Gli scandali di Berlusconi? Dimenticati
Il premier non sente il bisgno di spiegare e nessuno gli chiede più di farlo.
Strano Paese l’Italia. Solo pochi giorni fa si preannunciavano foto e nuove ‘scosse’ che avrebbero arricchito la già corposa epopea di ‘Papi Silvio’. In nessun altro luogo del mondo civilizzato un “utilizzatore finale”, impegnato a guidare un governo, sarebbe uscito indenne dal turbine partito col caso Noemi Letizia, passato per le ‘veline’ nelle liste per il Parlamento europeo, approdato nei saloni di Palazzo Grazioli con la signora barese Patrizia D’Addario.
Non sarebbe stato possibile, perchè non la condotta personale del personaggio pubblico sarebbe stata messa in discussione e tantomeno i più o meno caserecci desideri sessuali, ma la credibilità e l’affidabilità in veste di uomo di Stato.
Un ragazzo ‘di buona famiglia’ che conduce una vita disordinata viene sgridato dai genitori, se poi comincia ad avere frequentazioni a rischio la famiglia passa dai rimproveri alle preoccupazioni e se, infine, un giorno il giovanotto viene trovato in compagnia di una squillo nel lettone di casa allora i guai per lui si fanno seri.
Perchè mamma e papà perdono fiducia in lui, si domandano cos’abbia nella testa, come mai si comporti in quello strano modo. Si può pensare che un adolescente attraversi le tradizionali tempeste ormonali, sia alla ricerca della propria identita, debba affermare autonomia e capacità decisionale. Comunque sia si becca una punizione e gli viene spiegato che prima di tutto deve riconquistarsi ‘la fiducia’.
Un uomo al quale è affidato il compito di decidere per tutti i cittadini non può apparire come uno scapestratello un po’ bislacco. Per lui un amico chacchierato, una festa sopra le righe, una avventura occasionale e disinvolta possono diventare macigni, motivi di condzionamento, forse anche di ricatto. Così l’Uomo di Stato deve essere più trasparente degli altri, non deve possedere privacy, ha il dovere di spiegare e e raccontare qualunque cosa possa rischiare di offuscare la limpidezza della sua condotta personale.
Tutto questo nelle società democratiche è ovvio, dato per scontato, non deve essere codificato. Nessuno ha mai scritto una legge o un regolamento che impedisce ad un serial killer di entrare in una istituzione parlamentare inglese o francese, ad un baro di fare il ministro in Germania, ad un trafficante di organi di diventare senatore degli Stati Uniti. Così come anche le regole di comportamento sono intuitive, evidenti e rigide.
In Italia non è così. In questi giorni un il Pd, ormai affetto da una evidente confusione mentale, ha elaborato una mozione parlamentare sui comportamenti. Un senatore, Gianrico Carofiglio, si è inventato le ‘quattro regole capitali’. Descrivendole così: “La prima riguarda l’esigenza di non tenere comportamenti personali in contrasto con i valori posti alla base dell’azione politica. Faccio un esempio banale: non si possono sostenere i valori della famiglia tradizionale e poi, per dire, avere l’amante. Il problema non è l’amante, ma l’incoerenza. La seconda regola riguarda il decoro legato alle cariche pubbliche. Cito l’esempio di un magistrato, così nessuno si offende.Qualora un pubblico ministero andasse in udienza indossando calzoni corti e canottiera non sarebbe immorale, ma appunto indecoroso. Perché contribuirebbe a ledere il prestigio della magistratura e in generale delle istituzioni. La terza regola sottolinea l’obbligo di astenersi da comportamenti che possano fare solo ipotizzare un uso privato della funzione pubblica e delle sue prerogative. Immaginiamo un magistrato sotto scorta che utilizzi la vettura blindata del ministero per portare alla sua villa al mare, dove ha organizzato una festa, un paio di ballerine di rumba e un suonatore di mandolino. Sarebbe l’autore di un comportamento deontologicamente censurabile. Il ministro Alfano interverrebbe con l’azione disciplinare. E farebbe bene. E’ il più semplice: il dovere di dire la verità . Il decoro delle alte funzioni pubbliche è incompatibile con le bugie. Ecco, abbiamo concluso: questo è lo statuto dei comportamenti”.
Un senatore dovrebbe guadagnare intorno ai 16mila euro al mese, una cifra per la quale sarebbe almeno richiesta la ragionevolezza. Così mentre l’opposizione elabora il banale, la maggioranza fa in modo che la bufera si esaurisca con l’arrivo del caldo estivo e tutto sia dimenticato, rimosso, sciolto nel nulla.
Il presidente del Consiglio non è andato in Parlamento per spiegare cosa sia successo davvero, per rispondere alle domande, per fugare i dubbi. I giornali dopo un G8 inconcludente e costosissmo trasformato in un successo planetario hanno scelto di cambiare titoli, la televisione ha continuato nella sua strategia del silenzio.
La melassa italiana si fa sempre più densa, i problemi economici delle famiglie sempre più gravi, l’assetto sociale del Paese sempre più fragile. Il tunnel sembra non avere fine, infinto e buio, terrorizzante. Si codifica la regola secondo la quale “chi governa non deve avere l’amante” e si dimentica che milioni di ragazzi non hanno lavoro. Si stabilisce che non si deve fare “uso privato della funzione pubblica e delle sue prerogative”, mentre le città più importanti sono invase da ‘auto di servizio’ comperate col denaro pubblico, costose ed inutilmente lussuose, quando le file alle mense della Caritas si fanno sempre più lunghe.
Non è demagogia, semplicismo, banalizzazione pensare che il Parlamento dovrebbe affrontare le ombre sul premier, fugale se possibile, comunque assumersi la responsabilità di tutelare il cittadini nel caso vi fossero aspetti poco chiari nelle vicende che lo riguardano.
Non accade, non è accaduto in passato e non accadrà probabilmente in futuro. E l’amnesia ci porta sempre di più al centro del territorio, già conosciuto in passato, del ‘regime’. Allora gli italiani si svegliarono dopo vent’anni in un Paese distrutto, questa volta le case rimarranno in piedi, ma forse per troppi non ci sarà pane per mangiare.


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