forse il nuovo leader italiano della ‘destra liberal-europea’, si è rivolto al premier: “Ieri a Berlusconi ho detto che dal 27 marzo non si è deciso nulla ed il punto è proprio questo: non è possibile che non si sia deciso nulla, il partito non è un organigramma. Serve un cambio di marcia, un dibattito interno”.

E’ chiaro che Fini non ama il modo di pensare del Cavaliere e la sua insofferenza verso qualunque critica: “Parlare di democrazia interna – ha spiegato – non significa minare la leadership o fare atto di lesa maestà”.

La politica italiana è piena di labirinti, viali e vialetti che non portano da nessuna parte, ma che debbono esser percorsi prima di arrivare al punto di arrivo. Cosi il presidente della Camera ha ‘dovuto’ rivolgersi con benevolenza ai coordinatori Bondi, La Russa e Verdini, ai quali ha detto: “Siete bravissimi”. Poi ha potuto finalmente affrontare la verità: il problema “è che non si può concepire un partito del 35-40 per cento come un organigramma ed è impossibile un partito che non decide nulla”.

Entando nel merito delle cose Fini ha affermato: “Bisogna smetterla di mortificare le proposte. Dire di dare il voto agli immigrati alle elezioni amministrative non è cattocomunista. In alcuni Paesi europei è già in vigore”. Si è trattato della seconda staffilata contro la Lega, eplicita e rivolta al bersaglio grosso, poichè Bossi e compagni vedono come il fumo negli occhi una possibilità del genere.

Sempre contro la Lega ha insistito: “L’ipotesi di un medico che avesse potuto denunciare un clandestino che si recava per avere delle cure in ospedale, idea contenuta nel pacchetto sicurezza, è una cosa strampalata”. Il tema migranti, scelto accuratamente, gli ha quindi permesso di insistere: “Quando vengono respinti dei clandestini si fa bene, ma se su un barcone c’è un bambino o una donna incinta che sta per partorire e magari viene rimandata in un Paese dove c’è un dittatore che la manda a morte, la sussistenza del diritto d’asilo la pretendo da un Paese civile” e qui il riferimento era senza ombra di dubbio a Maroni e alla sua strategia della deportazione.

Dopo aver affrontato la ‘pratica Lega’, Fini è passato a Berlusconi. “Il Pdl è l’epicentro del governo e deve avere coerenza fra quel che dice e quel che fa” ha annunciato, facendo riferimento a quello che aveva detto il presidente del Consiglio in Tunisia a proposito dell’integrazione degli immigrati. Per le decisioni di carattere  economico ha avvertito: “Il Pdl è un partito nazionale, non può avere la testa al nord o al sud ed è per questo che dobbiamo discutere la questione meridionale”.

Il presidente della Camera, quindi, ha ripreso per un po’ a vagare per i vialetti del nulla, elogiando il lavoro dei ministri Sacconi e Tremonti, ma poi è venuto ancora una volta al dunque, ricordando che “non c’è stata mai un’occasione per discutere le politiche economiche e sociali del governo”. Come esempio ha sottolineato che “la lotta al mercatismo è un’intuizione geniale, ma poi bisogna tradurla” e “non credo che l’ultima Finanziaria sia stata un esempio di lotta alle degenerazioni del mercato”.

Smentendo l’ottimismo propagandistico del Cavaliere, sulla crisi Fini ha sottolineato che ha ancora dei riverberi sull’economia italiana, che “ci sono sacche di sofferenza non solo nel Meridione”, ed ha citato ad esempio le difficoltà delle famiglie mono-reddito e degli anziani. “Sono un disfattista – si è chiesto – se fotografo il disagio? Non è negare che si sta uscendo dalla crisi”.

Indicando una linea di smarcamento profondo da Bossi, l’ex capo di An ha chiarito che con la Lega bisogna discutere, avanzare proposte, mediare, ma sottintendendo che il Pdl non deve ‘subire’ la strategia di quel partito, ma anzi è necessario un confronto interno reale ed alla fine si deve imparare anche a “votare”.

Il nuovo baricentro della destra laica ed europea ha, quindi, invitato il Pdl ad uscire dall’immobilismo, dopo quasi sei mesi dalla fondazione ed avvertito: “A Berlusconi dico: attento ai plauditori e cioè a quelli che dicono che va tutto bene e poi, quando Berlusconi non sente, dicono qualcos’altro”.

All’uomo di Arcore, impegnato in un attacco frontale ai giudici che hanno riaperto le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, ha ricordato: “Attenzione, non dobbiamo dare il più lontano sospetto circa l’indisponibilità del Pdl ad accertare la verità sulle stragi. Se ci sono fatti nuovi le indagini vanno riaperte, anche dopo 14 anni. Soprattutto se non c’è nulla da nascondere, come sono sicuro su Forza Italia e Berlusconi”.

Infine, il presidente della Camera ha messo tutte le carte in tavola: “Attenzione a non continuare a declamare la speranza del cambiamento, il cambiamento bisogna costruirlo”. “Il compito di un grande partito – insistito – non deve solo governare il quotidiano, ma deve avere un’ambizione che va al di là. Deve immaginare l’Italia che verrà. Si tratta di cominciare a rendere carne ed ossa il cambiamento, perchè va bene il vento in poppa ma se il cambiamento non si realizza allora dobbiamo stare attenti”. “E per cambiare le cose – ha ribadito – serve andare al cuore dei problemi. E per questo ogni tanto faccio il grillo parlante, per riempire di contenuti questa politica”.

“Non è possibile che il Pdl non parli più delle riforme”, ha proseguito Fini, si tratta di un tema sul quale il centrosinistra “va stanato” perchè “non possiamo ragionare come se fossimo all’opposizione”. “Se Berlusconi dice che il Parlamento è troppo numeroso io sono d’accordo, ma la legge per ridurre il numero dei parlamentari dov’è? Quanto si aspetta a farla?”. “Chiederò – ha aggiunto – come sto facendo privatamente ai gruppi che venga messa all’ordine del giorno la riforma dei regolamenti parlamentari: su questo qual è la posizione del Pdl?”. È importante, ha concluso, che il Pdl “si ponga il problema dell’ultimo anello del federalismo, quello istituzionale”.

Fini ha voluto anche rimarcare la sua posizione ‘laica’ ed allora ha specificato sul biotestamento: “Se un giorno ci sarà modo di discutere, il che vuol dire anche con eventuali emendamenti, con cose non collimanti con il testo del Senato, non ci sarà nulla di male se si metteranno a confronto delle posizioni, magari anche votando: sarà un momento in cui il Pdl non avrà fatto un passo indietro ma un passo in avanti o forse il primo momento in cui si sarà comportato da partito del 35-40 per cento dei voti”.

E per non lasciar dubbi sulla sua ‘autonomia’ da Berlusconi e Bossi ha scandito: “Io mi prendo il lusso di dire le mie idee e continuerò a farlo per una ragione semplicissima: è nella natura di un partito come il nostro discutere. Chi si aspettava il pensiero unico sbagliava”.

Le reazioni erano prevedibili. Verdini, lodato per ‘educazione’, ha replicato: “Non voglio un premio, ma nemmeno un cazziatone”, sostenendo che fino ad ora i dirigenti del partito non hanno “giocato a carte”.

Sul fronte della Lega l’irritazione prevedibile è stata epressa da Roberto Castelli, viceministro delle Infrastrutture: “Leggo che il presidente Fini dichiara che in materia di immigrazione ‘pretende’ alcune cose. Gli ricordo sommessamente che nè in democrazia nè tanto meno quando si è alleati con altri partiti si può pretendere alcunchè “. Poi il leghista ha concluso: “In democrazia e in alleanza ci si confronta e poi si trova una soluzione, tenendo comunque presente che è piuttosto irrituale che il presidente della Camera metta in discussione l’azione di governo”.

La leadership di Berlusconi è sempre più  precaria, nonostante l’Uomo di Arcore abbia raggiunto vette irragiungibili di autocompiacimento, dicendo ieri “Togliermi dal governo? Sono il recordman come presidente del Consiglio, visto che ho superato il grande politico Alcide De Gasperi che ha governato 2.497 giorni mentre io credo di aver toccato i 2.500 giorni”. “Io credo sinceramente – ha affermato senza alcun imbarazzo – di essere stato e di essere di gran lunga il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere nei 150 della sua storia. Lo dico sulla base di ciò che faccio e ho fatto ed è per questo, credo, che ho il 68,4 per cento di fiducia e ammirazione”.

Il conto alla rovescia potrebbe essere cominciato, ma nessuno è in grado di dire cosà accadrà. In tutto questo caos l’opposizione non c’è più.

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