Le donne in pensione più tardi. Per la Cgil è no
Dopo la condanna della Corte di Giustizia Europea, l’Italia avvia il processo di equiparazione uomo-donna nel pubblico impiego.
Questi gli aspetti più importanti della proposta, resi noti dal ministero della Funzione Pubblica. Si deve ricordare che oggi la normativa prevede per le lavoratrici pubbliche la possibilità di andare in pensione di vecchiaia a 60 anni, cinque anni prima degli uomini. Per le donne è, comunque, possibile proseguire volontariamente il lavoro fino ai 65 anni. Uomini e donne possono ritardare ulteriormente l’uscita di due anni facendone esplicita richiesta all’amministrazione di appartenenza.
Il Governo prevede di aumentare l’età minima a partire dalla quale le donne del pubblico impiego maturano il diritto al pensionamento di vecchiaia. Il requisito anagrafico viene incrementato gradualmente, a partire dal 1° gennaio 2010, di un anno ogni due anni, fino al raggiungimento dei 65 anni. I nuovi requisiti diventano: 1 gennaio 2010 – 31 dicembre 2011 61 anni; 1 gennaio 2012 – 31 dicembre 2013 62 anni; 1 gennaio 2014 – 31 dicembre 2015 63 anni; 1 gennaio 2016 – 31 dicembre 2017 64 anni; Dal 1 gennaio 2018 65 anni.i nuovi requisiti non si applicano alle lavoratrici che al 31.12.2009 hanno già maturato il diritto alla pensione di vecchiaia. In questo caso si prevede la certificazione del diritto acquisito da parte delle amministrazioni di appartenenza.
L’effetto della riforma riguarderà un numero crescente di lavoratrici, in ragione della gradualità dell’intervento e dell’effetto del parallelo aumento dei requisiti necessari per la quiescenza anticipata. Nei primi anni verrà coinvolta la sola coorte delle 60enni con anzianità contributive inferiori a quelle richieste per il pensionamento di anzianità. Gruppo che secondo l’Inpdap è stimabile in circa 3.500 unità nel 2010, 4.700 nel 2011 e 6.000 dal 2013. A questa si aggiungeranno le coorti delle 62, 63 e 64enni fino ad arrivare nel 2018 a circa 8.500 lavoratrici.
Le simulazioni condotte dall’Inpdap indicano che la nuova normativa porterebbe a un minor numero di pensioni nel 2018 pari a 30.041 e a una minore spesa cumulata tra il 2010 e il 2018 di circa 2.429 milioni di euro.
I risparmi derivanti dall’aumento dell’età minima per il diritto alla pensione di vecchiaia confluiranno in un Fondo istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, per finanziare interventi dedicati a politiche sociali e familiari con particolare attenzione alla non autosufficienza.
Le donne della Fp Cgil e della Fiom Cgil hanno subito annunciato che impegneranno le rispettive categorie in iniziative di mobilitazione.”Per la prima volta, con una straordinaria solerzia, il governo accoglie i rilievi e risponde alle sanzioni dell’Unione europea sull’uguaglianza tra donne e uomini, predisponendo un intervento legislativo che parifica l’età pensionabile delle lavoratrici del lavoro pubblico a quella dei colleghi maschi, passando dai 60 anni attualmente previsti a 65 anni. Noi donne della Fp Cgil e della Fiom Cgil diciamo ‘no’ e lanciamo un appello per fermare questo provvedimento”, hanno dichiarato Fp e Fiom Cgil.
I sindacati hanno spiegato che “in Italia le donne subiscono ben altre e più gravi discriminazioni” e “la possibilità di andare in pensione a 60 anni non è un obbligo, ma una libera scelta che le donne possono compiere, così come, se lo desiderano, già oggi possono continuare a lavorare fino a 65 anni e oltre come i loro colleghi maschi”.
“Siamo convinte – hanno contnuato – che l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne del lavoro pubblico sia solo il primo passo di un governo che vuole mettere mano all’intero sistema previdenziale, peggiorando i trattamenti per tutte le lavoratrici e i lavoratori italiani, a partire dalla revisione dei coefficienti di trasformazioni”.
Per le sindacaliste non ci sono dubbi: “Non accettiamo l’idea che il costo maggiore della crisi lo paghino le donne, tanto più che il provvedimento in discussione non prevede alcuna destinazione dei risparmi che si realizzeranno”. Inoltre, sostengono nel loro appello le donne della Fp Cgil e della Fiom Cgil, “se si allunga l’età per andare in pensione si rende ancora più drammatica la condizione di disoccupazione di chi è considerata troppo vecchia/o per rimanere al lavoro e troppo giovane per andare in pensione”.
“L’innalzamento dell’età pensionabile -hanno proseguito- frena l’ingresso delle giovani e dei giovani nel lavoro. La crisi economica richiede invece che si dia risposta all’impoverimento delle lavoratrici e dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati con misure volte a: garantire l’aumento delle retribuzioni e delle pensioni; tutelare il diritto a una pensione dignitosa per tutte le lavoratrici e i lavoratori che rientrano completamente nel sistema contributivo; definire subito i lavori usuranti che diano diritto a donne e uomini ad andare in pensione anticipata; garantire una continuità contributiva ai milioni di giovani lavoratrici e lavoratori precari; prevedere una diversa e maggiore valorizzazione contributiva per i periodi di maternità e di congedo parentale; sviluppare una vera politica di pari opportunità”.
Come ormai avviene sistematicamente Cisl e Uil hanno posizioni diverse. Per le due organizzazioni sindacali dagli emendamenti del governo sulle pensioni arriva “un utile contributo per la stabilizzazione del sistema”.
Secondo il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, la misura scelta per arrivare all’equiparazione nel 2018 non è altro che “una risposta molto graduale ad una sentenza inappellabile della Corte di Giustizia europea”. Dello stesso parere il segretario confederale della Cisl Maurizio Petriccioli che fa notare come il governo abbia anche salvaguardato i diritti acquisiti al 31 dicembre 2009. Sulla cosiddetta finestra mobile che dovrebbe scattare fra poco più di 5 anni, Proietti e Petriccioli rimarcano il fatto positivo che il governo abbia scritto nero su bianco che i risparmi andranno al sistema previdenziale ed in particolare al fondo sociale già esistente e precisamente al capitolo ‘famiglia, donna, non autosufficienza’. Su questo punto Proietti sollecita poi una ulteriore riflessione sull’ipotesi di destinare i risparmi alla rivalutazione delle pensioni in essere”.
Meno benevolo il giudizio di Renata Polverini, dell’Ugl, che ha detto: “Con l’adeguamento dell’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego, il governo si mette al riparo dall’Europa, ma è chiaro che questo intervento lascia insoluti ancora molti problemi legati alle donne, e soprattutto alla famiglia”.
“Persiste – ha continuato il leader del sindacato vicino alla destra -una mancata parità delle donne nell’accesso e nella permanenza nel mercato del lavoro, legata in primo luogo alla maternità, per questo di fronte all’obbligo di ottemperare alla sentenza Ue, abbiamo chiesto che ci sia particolare attenzione alle madri lavoratrici, ad esempio con la previsione di un bonus previdenziale per i periodi di maternità. Anche in ragione, in vista di un agganciamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita, del contributo che le donne danno all’andamento demografico del Paese. Più in generale, piuttosto che sulle pensioni, si dovrebbe iniziare a ragionare sul complessivo sistema di welfare, affinchè si definiscano maggiori strumenti di sostegno alla famiglia, a partire da un fisco che premi i nuclei familiari”.
Polverini ha aggiunto: “Per quanto riguarda il meccanismo di collegamento delle pensioni alla speranza di vita, se è comprensibile l’obiettivo di garantire stabilità all’esistente, resta il grave problema che riguarda tantissimi giovani per i quali il futuro previdenziale è ancora incerto, e la necessità di assicurare un rafforzamento del potere d’acquisto delle pensioni di oggi e di domani. Ci aspettiamo infine che l’impegno del governo mantenere i risparmi di spesa di questi interventi nel sistema previdenziale, sia orientato a tutelare le fasce più deboli come la non autosufficienza e le pensioni minime che vedono proprio tra le donne le maggiori beneficiarie”.
La sentenza della Corte di Giustizia Europea era stata emessa il 13 novembre scorso e condannava l’Italia per la disparità di trattamento “a danno degli uomini”, perchè la normativa in base alla quale le donne possono andare in pensione a 60 anni, mentre gli uomini devono aspettare il compimento del sessantacinquesimo anno appariva discriminatorio.
Il ricorso che aveva avviato il procedimento era stato presentato dalla Commissione Europea, secondo la quale “la sola previsione di tale facoltà a favore delle donne costituisce una discriminazione ai sensi dell’art.141 CE dal momento che la medesima facoltà non è concessa agli uomini”.
Per i giudici lussemburghesi andare in pensione prima “non compensa gli svantaggi ai quali sono esposte le carriere dei dipendenti pubblici donne e non le aiuta nella loro vita professionale né pone rimedio ai problemi che possono incontrare nella loro vita professionale”.
Il voler intervenire per rendere ‘paritario’ il rapporto tra uomini e donne è un giusto obiettivo, che tuttavia la Corte di Giustizia Europea non ha raggiunto. Prima di tutto perchè in Italia era possibile continuare a lavorare oltre i 60 anni, tanto che nel 66 per cento dei casi le interessate scelgono di proseguire il proprio rapporto di lavoro, ma poi per il doppio ruolo svolto dalle donne. Loro, infatti, oltra all’attività lavorativa ‘ufficiale’ ne svolgono una ‘privata’, che consiste nell’allevare i figli e garantire la vita della famiglia.
Sulla questione, poi, delle carriere non è l’handicap dell’età pensionabile a produrre disparità, ma problemi ben più complessi che riguardano il ruolo sociale delle donne. Evidentemente a Bruxelles non ne hanno tenuto conto.


Oppure sarebbe sufficiente abbassare di cinque anni la soglia di età degli uomini per evitare questa “gravissima discriminazione sessista” e l’eventuale procedura di infrazione, come mai non c’ha pensato nessuno??
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