Franceschini è tutto un programma
Con un discorso pieno lacune il segretario da esposto le sue idee. Intanto uno dei fondatori del Pd, Parisi, considera il partito morente.
Per il segretario in cerca di una riconferma “la sfida” che attende il Pd e i riformisti è quella di “mettere in campo una gerarchia di valori alternativa e proiettata sul futuro”. “È stato detto che il populista pensa alle prossime elezioni – ha detto Franceschini – e il riformista alle prossime generazioni. La destra italiana pensa sempre e solo alle prossime elezioni. Noi Democratici pensiamo prima di tutto alle prossime generazioni. Qui – ha proseguito – si apre lo spazio per un nuovo riformismo che abbia il coraggio di sfidare le destre non ricorrendole, non limitandosi a proporre correttivi ai modelli sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori alternativa e proiettata sul futuro”.
Per Franceschini il Pd “deve ricostruire una identità del nostro campo”, accettando la tesi di chi considera il partito una alchimia ancora senza spessore. Analizzando i risultati elettorali del Pd negli ultimi anni, Franceschini ha sottolineato: “Se voti a destra sai cosa voti. Se voti di qua non sai cosa voti. È questo, più di ogni altra cosa, che spiega la sconfitta dello scorso anno e i risultati negativi delle amministrative e delle Europee”. Negli ultimi 15 anni “la destra ha avuto stabilità negli accessi e un leader unificante – ha proseguito il segretario – così ha potuto costruire una identità, percepita da tutti, attorno ad alcuni messaggi chiari: sicurezza, libertà di fare ogni cosa, meno Stato. Il nostro campo nello stesso periodo ha avuto instabilità totale nei leader, nei partiti, nei governi fragili”.
Alla maggiornaza, secondo Franceschini si risponde lavorando per “ricostruire una identità”, perchè finora il centrosinistra non è riuscito “a trasmettere che sensazioni indistinte” e non “messaggi chiari e univoci”, comprensibili agli italiani. La domanda ovvia, dove lui fosse in questo tempo, al ‘candidato’ non sembra esser venuta in mente.
Infatti supponendo di essere arrivato pochi giorni fa da un altro pianeta ha continuato attaccando gli altri, in particolare Prodi e D’alema: “Dobbiamo dirlo: il centrosinistra ha colpe precise, non aver approvato una normativa sul conflitto di interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001, ma quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e silenti”.
Franceschini ha poi sottolineato l’esigenza di “regole semplici e stabili che garantiscano il corretto svolgersi della concorrenza, che rompano i conflitti di interessi che in Italia sono diventati silenziosamente accettati, come fossero normali, avendo davanti l’esempio della massima autorità di governo”.
In un partito che non è stato capace di comprendere la centralità della questione ambientale per la costruzione di una nuova strategia della sinistra, il segretario ha tirato fuori le nuove scelte in campo energetico del governo Berlusconi per dire: “No al nucleare del passato, pericoloso e costosissimo”. Anche qui il ‘candidato non ha otuto evitare di sottolinere la confusione che regna nel suo partito, nel quale gli ambientalisti sono una corrente (gli Ecodem), mentre altri non trovano sbagliato investire nell’energia nucleare. Infatti ha aggiunto: “Serve un Partito democratico più coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no” per dire “sì a una radicale riconversione del nostro sistema energetico verso l’efficienza, il risparmio, le fonti rinnovabili”.
Sul tema delle alleanze, per Franceschini il Pd deve puntare ad alleanze, abbandonando la teoria veltroniana dell’autosufficienza, ma esse devono essere “credibili non solo per vincere, ma anche per poi riuscire a governare”.”Vogliamo tornare a vincere – ha detto – e quindi sceglieremo la strada delle alleanze anche per il governo nazionale, come abbiamo fatto nei comuni e nelle province e come faremo il prossimo anno nelle regioni. Ma dobbiamo dire con chiarezza – ha aggiunto – che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico. Formeremo un’alleanza – ha concluso – che dia agli italiani la garanzia di un programma condiviso e realizzabile”. Anche in questo capitolo, di grande importanza, nessuna proposta chiara, perchè sia a destra che a sinistra del partito è difficile intravvedere interlocutori disponibili ad accettare senza riserve le posizioni oblique del Pd.
Sul presente Franceschini ha detto che fare opposizione “è il nostro compito principale, che dobbiamo svolgere anche in questi mesi di congresso, tenendo distinto il piano del dibattito interno dall’esigenza di rappresentare le posizioni del partito all’esterno in modo unitario e condiviso. Non dobbiamo farci condizionare – ha detto Franceschini – dalle parole dei nostri avversari o di quei politologi interessati che ci accusano di antiberlusconismo ad ogni critica che facciamo. Contrastare il governo non è antiberlusconismo. Essere riformisti non significa stare zitti. Un riformista alza la voce, batte i pugni sul tavolo – ha detto Franceschini tra gli applausi della sala – quando vede violentato lo stato di diritto e le istituzioni democratiche, quando vede un governo che nega la crisi e le difficoltà di milioni di italiani, quando un capo del governo attacca la stampa libera e il diritto di cronaca, quando intimidisce gli imprenditori e editori, quando offende le istituzioni internazionali, colpevoli solo di dire la verità”.
Rimane misterioso il perchè la definizione di ‘antiberlusconismo’ nel pensiero del segretario sia negativa, considerando che il Cavaliere esprime un modello politico-culturale criticato con preoccupazione da un numero altissimo di osservatori internazionali.
Il ‘candiato’ quindi ha invitato i dirigenti e militanti del Pd a non aver paura del congresso, quasi fosse “l’anticamera di una scissione”. “Il partito – ha spiegato – lo stiamo ancora costruendo, e il congresso sarà l’occasione per fargli fare un grande passo in avanti. Per questo non dobbiamo temerlo o viverlo come una lacerazione, o addirittura come l’anticamera di una scissione. Qualsiasi cosa accada noi resteremo insieme. Ma – ha concluso – abbiamo bisogno di un confronto vero e onesto tra visioni differenti sul futuro e su quello che abbiamo fatto da quando il Pd è nato”.
“Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino, basato su una divisione di compiti nel raccogliere consenso, e nel rappresentare pezzi di società e che circoscriva la nostra capacità espansiva” ha insistito sull’identità del partito. ‘Regredire’, secondo il segretario del Pd, significherebbe “dichiarare fallita l’esperienza del Partito democratico, che è nato proprio sul superamento di quella divisione di compiti. Quello schema – ha continuato – si trascina forse in pezzi di classe dirigente, ma non esiste più da tempo nel nostro popolo”. Che è un “unico popolo, sin da prima che il Pd nascesse”. Un ‘popolo’ così unito da aver prodotto un crollo elettorale di sette punti in nemmeno un anno, scaraventando nel libo dell’astensionismo milioni di cittadini.
“La laicità oggi è la garanzia della libertà di tutti, credenti in una fede o non credenti, nello spazio pubblico, nei loro diritti civili”, ha quindi affermato Franceschini e parlando della legge sul testamento biologico ha involontariamente dimostrato la gravità della situazione, annunciando che si “deciderà la posizione del partito”, dopo mesi e mesi di scontri. “Rispetteremo fino in fondo – ha proseguito – chi non si sentirà di condividerla, ma decideremo. Sarà il modo più onesto di interpretare la laicità del nostro partito e di rispettare il principio intoccabile della laicità dello Stato. Quello che sta scritto nella nostra Costituzione e che appartiene a tutti noi, laici e cattolici del Pd. Essere laici nelle società contemporanee – ha insistito – significa accettare che nessuna scelta politica sia sottratta alla faticosa strada delle necessarie spinte, sapendo con certezza che nessuna legge potrà mai essere l’automatica traduzione di un valore religioso”. Il Pd si è astenuto l’altro ieri su una mozione che attaccava la libertà di scelta delle donne che intendono non avere figli ed interrompere la gravidanza, mentre i ‘teodem’ hanno votato con gli antiabortisti.
Il segretario ha invitato il Pd a “non rinunciare” alle primarie, e a non considerare i propri elettori come “estranei”, polemizando con Massimo D’Alema che considera criticamente quel tipo di consultazione. Il Pd deve “difendere come oro la forza dei propri militanti”, e cioè “tutte quelle persone che hanno scelto, iscrivendosi al partito, di dedicare una parte della propria vita ad un ideale, tenendo aperti i circoli, distribuendo volantini, animando le feste”.
In questi giorni di tesseramento sono numerosi i militanti che trovano i circoli chiusi, che hanno difficoltà ad iscriversi on line, ma anche questo non è noto a Franceschini, così come le proteste diffusissime contro l’apparato che vive chiuso in un Palazzo impenetrabile.
Comunque Franceschini si rende conto delle difficoltà e così ha detto: “Cambiamo lo statuto dove non funziona, rivediamo le regole del tesseramento per avere più apertura e più trasparenza insieme, mettiamo un pò d’ordine nelle regole ma non rinunciamo alla scelta che abbiamo fatto alla nascita del Pd, di affidare agli iscritti le scelte del partito e l’elezione degli organi territoriali, affiancando a loro gli elettori, da chiamare nei momenti delle grandi scelte, come è certamente l’elezione di un segretario nazionale. Non alziamo barriere – ha continuato – gli elettori del Pd non sono estranei, sono parte di noi. Sono quelli che arrivano nelle grandi mobilitazioni civili, che ci sostengono nelle campagne elettorali, che riempiono le piazze e i comitati. Ecco perchè difendo questo equilibrio – ha concluso – è perchè penso che le primarie del 25 ottobre saranno un altro momento importante per noi e per la democrazia italiana”.
Franceschini ha chiuso il suo discorso con una citazione di padre David Maria Turoldo: «Ogni mattina quando si leva il Sole, inizia un giorno che non ha mai vissuto nessuno”. Quindi il segretario ha aggiunto: “Abbiamo davanti a noi un tempo che vale la pena vivere. Sarà un tempo di sfide dure e bellissime. Sarà il nostro nuovo giorno. E noi lo vivremo”.
In mattinata, con una intervista a ‘La Stampa’, uno dei ‘cervelli’ che avevano pensato il Pd, Arturo Parisi, ha affermato: “Lo dico con sofferenza: una stagione si è conclusa. Sono passati vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino e dalla Bolognina e noi siamo ancora a segnare il passo più o meno sulla stessa mattonella, in attesa che qualcuno ci dia l’avanti marsch! È per questo che il Pd non è credibile: siamo innanzitutto noi che non crediamo più a noi stessi”.
L’ex ministro della Difesa e deputato ha sferzato duramente il partito in vista del congresso autunnale, denunciando “una delle origini della crisi, quello che con leggerezza chiamiamo nuovismo. Quel fuggire dal passato, senza farci i conti, l’inseguire qualsiasi novità appaia all’orizzonte, cogliendone solo l’apparenza, inseguendo nomi e parole ogni volta applaudite come salvatrici”.
Nuovismo e giovanilismo, per Parisi due facce della stessa medaglia: “Questo blablare che confonde i giovani del partito col futuro dell’Italia è la spia più sicura della nostra crisi, un aspetto nel quale il Pd è purtroppo in totale sintonia con l’invecchiamento del Paese”. “Ma qua – ha precisato – non sono i giovani ufficiali che vengono dalle trincee a picchiare sulla porta delle istituzioni, ma troppi maschi già sfioriti che giustamente si lamentano dei tempi di avanzamento della loro carriera. L’Italia ci chiede uomini nuovi, un progetto, una speranza, uno sguardo nuovo”
Secondo Parisi il problema non sono i candidati, ma la strategia: “Peccato che appaia ancora scelta tra persone e non tra diversi progetti per il Paese”. Inoltre, ha aggiunto, continua ad essere assente il riconoscimento delle cause del disastro elettorale del Pd: “Questa mancanza è uno dei fattori principali di debolezza. Spero sia giunto il momento dell’autocritica. Da parte di Franceschini, ma anche per i troppi che, pur avendo condiviso due anni di gestione unitaria, danno ad intendere di aver vissuto altrove. È anche questo che ci costringe a vivere nella reticenza: la paura di vedersi contestata l’accusa di corresponsabilità”.


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