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AnnoZero e l’avvilente spettacolo della Rai

Autore: barbera. Data: giovedì, 24 settembre 2009Commenti (0)

Le discussioni su Travaglio nascondono problemi ben più gravi.

santoroStasera dovrebbe andare in onda il programma ‘apolide’ di Michele Santoro, ‘AnnoZero’. Apolide perchè senza passporto e nazionalità, non deciso dalla direzione della rete che lo trasmette, Raidue, ma imposto da un tribunale alla Rai e ‘smistato’ dal Cda dell’azienda pubblica in quello che un tempo si chiamava ‘secondo canale’ per opportunità politiche, editoriali e tecniche sulle quali è meglio non investigare perchè ci sarebbe da avvilirsi subito.

L’analisi di una trasmissione televisiva non può per sua natura essere oggettiva. I gusti, le sensibilità individuali, gli intersessi non possono essere ricondotti ad un modello unico, valido per tutti. Tuttavia, è indiscutibile che ‘AnnoZero’ non sia un esempio di ‘televisione di indagine’, ovvero un prodotto informativo che cerca al di sotto della superficie e si assume il ruolo non di condannare ‘per tesi’, ma di denunciare ‘con fatti’ quello che di volta in volta sembra produrre danni alla società civile ed ai singoli cittadini.

In pieno stile ‘nazionale’ Santoro segue una visione propria della realtà e su quella visione sviluppa i temi, prefigurando le risposte. Anche se ai fan del programma non piacerà, ‘AnnoZero’ si distingue da ‘Porta a Porta’ solo per collocazione politica. Sia Vespa che Santoro (come d’altra parte quasi tutti gli altri protagonisti italiani del piccolo schermo) sono i rappresentanti del giornalismo pre-venuto, quello che si muove lungo la strada della interpretazione dei fatti e non all’interno dei fatti in quanto tali.

Nel pantano lottizzato della Rai, nel quale i ‘dipendenti’ sono sempre o quasi ‘in quota’ a qualche partito, negli ultimi mesi si è accentuata a dismisura la pressione govenativa. Sin dal suo esordio il governo Berlusconi ha mostrato tratti autoritari e la costruzione del regime ormai passa per i mass media, non più dagli stadi trasformati in campi di concentramento. Al Cavaliere non piace essere contraddetto ed allora i suoi seguaci, più realisti del re, hanno pensato bene di sgombrare il campo da equivoci e di radere al suolo anche la vecchia abitudine consociativa con la quale in Rai si ‘percentualizzava’ lo strapotere dei partiti dando spazi conseguenti a tutti.

Adesso il piano è quello di far gradualmente sparire le voci del ‘dissenso’ , tra le quali senza ombra di dubbio ci sono Santoro, Travaglio, Vauro ed altri. E’ finita anche l’epoca delle riserve indiane, dell’antica ‘Telekabul’, nelle quali si offriva uno strapuntino ai lottizzati della minoranza perchè facessero il loro lavoro in favore della ‘quota’ che rappresentavano.

L’apolide ‘AnnoZero’ non sfugge al principio dello schierarsi ‘a priori’, perchè nel macrosistema informativo è collocabile tra gli antiberlusconiani (non tra i neutrali come dovrebbe essere per i giornalisti) ed ha anche la sfortuna di andare in onda in una rete ‘ostile’, affidata all’area governativa.

Il direttore di Raidue, Massimo Liofredi, indicato come ‘in quota’ Pdl, è stato per sette anni capostruttura di Raiuno, nominato dirigente in quella rete dall’ex direttore Fabrizio Del Noce, anche lui ‘in quota’ Pdl. Si occupava d pietre miliari della tv, come Domenica in, Lo Zecchino d’oro, la Partita del cuore, di alcuni eventi estivi e diTelethon.

La procedura con la quale è stato scelto per diventare il ‘sovrano’ di Raidue avrebbe dovuto indurlo a non accettare l’incarico, non tanto perchè non appare dignitoso ottenere ruoli per motivi di appartenenza politica, ma per le obiezioni poco lusinghiere fatte da alcuni consiglieri al momento del voto che lo incoronava.

Scrisse allora qualcuno che Liofredi “rappresenta il male minore” attribuendo la frase al presidente Galimberti, il quale avrebbe anche aggiunto; “Gli altri candidati erano più inadeguati”. I consiglieri della Lega e quelli del centro sinistra, Nino Rizzo Nervo e Van Straten, raccontano le cronache dell’epoca, giudicavano la sua promozione “inadeguata” e “mortificante”, arrivando a criticare Garimberti per averla sottoscritta. “Ha fatto molto male”, affermò Van Straten. Ma il presidente insistette: “In questi due tormentati mesi di discussione, erano state proposte candidature professionalmente assai più inadeguate”.

Insomma, nella stanza dei bottoni Liofredi ci è andato sapendo che alcuni pensavano di lui che fosse il meno ‘ciuccio’ e non il ‘più bravo’.

Il direttore ‘meno peggio’ al quale è affidato il compito di scegliere il personale dei suoi programmi, com’è noto non ha voluto prendersi la responsablità di assumere Travaglio, passando la patata bollente al direttore generale, Mario Masi.

Anche lui, ovvimente è in quota Pdl. Il lettore potrebbe supporre che per nominare il capo esecutivo di una azienda da quasi diecimila dipendenti si sia scelto un esperto dirigente di imprese della comunicazione, con anni di esperienza alle spalle.

Masi nel 1977 si è laureato in giurisprudenza e subito dopo ha ottenuto un diploma di “tecnico della programmazione economica”, fatto un corso alla Bocconi in “Gestione e controllo dell’attività bancaria” e partecipato ad un master a Washington in “Tecnica e analisi economica” alll’IMF Institute, una istituzione legata al Fondo monetario internazionale.

Il futuro direttore generale, nonostante tutte queste specializzazioni potrebbero far pensare ad anni ed anni di studio,  già dodici mesi dopo la laurea era alla Banca d’Italia e dieci annni dopo ha cominciato a collaborare con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, prima come consigliere per la comunicazione economica, poi come direttore dell’ufficio stampa.

Da allora ha navigato per i perigliosi mari del Palazzo, fino a diventare Segretario generale della Presidenza del Consiglio e Capo di Gabinetto del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri durante i governi Berlusconi II e Berlusconi III.

Quando in tutta la sua carriera abbia imparato a gestire un’azienda radiotelevisiva non è noto, mentre è certo che da un ufficio distante qualche centinaio di metri da quello del Cavaliere si è traferito direttamente al settimo piano di Viale Mazzini 14, la sede della direzione generale della Rai.

Masi è preoccupato: per ‘AnnoZero’, di Santoro ed in particolare a causa degli interventi di Travaglio. In realtà l’uomo è anche un ‘innovatore’, perchè forse per prima volta nella storia del servizio pubblico ha sospeso la messa in onda di un programma di informazione su una rete per lasciar spazio ad una trasmissione dello stesso genere alla quale partecipava il presidente del Consiglio.

Il direttore generale non ha voluto, però, neppure lui rifiutare il contratto a Travaglio ed allora ha pensato bene di chiedere ‘consiglio’ all’Agcom. Cos’è questo ente? Si tratta di una Autorità che svolge una funzione attiva di controllo dell’intero mercato delle comunicazioni, intervenendo laddove non si siano rispettati i principi di pluralismo, promozione della concorrenza, garanzia di un’informazione imparziale, completa, obiettiva e di qualità.

Anche in questo caso il più ingenuo dei lettori si domanderà quando i membri dell’Agcom guardano la tv, poichè le garanzie che l’Autorità dovrebbe far rispettare sono da anni latitanti dal piccolo schermo, pubblico e privato, italiano. Inoltre, appare singolare che un’azienda chieda ‘pareri’ a terzi per decidere se contrattualizzare qualcuno. Verò è che Travaglio è stato ‘ammonito’ dall’Agcom in passato, ma volendo fare un paragone calcistico, si è mai visto l’allenatore di una squadra chiedere all’associazione degli arbitri se può far scendere in campo un giocatore che ha già ricevuto un cartellino giallo per evitare il rischio di vedersi recapitare una squalifica?

Ieri Masi ha chiarito: “Non è in discussione che ‘AnnoZero’ vada in onda, è in corso solo un approfondimento su un collaboratore esterno di una trasmissione che ha avuto tutto quello che ha chiesto” e sul caso Travaglio ha aggiunto: “Con Agcom c’è un fitto scambio in corso, ho mandato tutta la documentazione rilevante e l’autorità dovrà rispondere a nostro giudizio c’è una diffida in capo alla Rai del febbraio scorso”.

Ambienti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (in gergo giornalistico significa un dirigente, ma in modo anonimo) hanno però fatto trapelare che nessun intervento c’è stato da parte dello stesso organismo di garanzia in ordine al nuovo ciclo della trasmissione ‘AnnoZero’ e che nessuna interlocuzione è in corso tra l’Autorità e la Rai a tal proposito. È stata preannunciata dalla Rai – ha sottolineato la fonte – una richiesta di chiarimenti che, come da prassi, gli uffici competenti esamineranno non appena perverrà.

Insomma chi dice il vero? Masi o la ‘gola profonda’ dell’Agcom? Fatto sta che non c’è stato alcun incontro.

Masi, poi, affrontando la sua scelta ‘innovativa’  ha dichiarato: “La decisione di mandare in onda lo speciale ‘Porta a Porta’ sulla riconsegna delle case in Abruzzo è legata ad un discorso di continuità editoriale avendo il programma seguito l’evento sia la sera del terremoto sia un mese dopo per il bilancio. Quando va in onda sulla rete ammiraglia un programma di informazione c’è la riprogrammazione, non è un evento eccezionale” per concludere: ” Non c’è nessuna volontà di censurare o colpire la libertà di stampa o i palinsesti decisi da altri direttori di rete”. Un particolare: le ‘casette’ di Onna celebrate dalla “rete ammiraglia” nulla avevano a che fare con il governo, Berlusconi o la Protezione civile, ma erano state comperate coi soldi della Croce rossa ed allestite dalla Provincia di Trento, per cui forse con Vespa quella sera avrebbe dovuto esserci il presidente Dellai e non il premier, ma questo forse è un particolare irrilevante per il direttore generale della Rai.

Infine, Masi ha fatto anche sfoggio delle sue conoscenze sugli usi e costumi televisivi nel mondo: “Approfitto di questa occasione per fare una riflessione: il servizio pubblico deve essere un servizio plurale, deve rispettare la pluralità dei cittadini. Nel corso della mia vita professionale, osservando la situazione sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna, non ho mai visto che reti del servizio pubblico facciano programmi contro. Le inchieste si devono fare trasparenti e secondo le regole. Non si fanno trasmissioni politiche”.

Al lettore sarà utile sapere che negli Usa esiste la Pbs, una televisione pubblica che raccoglie 349 stazioni televisive di medio piccole dimensioni e finanziata in gran parte dalla Corporation for Public Broadcasting, società creata dal Congresso degli Stati Uniti. Rispetto a Cnn, Abc, Cbs, Nbc la Pbs è una piccola struttura di qualità, nella quale non sono rari i documentari di denuncia, spesso politica. La rete non subisce le ingerenze del governo, che non ha modo per imporre nomine, dirigenti, programmi.

Per il Regno Unito c’è la Bbc, famosa da decenni per l’altissima qualità dei suoi programmi. Masi ha dimenticato, parlandone, di un avvenimento di alcuni anni fa. Nel 2004 la commissione Hutton “assolse” in un processo l’allora premier Tony Blair dalle accuse mossegli dalla rete televisiva pubblica. La tv aveva scatenato una campagna detta “Kellygate”, nella quale si sosteneva che Downing Street aveva gonfiato il dossier dei servizi segreti sulle armi di distruzione di massa irachene. Cosa in seguito rivelatasi vera.

Dopo la decisione Hutton, mentre tutto il Paese protestava contro Blair, Greg Dyke, il direttore della rete si dimise ed i suoi collaboratori comprarono una pagina sul Daily Telegraph per esprimere il loro sostegno al loro ex capo. Scrissero i giornalisti della Bbc nell’inserzione dal titolo “L’indipendenza della Bbc”: “Greg Dyke era il prototipo del giornalismo coraggioso, indipendente e rigoroso della Bbc, che non teme la ricerca della verità”.

Masi, probabilmente, deve essersi confuso con la tv russa o con quella d qualche repubblica delle banane parlando di Inghilterra e Stati Uniti.

Intanto, mentre si attende che l’Agcom verifichi se l’affolamento pubbicitario nei programmi televisivi rispetti le percentuali fissate dalla legge, rimane aperto il dilemma di Masi e Liofredi, bloccati dall’intricatissimo caso Santoro-Travaglio.

Il conduttore ha comunque deciso di chiamare lo scomodo collaboratore in veste di ‘ospite’, per cui nella realtà dei fatti stasera non dovrebbe cambiare nulla. Neppure lo schema del programma, che si occuperà dei “farabutti”, ovvero di quelli che secondo Berlusconi occupano i media nazionali.

La situazione nel suo complesso è drammatica. Un’azienda lottizzata che ostacola un contratto per un giornalista che stasera in un programma dirà quello che tutti i telespettatori sintonizzati sanno già: ovvero che Berlusconi è un pericolo. Tra gli altri ospiti potrebbero esserci l’avvocato Ghedini e il direttore dell’Unità, Concita De Gregorio (o loro omologhi), che tra loro esporranno tesi ribadite già decine di volte, mentre il conduttore non tradirà le aspettative nutrendo il bisogno di sdegno dei suoi fedelissimi.

Chissà se c’è un bel film stasera, meglio su Sky, almeno ci sarà un finale ‘ignoto’ da aspettare.

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