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Bocca, la mafia ed i carabinieri

Autore: . Data: venerdì, 14 agosto 2009Commenti (0)

Il giornalista ha affrontato un tema scomodo ed il Palazzo, all’unanimità, lo ha violentemente attaccato.

mafiaIn un articolo per il settimanale ‘L’Espresso’, Bocca ha scritto che in modo diverso il politico Leoluca Orlando, il generale Dalla Chiesa, il mafioso Riina, il testimone CIancimino e tanti altri  “hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l’illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L’essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso”.

Per Bocca numerosi episodi porterebbero a supporre che “una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana (i Carabinieri, ndr) verso la mafia c’è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.

Nell’artico per ‘L’Espresso’ l’ex capo partigiano della ‘Decima Divisione Giustizia e Libertà’ ha concluso: “In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c’è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori. E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?”.

Nel lontano 1968 il regista italiano Damiano Damiani, ispirandosi al romanzo di Leonardo Sciascia, diresse un film che è rimasto un capolavoro del cinema “Il giorno della civetta”. In quell’opera si raccontava di in indagine, condotta in Sicilia dal capitano dell’Arma Bellodi, un settentrionale ed ex partigiano. L’ufficiale riescirà a smaschere il boss Don Mariano Arena, ma alla fine verrà trasferito ed il caso chiuso. Sul ‘neutrale’ Wikipedia si legge: “Nel film risalta in maniera particolare l’atmosfera di omertà esistente nel paese e la corruzione diffusa in tutti gli ambienti: politico, giudiziario, ecclesiastico”.

Il dubbio di Bocca, quindi, non ha toccato un tema nuovo, anche perchè il Capitano Bellodi raccontato da Damiani viene trasferito dai suoi superiori, indotti dal mondo politico colluso con la mafia ad allontanare dalla Sicilia un elemento incotrollabile.

Il Palazzo è insorto contro il giornalista, in un’Italia nella quale ormai aprire dibattiti seri è diventato impossibile e tutto deve essere nascosto sotto la polvere, perchè gli equilibri rimangano immobili, nulla cambi ed il potere possa restare saldamente nelle mani dei soliti noti.

Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini ha dichiarato: “Tutto il Paese si deve stringere in ogni sua componente, maggioranza e opposizione, intorno all’Arma dei Carabinieri nel ricordo dell’alto prezzo pagato per combattere la mafia e la criminalità e nella consapevolezza di ciò che rappresenta per il presente e per il futuro. L’articolo di Giorgio Bocca è infame e ogni altro commento è superfluo”.

Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al senato, ha detto: ”Bocca ha offeso tutti i carabinieri di ieri e di oggi, i trentatrè appartenenti all’Arma uccisi dalla mafia, la memoria del generale Dalla Chiesa, che fu a Corleone, giovane capitano, e a Palermo, prefetto martirizzato da Cosa nostra. Bocca da molti anni dimostra cosa sia l’usura del tempo. Ogni suo articolo è una serie di insulti, in genere diretti a Berlusconi e a tutti noi del Pdl. Ora ha scelto i carabinieri. Si potrebbe entrare nel merito di ogni singola vicenda. Ricordare che non sono certo i Ciancimino padre o figlio la bocca delle verità. Che i carabinieri hanno realizzato i più clamorosi arresti”. Per Gasparri, poi, ”c’è un’altra vergogna: un eroe della lotta alla mafia, il generale Mario Mori, deve ancora subire processi a Palermo, la cui causa, a mio avviso, è proprio da ricercare nell’impegno antimafia dell’Arma”. ”I carabinieri hanno messo le mani su un’altra vicenda – scrive ancora Gasparri – che ha disturbato certi ambienti della magistratura. Anni fa proprio all’Arma un altro pentito, Siino, il geometra di Cosa nostra, affidò accuse contro un magistrato che fu braccio destro di Caselli. La cosa disturbò i soliti noti e causò guai a carabinieri. Di Maggio poteva uccidere per generosità dei suoi protettori di Stato. Siino invece doveva tacere. Se Bocca riuscisse a capire i fatti si renderebbe conto che le cose sono all’opposto di quanto scrive, o meglio, delira. Collusi e complici si trovano in tanti ambienti. Ce ne sono stati tra i politici e anche tra i magistrati. I carabinieri hanno invece le carte in regola. E l’Italia oggi li ringrazia una volta di più. Mentre per Bocca – è la conclusione di Gasparri – facciamo appello ai familiari e prepariamo denunce”.

Il processo cui si riferisce Gasparri contro il generale Mori e il colonnello Mauro Obinu è stato istruito dalla procura di Palermo che li accusa di un reato gravissimo: favoreggiamento verso il boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano.  Il generale è stato il capo del Ros dei carabinieri e del Sisde,  ed oggi dirige l’ufficio sicurezza del comune di Roma. Il colonnello, anche lui del Ros, è un ufficiale di rilievo. Secondo la Procura, Mori e Obinu avrebbero impedito il suo arresto sebbene fossero stati informati dal colonnello Riccio della sua presenza a un summit che si tenne il 31 ottobre del 1995 in località Mezzojuso, trenta chilometri a sud di Palermo.

Durante il processo il colonnello Michele Riccio ha sostenuto: “Tutte le anomalie di cui sono stato testimone mi hanno fatto capire che Provenzano non volevano catturarlo perché aveva un compito ben preciso”. Quindi ha anche affermato: “Il generale Mori mi disse di non citare nel mio rapporto i nomi di tutti i politici, tra questi c’era anche Marcello Dell’Utri: una persona importante, molto vicina ai nostri ambienti. Se lo metto, pensai, succede il finimondo”.

Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del Pdl, ha dichiarato: “Bocca da saggista sta diventando romanziere. Il solo pensare che vi possa essere collusione dei carabinieri con la mafia, infatti, può essere materia di un romanzo costruito sulla pura fantasia, ma non può avere nessun rapporto con la realtà” ed ha concluso: “Da sempre l’Arma dei carabinieri è in prima fila nella lotta contro la mafia, la criminalità organizzata e quella comune. Su questi temi proprio non è il caso di scherzare. Esprimiamo all’Arma la nostra piena solidarietà”.

Cicchitto, è stato iscritto sul registro degli indagati nell’inchiesta su presunte attività di corruzione nella sanità abruzzese. Il reato ipotizzato è quello di ricettazione. Il capogruppo del Pdl alla Camera è stato accusato da Maria Maurizio, moglie separata di Sabatino Aracu, ex coordinatore abruzzese di Forza Italia, indagato nella stessa inchiesta dai magistrati Trifuoggi, Di Florio e Bellelli. Aracu avrebbe versato a Cicchitto centinaia di migliaia di euro provenienti dall’imprenditore della sanità Vincenzo Angelini. In un memoriale Maria Maurizio sostiene che Cicchitto aveva assicurato al suo ex marito il mantenimento dell’incarico di coordinatore regionale del partito. Angelini a un certo punto avrebbe saltato ogni intermediazione, rivolgendosi direttamente a Roma, con un versamento ufficiale e regolare di 500mila euro a Forza Italia.

Ma la volontà di non toccare argomenti ‘caldi’ coinvolgr anche l’opposizione. Il portavoce nazionale dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando, ha detto: “La gratitudine per l’Arma dei Carabinieri e per la Chiesa si esprime anche condannando e non ignorando singole deviazioni” per poi specificare: “Desta certamente stupore nell’articolo di Giorgio Bocca il mancato riferimento a uomini di Chiesa e ad esponenti delle forze dell’ordine che alla mafia si sono coerentemente opposti, pagando anche con la vita il proprio impegno di legalità e di civiltà. Desta, però, non minore stupore, e costituisce mancanza di rispetto per quanti hanno fatto e fanno il proprio dovere, il reagire all’articolo di Giorgio Bocca con una difesa di ufficio tutti e di ciascuno”.

Orlando, in uno slalom molto impegnativo ha insistito: “Giorgio Bocca ha espresso, in maniera chiara e radicale, una verità storica: la mafia in Sicilia si é avvalsa di lacune ed omissioni di uomini di Chiesa e di esponenti delle forze dell’ordine, non soltanto di CarabinierI” per concludere: “Dovremmo forse prendere lezioni dalla Chiesa che, pur avendo espresso coraggiose posizioni sino alla condanna della mafia quale ‘struttura di peccato’, si è astenuta, e speriamo si asterrà, da poco credibili difese di tutti e di ciascuno”. Insomma, un colpo qui, una parata lì, per non deludere nessuno.

Marco Minniti, responsabile Sicurezza del Pd, ha commentato: “Si puo’ discutere di tutto. Si continui come si sta facendo ad indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l’Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell’azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione. Questa consapevolezza per fortuna da molto tempo è patrimonio della coscienza collettiva del nostro Paese”.

In una nota critica verso l’articolo, il Comando Generale dell’Arma ieri ha reso noto: ”Il settimanale ‘L’Espresso’ pubblica oggi un articolo a firma di Giorgio Bocca dal titolo ‘Quanti amici ha Totò Riina’ nel quale si proietta, in modo sconcertante, sui Carabinieri che operano in Sicilia l’ombra della collusione e della pavidità, ombra che il Comando Generale respinge con fermezza e con indignazione. Basterebbe a confutarla la menzione dei 33 caduti per mano della mafia, tra i quali il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sorprendentemente accostato a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri. All’eroica testimonianza dei caduti si affianca – sottolinea la nota – quella delle migliaia di Carabinieri che in Sicilia continuano ad offrire quotidiane prove di abnegazione e di riconosciuta efficienza. Sono i Carabinieri che ieri hanno arrestato lo stesso Riina e oggi hanno stroncato sul nascere il tentativo di riorganizzazione di Cosa Nostra”.

Ad avviso del Comando Generale dell’Arma, quindi, ”sorprendono le ingiustificate accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato. Il Carabiniere è pienamente consapevole del rischio che corre ed e’ invero ‘innaturale’ insinuare che risponda a ‘tacite regole di coesistenza’, perchè obbedisce con coraggio e lealtà unicamente all’imperativo del dovere, per la difesa della legalità e l’affermazione del bene comune. E sulla via di quel dovere muore a Palermo come a Monreale, a Vicenza come a Pagani, a Platì come a Nassyria, a Torre di Palidoro come alle Fosse Ardeatine”.

E’ superfluo ricordare come l’omicidio del generale Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta, Domenico Russo, non ha ancora contorni chiari, perchè nulla si sa delle ‘talpe’ che potrebbero aver collaborato con gli assassini dall’interno delle istituzioni, esattamente come nei casi delle uccisioni dei magistrati Falcone e Borsellino.

Comunque anche il Cocer Carabinieri ha condiviso ed apprezzato il comunicato stampa diffuso dal Comando Generale e, interpretando il sentimento di tutti i Carabinieri, ha espresso “sdegno e sconcerto per il contenuto malevolo ed ingiustificato del pezzo giornalistico che offende in maniera gratuita l’opera di chi, tutti i giorni, rischia la vita per la difesa della legge e dei cittadini”. Lo si legge in una nota del Cocer dell’Arma dei Carabinieri”.

Sull’articolo de ‘L’Espresso’ ha detto la sua anche l’associazione Antimafia duemila. Si legge in un articolo: “Non si può chiudere gli occhi di fronte alla realtà. L’analisi di Giorgio Bocca, al di là della provocazione, mette a fuoco un problema storico e soprattutto attuale. Non possiamo scordarci che nel 1998 all’interno della Commissione parlamentare antimafia venne costituito un Comitato sull’omicidio di Giuseppe Impastato e che due anni dopo venne approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Nella relazione vennero evidenziate le gravi responsabilità di alcuni militari dell’Arma come il Magg. Tito Baldo Honorati, il Magg. Antono Subranni e il M.llo Alfonso Travali. Più recentemente, il processo che ha visto alla sbarra alcuni esponenti dell’arma dei carabinieri per la mancata perquisizione del covo di Riina, anche se concluso con le assoluzioni dei principali imputati, non ha chiarito in virtù di quale “ragion di Stato” sono stati impartiti determinati ordini”.

Il pezzo, a firma della redazione, continua: “Una “ragion di Stato” di cui oggi si intravede l’ombra nel processo, tuttora in corso, che ha come imputati il gen. Mori e il col. Obinu per la mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso (PA) nel 1995. Nell’editoriale di Bocca non vi sono quindi “denunce infamanti”, siamo di fronte a fatti concreti che rilanciano l’esistenza di buchi neri, vere e proprie “trattative” tra Cosa Nostra e pezzi dell’Arma prima e dopo le stragi del ’92 e del ’93 che sono attualmente al vaglio della magistratura. A fronte di tutto ciò non ci resta quindi che pretendere la verità totale su questi “buchi neri” che, se non svelati una volta per tutte, rischiano di ricreare il terreno fertile per far ripiombare il nostro Paese negli anni più bui di questa Repubblica. Un’ipotesi “infamante” che rappresenta il vero scandalo di un Paese che si definisce “civile””.

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