Anche Confidustria ammette la crisi
Gli imprenditori parlano di 700mila posti di lavoro in meno e smentiscono il governo.
ll Centro Studi di Confindustria ha rivisto le previsioni economiche dello scorso giugno e previsto per il 2009 una variazione del Pil italiano del meno 4,8 per cento, mostrando un lieve miglioramento. Per il 2010 si prevede un più 0,8%.
Secondo l’Ufficio studi lo scenario di ripresa è in gran parte determinato dal riavvio del commercio mondiale: dal profilo trimestrale emerge inoltre che la svolta congiunturale è avvenuta nell’estate 2009, dopo il punto minimo toccato in primavera.
Confindustria stima che il numero degli occupati sia di 700 mila persone senza lavoro tra gli ultimi tre mesi del 2008 e quelli del 2010. Nel dettaglio la ricerca vede 577 mila posti persi nel corso del 2009 e altri 120 mila nel 2010.
Il Centro studi Confindustria stima che dal secondo trimestre del 2009 le imprese abbiano dovuto cominciare a ridurre l’input di lavoro ad un ritmo più alto del calo dell’attività, per spingere la produttività stessa per portarla verso i livelli pre-crisi. Per questo la domanda di lavoro potrà tornare a crescere solo dal secondo semestre del 2010. In questo quadro le ore di Cig sono vicine ai massimi: per Confindustria è ancora prematuro affermare che il ricorso alla Cassa si sia stabilizzato “anche se gli attuali livelli sono superiori ai massimi degli anni ’80 e i dati da maggio a luglio sembrano indicare il raggiungimento del picco”.
Il rischio dello scenario, comunque, è di un “maggiore peggioramento del mercato del lavoro”. Soprattutto per i settori industriali, dove le cadute della produzione sono state molto ampie, il lento e solo parziale recupero dei livelli di attività produrrà ristrutturazioni, “con conseguente distruzione di capacità produttiva e livelli occupazionali più bassi”.
Per gli industriali la ripresa dell’economia italiana si conferma “lenta e lunga e perciò insidiosa” e in cui si profilano ancora anni per recuperare i livelli di produzione toccati nel 2007.
Per il responsabile del centro studi di Confindustria Luca Paolozzi siamo “fuori dalla recessione, ma ancora dentro le conseguenze della crisi”. In alcuni settori, inoltre, il recupero dei livelli di produzione “potrebbe non avvenire mai”. E questo è quello che “stiamo iniziando a leggere tutti i giorni sui giornali”.
L’analisi di Confindustria è che “siamo entrati in una fase diversa della crisi, non meno delicata e densa di incognite per il futuro del sistema produttivo italiano. L’autunno e l’inverno prossimo saranno decisivi per molte imprese, incluse quelle tra le più innovative e dinamiche”.
Per l’associazione degli imprenditori da questa estate si sono manifestati i segnali e le conferme della svolta congiunturale: “germogli di ripresa si sono moltiplicati, e qui e là sono diventati solidi arbusti”, ha detto Paolazzi, sottolineando che nel terzo trimestre dell’anno si sono affacciati i primi segni “di un rimbalzo molto significativo di ordini e produzioni manifatturiere”, che tuttavia è diffuso ma non generalizzato.
I segnali positivi che emergono, seppur migliori delle previsioni, “non chiudono il vuoto di domanda e lasciano ai massimi storici la capacità inutilizzata aprendo così una stagione di ristrutturazioni e aggiustamenti profondi nel tessuto industriale”. Per questo, ha sottolineato Paolazzi, “la crisi non può dirsi superata e la sfida della politica economica è di evitare nell’immediato una ricaduta recessiva e, nel lungo periodo, una perdita irrimediabile di capitale fisico e umano che riduca il già basso potenziale di crescita del Paese”.
Quello che Confindustria non dice è che insieme al crollo della produzione e dell’occupazione un gran numero dei contratti ‘temporanei’, ovvero quello che impegnano i giovani, non sono stati rinnovati o sono stati ridimensionati per la parte economica, abbassando retribuzioni già minime.
Mente il governo insiste nel nascondere la gravità della situazione, sembra che l’informazione non ritenga prioritario rendere chiaro ai cittadini il quadro generale. Le notizie su questi argomenti non sono quasi mai quelle di apertura di tg e giornali e la consapevolezza nel Paese sulla drammaticità della situazione è bassa.
Intanto nessuna misura è stata presa per salvaguardare l’occupazione, per rifondare il sistema delle tutele sociali, per sostituire il sistema di lavoro precario o in nero che umilia e sfrutta decine di migliaia di precari con altre forme di contrattualizzazione più ripettose dei diritti dei lavoratori.


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