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Alitalia, Cai: e lo chiamano progresso

Autore: . Data: martedì, 7 luglio 2009Commenti (0)

Lavoratori ricattabili, condizioni insostenibili, meritocrazia posticcia. Così si lavora da alcuni mesi al servizio della compagnia di bandiera. Un articolo per “Tu Inviato”

alitalia2Tante volte ci siam sentiti dire che il progresso non è sempre inteso come nel senso intrinseco del termine. A fare le spese oggigiorno di questa realtà, in Italia, è anche il nuovo mondo del lavoro, se “nuovo” lo si vuole considerare: un insieme di lavoratori che vivono, al contrario, una condizione che faremmo meglio a definire “regresso”.

La logica imperante è quella in voga nelle grandi aziende che, sembra, non mirano ad una scelta ed ad uno sviluppo professionale dei lavoratori bensì ad una saturazione temporanea della forza lavoro. Facilitate da una “deregulation” sui contratti a tempo determinato e sulle leggi sul licenziamento.

Attingono dunque da una quantità di lavoratori sempre disponibili, sempre rimpiazzabili, ricattabili: “Non sei stato abbastanza produttivo? Hai avuto problemi di salute? Hai svolto troppo attività sindacale nell’interesse dei tuoi colleghi? Verrai sostituito con altro personale”.

E’ il nuovo caso della vicenda Cai che fa riflettere i lavoratori in questi termini: sommarie assunzioni nella nuova compagnia dei precari a nuovi contratti a tempo determinato e dei  dipendenti in cassa integrazione. Chiamate senza badare al mantenimento della tanto richiesta lista di anzianità. Nel caso peggiore poco più di uno su tre sono stati riassorbiti nella nuova azienda.

Con quali criteri? Forse la solita meritocrazia posticcia, quella basata sul favoritismo, sulle capacità pregresse di adeguarsi ad ogni richiesta dell’azienda, tradotta in termini di disponibilità a partire dai riposi, dalla rinuncia alle ferie, al contenimento delle malattie.

Il “professionismo” è inteso da lorsignori non in termini di qualità del lavoro svolto, bensì dalla quantità. Quantità e qualità che, guarda caso, si ripercuotono sul tipo di prodotto erogato.

Paradosso vuole che il professionista svolga la propria attività secondo regole ben precise, dettate in alcuni casi dalla situazione di salute e dall’aver goduto di un riposo.

Sono i chirurghi, gli autisti, i macchinisti, i piloti, gli assistenti di volo, tutte categorie in cui l’impiego viene dettato secondo parametri ben stabiliti pena la sicurezza personale ed altrui.

Sfortunatamente capita, oggi sovente più che mai, che coloro i quali svolgono la propria mansione nel modo più professionale possibile vengano tagliati fuori perchè non disponibili a esser meno professionali.

Costretti a orientarsi in più campi visti gli insufficienti stipendi, vista la molteplicità dei contratti per più aziende o per la stessa. Vediamo dottori che la sera lavorano nei bar, impiegati che la notte occupano altre attività, lavoratori a contratto che non sono più nessuno a fine rapporto di lavoro, e andranno alla ricerca di un altro impiego, un altro lavoro. Professionismo che se ne va.

Orbene: chi farà meglio, uno che eserciti da solo molti mestieri o uno che ne eserciti uno solo? Uno che da solo ne eserciti uno solo, rispose…

Era Platone, dalla “Repubblica”. Così come Socrate e Adimanto discutevano la nascita dello Stato, della civiltà. Questo nuovo meccanismo nel mondo del lavoro mette in discussione persino una delle perle della filosofia e del pensiero politico.

E che ne sarà dei ricercatori? Degli scienziati, degli artisti, dei poeti, dei pittori? Forse li abbiamo già abbandonati, figure poco consumiste della nostra società. E pensare che eravamo un Paese denso di cultura: Leonardo, Michelangelo, Dante, Raffaello.

Annibale Greco

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