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Veltroni, D’alema, Serracchiani e gli irresponsabili

Autore: . Data: venerdì, 12 giugno 2009Commenti (0)

Prima ancora che si svolgano i ballottaggi è cominciata nel Pd la lotta tra le correnti. Uno spettacolo deprimente.

dalemaveltroniDi certo i giornali amplificano e spesso colorano discussioni che in realtà hanno un peso politico molto piccolo, ma è indubbio che nelle ultime ore si noti un certo nervosismo tra le diverse anime che popolano quella strana creatura politica che è il Partito democratico. Quattro milioni di elettori persi, decine di amministrazioni comunali conquistate dal centro destra e, cosa molto preoccupante, 17 parlamentari dell’opposizione che votano col governo la legge sulle intercettazioni non sembrano però indurre i ‘democratici’ ad avviare una qualsiasi discussione seria sull’esistenza stessa del partito.

In scena sui media per il momento gli ex Pci, Psd, Ds. L’Unità ha scritto ieri: “La ‘moratoria’ tiene, ma il malessere si moltiplica”, poi il quotidiano ha aggiunto: “E illazioni e indiscrezioni fioriscono sotto il pelo della tregua. Compresa quella di chi – in ambienti ex veltroniani – accarezzerebbe l’idea di un ticket Franceschini-Serracchiani. Verità, mezza verità o fantasia?”.

Naturalmente l’attenzione dei commentatori si è subito rivolta dall’altra parte, a Massimo D’Alema, che chissà perchè si è conquistato la fama del ‘grande manovratore’. Eppure l’ex presidente del Consiglio oggi è del tutto estraneo al gruppo dirigente del partito. E’ in esilio, spesso ignorato ed anche aspramente criticato, come è avvenuto durante l’aggessione israliana a Gaza o l’altro ieri, sul comportamento da tenere nei confronti del leader libico Mu’ammar Abū Minyar al-Qadhdhāfī.

Ha idee D’alema, ed è tra i pochi da quelle parti. Pensieri forti, condivisibili o meno che siano. Alla ‘sua’ Red Tv ha detto: “Il progetto del Pd va rafforzato sia su basi ideali e organizzative sia sul progetto politico per l’Italia. Posto che l’Unione è tramontata e che l’autosufficienza non è proponibile, va messa in campo una nuova idea di centrosinistra che non è solo una questione di alleanze, ma l’idea di un progetto come in passato fu l’Ulivo”.

L’ex ministro degli Esteri del governo Prodi ha quindi aggiunto: “Il Pd deve essere un partito riformista moderno, in grado di rappresentare la migliore tradizione della sinistra italiana e non liberarsene”. Il ragionamento di D’alema, squisitamente politico, cerca di recuperare la ‘tradizione’ per reinseirla in un quadro nel quale il Pd trovi una fisionomia decisa e non confusa come è stato fino ad oggi.

D’Alema dice di essere “favorevole al ricambio della classe dirigente” e non vede con favore ripescaggi: “Il ritorno di una persona che ha già ricoperto certi ruoli va considerato come un’estrema ratio”.

Il presidente della Fondazione italiani europei ha quindi aggiunto: “Nel Pd non mi hanno mai chiesto di fare nulla” e neppure si sente un deus ex machina: “Io voglio dare un contributo maggiore e serve la ricostruzione di un gruppo dirigente che unisca generazioni diverse”. Non si tira indietro, vuol “fare qualcosa di più”, ma spera “che non si creino ostracismi”.

D’Alema ha spiegato: “Appoggio Bersani, che ha la forza politica e culturale e anche un linguaggio ed è perfettamente in grado di fare il segretario del Partito democratico”.  Il leader senza incarichi non si chiude nel recinto della lotta tra correnti e pensa al contesto: “Prima degli uomini dobbiamo discutere dei fondamenti, della forma e della proposta del partito. Sarà il momento della verità. Serve un congresso fondativo vero e mettersi a lavorare duramente”.

E qui si manifesta la contraddizione e la debolezza del pensiero di D’Alema. La presidente del Piemonte, Mercedes Bresso è più coraggiosa, pensa che “per riportare al centrosinistra e al Pd i loro voti che non sono passati dall’altra parte, ma sono rimasti congelati per scelta di elettori delusi, il Pd deve darsi al più presto un’identità politica semplice e comprensibile”. Una verità dura, ma semplice. Il partito ancora non ha una identità ed è questo il motivo per il quale è in agonia.

Per Bresso “il voto del 6 e 7 giugno in Piemonte ha sostanzialmente confermato un quadro già noto. Paragonando il risultato delle europee con le ultime regionali, che sono le elezioni più confrontabili perchè hanno avuto la stessa partecipazione, si osserva che il centrodestra ha tenuto i suoi voti. Il centrosinistra ha pagato lo scotto di una forte astensione, ma le sue preferenze non si sono travasate nello schieramento opposto. Il quadro è quello conosciuto di un Piemonte spaccato a metà, che riflette la realtà di un’Italia ugualmente divisa”.

La dirigente ‘padana’ però alla fine entra nello stesso vicolo cieco di d’Alema: “Lo scontento degli elettori del Pd è evidente e per farlo rientrare occorre affrontare al più presto il solo vero nodo politico importante: l’identità del nuovo partito. Occorre decidere se una sintesi politica reale fra le sue anime è possibile. Questo vuol dire chiarire il proprio punto di vista su tutte le questioni. Per esempio, sul fatto che lo stato debba essere laico, siamo tutti d’accordo. Ma si dovrà andare più in profondità, decidere che cosa questo significhi nel concreto. Sarà necessario trovare una sintesi di garanzia per tutti, credo che questo sarà il tema di fondo del congresso. Il Pd deve tornare alla sua ispirazione originaria, che è quella dell’Ulivo. E prima si fa meglio è”.

Fragile la convinzione di D’Alema, che vuole arrivare ad un congresso fondativo dopo la fondazione, illusoria la proposta di Bresso, che vuole trovare oggi una rinnovata identità ulivista. Per tutti e due vale la stessa domanda: ma come, prima si fonda un partito e poi si decide perchè e cosa farà?

Poi ci sono altri dirigenti, esponenti educati al ‘burocratismo’ dell’ex Pci, una delle fazioni più conservatrici di quell’antico partito. Sono gli stalinisti variamente consapevoli, i dogmatici ed i supeficiali, abituati ad omettere e nascondere, capaci di discutere solo nelle segrete stanze, per poi negare di averlo fatto. Persone disabituate al confronto con la società civile, chiuse in un autoreferenzialità nella quale regna il disperezzo per il pensiero critico e si epura chi è intelletualmente autonomo. Buona interprete di quella pattuglia è la vicepresidente del Pd alla Camera, Marina Sereni, che offendendo l’intelligenza degli interlocutori ha dichiarato: “Il risultato elettorale non è drammatico”.

Veltroni, culturalmente vicino a quel gruppo, di certo molto più di D’Alema ed anche se questo dato è ignoto ai più, dopo aver condotto il partito ad un disastro superiore alle più nere previsioni, ha voluto subito dichiarare: “Mi sono dimesso convintamente dal ruolo di segretario e non mi sono più occupato di cose interne nè lo farò. Non mi tirate in ballo per cose che riguardano la vita interna del Pd, quello che gira sono polpette avvelenate. A me sta a cuore il progetto del Pd”.

Poi però l’ex segretario, svelando l’arcano nascosto da anni, ma ben noto a chi ha frequentato i corridoi delle Botteghe Oscure, la vecchia direzione del Pci, ha pronunciato una frase emblematica: “E’ matura una nuova generazione di dirigenti: non uno o due ma un intero gruppo dirigente”.

In una cronaca riportata da ‘la Repubblica’, “un uomo vicinissimo a Franceschini” fa alcune considerazioni. Avrebbe detto l’essei, il ‘soggetto ignoto’ da triller televisivo: “D’Alema e Veltroni tirano la giacca di Dario da domenica notte. Massimo ci ha fatto arrivare mille messaggi per organizzare un incontro e studiare un percorso sul dopo. L’altro ieri attraverso i suoi ambasciatori ci aveva annunciato che avrebbe in qualche modo rotto la tregua perché tirava una brutta aria, voci su candidati dalemiani poco votati, su regioni a loro vicine cedute al Pdl, insomma veleni, hanno detto, cui dovevano rispondere. La reazione di Walter è stata uguale e contraria. Ha spiegato a Dario che il grande successo è quello degli eletti veramente nuovi, i sinceri democratici come li chiama lui: Sassoli, Crocetta… E che per non darla vinta ai conservatori Bersani e D’Alema un segnale di novità in vista del congresso sarebbe stato il ticket con la Serracchiani”.

Lasciando da parte il livello del dibattito, le parole dell’essei suggeriscono che sia Veltroni, smentendo il disinteresse per la ‘vita interna’ del partito, a proporre uomini o donne (Serracchiani), suggerire, voler rompere presunte alleanze tra altri.

Le componenti interne del Pd sono molte, hanno identità, provenienze e sopratutto idee diverse. Al momento gli ex Dc sono acora nell’ombra. Però nessuno ha un progetto reale, altrimenti sarebbe cominciata la discussione sui nodi veri: la laicità, le appartenenze alle ‘famiglie politiche europee’ e sopratutto le questioni del bipartitismo, del bipolarismo e delle alleanze.

Invece, ‘la Repubblica’ riportando una triste cronaca, ha scritto: “Una settimana fa, a notte fonda, il segretario provinciale di Prato si sfogava con Gianni Cuperlo: “Mi sento mortificato da questa storia della Serracchiani. Non per lei, per il messaggio che è passato. La promozione casuale, il mito dell’outsider, dell’extra politico. Noi allora che ci stiamo a fare?”. Tanti nuovi dirigenti locali sono professionisti, impiegati che si fanno il giro dei circoli prima di tornare a casa la sera, dopo il lavoro. E se il loro impegno venisse a mancare?”.

In queste ore sembra essere ripartita l’offensiva del centro destra e questa volta non sono previsti prigionieri. I rischi per la democrazia sono evidenti, la capacità di orientare l’opinione pubblica del Pd è quasi inesistente.

Il paziente è in coma, ma sembra che i medici siano preoccupati per il suo abbigliamento.

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