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Falcone, Borsellino e i sospetti sullo Stato

Autore: . Data: lunedì, 20 luglio 2009Commenti (0)

Si stanno riaprendo le finestre sull’uccisione di Borsellino e sul lavoro dei due magistrati. E come sempre i servizi segreti sono chiamati in causa.

falcone-borsellinoLa storia della Repubblica italiana è stata accompagnata dai misteri sui servizi segeti. Omicidi, stragi, macchinazioni, rapimenti, tentativi di golpe hanno sempre visto spuntare ad un certo punto qualcuno dei nostri sgangherati e pericolosi 007. Adesso anche il capo della mafia, Totò Riina, sembra voler confermare la loro attvitià nell’eliminazione dei due coraggiosi nemici del crimine organizzato.

Per far fuori Falcone non era bastata l’attività di una parte del potere politico, di alcuni importanti magistrati, del Csm, si arrivò alla strage di Capci. Per comprendere il sistegno dato alla mafia da alcuni poteri occulti torna di attualità un discorso pronunciato da Paolo Borsellino il 25 giugno 1992, 24 gioni prima che fosse assassinato insieme ad Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, i componenti della sua scorta. A via D’Amelio si salvò solo Antonino Vullo, l’agente al quale era stato affidato il compito di parcheggiare l’auto e che per questo era un po’ distante dal luogo dell’eplosione.

Disse Borsellino: “Ho ascoltato alla televisione – in questo momento i miei ricordi non sono precisi – un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio,  per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte”.

Perchè il grande amico e collega di Falcone, insieme al suo ex capo Antonino Caponnetto parlarono del gennaio 1988? In quel mese, per la precisione il 19 gennaio 1988, l’organo di autogoverno dei magistrati, il Csm, nominò Antonino Meli a capo della Procura di Palermo, silurando Falcone. Il nuovo arrivato si dedicò con passione a distuggere il pool antimafia e ci riuscì senza difficoltà.

Nel suo discorso Borsellino aggiunse: “Quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli” e spiegò d’aver compreso “che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse”.

Le parole del magistrato oggi assumono un valore chiaro, probabilmente per le cose che già allora intuiva. E Borsellino sipegò: “Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d’Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando, allora presente, dicendo che quella sera l’aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Leoluca Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo:  per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere,  il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio”.

L’operazione ‘poltica’ di distruggere il pool organizzata da una parte delle istituzioni non poteva ce avere uno scopo, evidente: garantire la sopravvivenza della mafia. Borsellino lo chiarì senza fraintendimenti: “L’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant’è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone”.

Il distacco tra società civile e pezzi dello Stato erano chiari da vent’anni, messi nero su bianco, ma nulla è accaduto per scoperchiare la pentola. Borsellino concluse quel discorso sostenendo che falcone, dopo essere arrivato al ministero della Giustizia a Roma, “cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse” e con una frase implicita aprì il dubbio: ” Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque -  e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico,  era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia”.

“Se si trattato di mafia e soltanto di mafia”, affermò Borsellino. Ieri l’avvocato Luca Cianferoni da dodici anni legale di Riina ha detto: “Sono andato a trovarlo al carcere di Opera questa mattina (Riina,ndr) e l’ho trovato che stava leggendo alcuni giornali. Neanche ho fatto in tempo a salutarlo e lui, alludendo al caso Borsellino, mi ha detto quelle parole… L’ammazzarono loro…”.

Poi, il legale ha continuato a raccontare il pensiero del boss mafioso: “Mi ha dato incarico di far sapere fuori, senza messaggi e senza segnali da decifrare, cosa pensa. Lui è stato molto chiaro. Mi ha detto: “Avvocato, dico questo senza chiedere niente, non rivendico niente, non voglio trovare mediazioni con nessuno, non voglio che si pensi ad altro”. Insomma, il mio cliente sa che starà in carcere e non vuole niente. Ha solo manifestato il suo pensiero sulla vicenda stragi”.

Cianferoni ha insistito: “Abbiamo parlato della trattativa. Riina sostiene che è stato oggetto e non soggetto di quella trattativa di cui tanto si è discusso in questi anni. Lui sostiene che la trattativa è passata sopra di lui, che l’ha fatta Vito Ciancimino per conto suo e per i suoi affari e insieme ai carabinieri: e che lui, Totò Riina, era al di fuori. Non a caso io, come suo difensore, proprio al processo per le stragi di Firenze già quattro anni fa ho chiesto che venisse ascoltato Massimo Ciancimino in aula proprio sulla trattativa. Riina voleva che Ciancimino deponesse, purtroppo la Corte ha respinto la mia istanza”.

Ma di che trattativa di tratta. A spiegarlo è stato ieri il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari: “Gli investigatori lavorano su diverse ipotesi: che Borsellino fosse venuto a conoscenza della trattativa e che si fosse messo di traverso – e per questo fu ucciso – oppure che la trattativa si era arenata. Allora Totò Riina ha deciso di accelerare l’esecuzione della strage allo scopo di costringere lo Stato a venire a patti. Quindi, lentamente, emergono possibili se non addirittura probabili rapporti tra Cosa nostra e settori deviati dello Stato”.

Lari si rifersice all’inchiesta sui cosiddetti mandanti occulti della strage di via D’Amelio. Il magistrato, che da un anno interroga l’aspirante pentito Gaspare Spatuzza che ha disegnato nuovi scenari investigativi sulla morte del giudice, parla anche della cosiddetta agenda rossa: il diario che Borsellino aveva il giorno della morte, misteriosamente sparito dalla borsa ritrovata nell’auto del magistrato. Per la sparizione dell’agenda è stato indagato un ufficiale dei carabinieri, ripreso da alcune immagini televisive mentre si allontana dal luogo dell’esplosione con la borsa. La posizione del militare è stata poi archiviata. “Si può ipotizzare – ha concluso Lari – che Paolo avesse segnato su quell’agenda notizie da lui apprese in ordine allo svolgimento di una trattativa tra lo Stato e Cosa nostra e che quindi il furto di questa agenda potrebbe essere stato ispirato o organizzato da un terzo livello, un servizio segreto deviato”.

Quello che sta emergendo lascia attoniti e preoccupa. Perchè una parte di chi avrebbe potuto organizzare quel piano, la trattativa, essere coinvolto e testimone dei fatti, è ancora al lavoro, nelle stanze dorate del Palazzo.

Questa vicenda, allora, non può essere circoscritta al ‘file Borsellino’, perchè rende sempre più chiara la collusione tra crimine organizzato e settori dello Stato. Poichè è leggittimo supporre che i protagonisti di un eventuale intreccio così drammatico non abbiano mai smesso di gestire i propri interessi ed affari una domanda è d’obbligo: se tutto questo fosse vero fino a che livello si è arrivati? A quanti metri dalla stanza dei bottoni si è fermata la ‘piovra’?

Ha riferito ancora l’avvocato di Riina: “Pensa che la sua posizione rimarrà quella che è e che è sempre stata, non si sposterà di un millimetro. Ma questa mattina ha voluto dire anche il resto. E cioè: non guardate solo me, guardatevi dentro anche voi”.

Salvatore Borsellino ha commentato: “Quello che Riina manda dal cercere sono messaggi in codice a chi è fuori dalla galera e che sono ancora più responsabili di lui, i mandanti occulti della strage in cui morì mio fratello”. Poi ha aggiunto: “Quelle di Riina sono messaggi ai suoi complici esterni, i mandanti esterni della strage. Sta alzando il tiro, i messaggi li ha sempre lanciati ma adesso è diverso e ritengo che continuerà ad alzare il tiro sempre di più. Riina ha certamente partecipato alla strage di via D’Amelio, ci sono anche collaboratori di giustizia che dicono che alcune cosche erano contrarie all’assassinio subito dopo la stage di Capaci, ma Riina non ne volle sapere e così ha voluto uccidere anche mio fratello”.

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