Continuano i fallimenti del G8 all’Aquila
La stampa italiana è ormai incapace di raccontare la realtà. Tra propaganda e demagogia il ‘flop’ del summit diventa un ‘successo’.
Come InviatoSpeciale ha anticipato ieri, l’accordo sul clima si è rivelato un fallimento, tanto da far dichiarare al Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, che le riduzioni delle emissioni dei gas serra proposte sono insufficienti. La Cina e l’India non hanno accettato il vincolo di riduzione del 50 per cento di emissioni di Co2 nell’atmosfera entro il 2050, mentre il presidente egiziano Hosni Mubarak, in vista della conferenza di Copenaghen di fine anno che dovrà ridisegnare le strategie globali per il post-Kyoto, ha chiesto un compromesso “equo ed equilibrato”, che prenda cioè in considerazione “le aspirazioni dei Paesi in via di sviluppo, e che non imponga loro vincoli che abbiano effetti su tali aspirazioni”, lasciando intendere che la strada per far incontrare le politiche degli industrializzati con quelle degli emergenti è ancora lunga e perigliosa.
Sui risultati della prima giornata, quelli che riguardavano le decisioni in campo economico, alle invocazioni di principio, da tutti condivise, si oppongono gli interessi nazionali, per cui è facilmente prevedibile che nulla accadrà di reale.
Si è discusso dei temi della crisi finanziaria per definire linee di intervento comune. La dichiarazione finale sull’economia offre indicazioni ovvie sulla situazione che “rimane incerta e rimangono rischi significativi per la stabilità economica e finanziaria”. Nella dichiarazione si è affermata la ‘centralità della persona’ nella gestione della crisi: “Siamo impegnati a trattare la dimensione sociale della crisi, ponendo le persone al primo posto”. Inoltre si è riaffermato riaffermato l’impegno a contrastare ogni misura protezionistica per tutelare l’apertura dei mercati e si è ribadita la lotta ai paradisi fiscali e l’intenzione di agevolare il rientro dei capitali dall’estero.
Anche in questo caso la scelta della ‘comunicazione politica’ è stata prevalente su quella della ‘operatività concreta’. E’ evidente che le economie forti, in grave difficoltà dopo la crisi finanziaria, applicheranno misure protezionistiche per difendere i propri mercati, così come lo sviluppo imponente del sistema industriale cinese imporrà agli altri strategie di contrasto non lievi, ma durissime.
L’aspetto singolare della faccenda è che proprio il ministro italiano dell’Economia, Giulio Tremonti, è (o era) un teorico del protezionismo. Nel suo saggio “La paura e la speranza” aveva affermato che le difficoltà della nostra economia trovavano origine in larga misura dalla forte pressione competitiva che proviene dalle nuove economie e innanzitutto dalla Cina.
Secondo Tremonti una globalizzazione non governata richiedeva delle strettoie necessarie per proteggere lavoratori e imprese italiane (od occidentali) dai suoi effetti più diretti. Il ministro di Berlusconi pensava che se la Cina crescesse meno ed esercitasse minor pressione competitiva, le nostre imprese avrebbero avuto miglior rendimento. Il ministro, non molti mesi fa, riteneva possibile imbrigliare la Cina e proteggere imprese e lavoratori, magari con dazi o quote sull’import di beni cinesi. Forse a L’Aquila ha cambiato a l’idea.
Sui paradisi fiscali sarà interessante vedere cosa farà l’Inghilterra. Il 19 luglio del 2008, parlando davanti alla Commissione Finanze del Senato americano, Jack Blum, un avvocato di lunga esperienza nelle indagini sul riciclaggio del denaro, sull’evasione fiscale e su crimini simili, fornì alcune delucidazioni importanti a proposito dei paradisi fiscali, particolarmente diffusi per tutto il Commonwealth britannico.
L’avvocato spiegò come avessero origine nella cosiddetta “regola fiscale”, una regola della common law che prevede che nessun governo possa coadiuvare nell’esecuzione delle leggi fiscali di altri governi. Blum sostenne che quella “regola fiscale” traeva le sue origini nella legge inglese di epoca napoleonica, allorché le corti inglesi sostennero i contratti tra privati che mirassero ad evadere i dazi doganali francesi. Da quando la “regola fiscale”, assunta maggior importanza, diventò un principio basilare del diritto anglosassone, il risultato è stato che il fisco americano (IRS) non può agire contro individui o società, se il denaro in questione è depositato in una banca off-shore.
La regola ha così generato, principalmente nei centri finanziari off-shore del Commonwealth britannico un’intera “industria” dedicata ad aiutare la gente ad evadere le tasse nei propri Paesi. Questi centri sono Cayman, Isole Vergini, Tuks e Caicos, Saint Vincent e Grenadine, ecc. Le banche di quei posti lontani negli oceani vendono i propri servizi negli Stati Uniti e in altri Paesi. Vorrà il governo inglese smantellare la colossale rete di interessi che gira per le banche del Commonwealth britannico?
Sulla condanna della repressione in Iran, gli industrializzati hanno elaborato una dichiarazione finale relativa alla Repubblica islamica assolutamente blanda: “Continuiamo a essere seriamente preoccupati dagli eventi in Iran. Ribadiamo il nostro totale rispetto per la sovranità dell’Iran. Al tempo stesso, deploriamo la violenza post-elettorale”. Nel documento si giudicano “inaccettabili” le “detenzioni ingiustificate dei giornalisti” e “gli arresti di stranieri”, anche se della sorte di centinaia di oppositori si sono perse le tracce.
Il G8 ha proposto di “risolvere la situazione attraverso un dialogo democratico sulla base dello Stato di diritto”, insomma una bella frase che non indica alcuna ipotesi di sanzioni nei confronti del regime di Ahmadinejad.
24 ore dopo la ‘coraggiosa’ denuncia dei ‘Grandi della Terra’, cioè ieri, a Teheran la polizia ha sparato lacrimogeni per disperdere i manifestanti che stavano convergendo verso l’Università. Nella capitale iraniana centinaia di sostenitori di Moussavi si erano organizzati per ricordare l’anniversario della rivolta studentesca del 1999. Due potrebbero essere stati uccisi, secondo fonti non confermate.
Mentre a L’Aquila si discuteva tra un aperitivo, una cena ed una dichiarazione di intenti senza conseguenze, alcuni testimoni da Teheran raccontavano di un imponente schieramento di forze di polizia e paramilitari in tutta la città. Il regime, per impedire che notizie potessero trapelare avrebbe bloccato le reti di telefonia mobile ed il governatore generale di Teheran, Morteza Tamadon aveva avvertito: “Se qualcuno intende compiere azioni antirivoluzionarie e contrarie alla sicurezza rispondendo agli appelli di emittenti antirivoluzionarie, sarà schiacciato sotto i piedi del nostro popolo, che è in allerta”. Intanto un avvocato collaboratore della attivista per i diritti umani Shirin Ebadi, Nobel per la Pace, era stato arrestato con numerosi collaboratori.
Questi sono i fatti ed allora nasce conseguente una domanda: cosa fanno le decine di giornalisti, inviati, specialisti e commentatori a L’Aquila? Cosa stanno raccontando? Una piccola notizia potrebbe spiegare molte cose. Dal ‘Corriere della Sera’, che sebbene abbia ‘generosamente’ raccontato i ‘successi’ del summit, ha anche scritto: ” Questa volta non è stata colpa di una notizia in esclusiva. E neanche di dichiarazioni “scottanti”. Ma, a provocare molta tensione tra i giornalisti, è stata la coda per ricevere il kit regalo, durante il G8 dell’Aquila. Una distribuzione difficile che ha acceso gli animi dei centinaia di cronisti, provenienti da tutto il mondo, causata dalla ressa davanti al gazebo. Per riportare la calma è dovuta intervenire la Guardia di Finanza, minacciando la chiusura dello stand.
Il caos. “Tu ora stai in fila, ci resti, non mi sorpassi, altrimenti ti faccio ricordare questo G8″, ha detto un giornalista italiano a un altro collega. E in un attimo si è accesa la tensione al villaggio della stampa. Allo stand distribuiscono kit regalo, con zainetto-maglietta-orologio ricordo del vertice. L’assalto ha messo a dura prova l’organizzazione del vertice, tanto da costringerli a chiamare le fiamme gialle che hanno riportato la calma con una minaccia. “Fermi tutti, così fermiamo la distribuzione degli zainetti”, hanno detto i finanzieri. Un momento di pausa, poi la distribuzione (e il caos) sono riprese”.
Svelato il giallo?


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