Un fantasma al Lingotto
Un gruppo di ‘giovani’ del Pd si è riunito a Torino ed ha fatto concorrenza ai ‘vecchi’.
Nella giornata di sabato una delle innumerevoli correnti del partito si è riunuta a Torino, in un’assemblea organizzata dai cosiddetti ‘piombini’ o ‘i Mille’, capitanati da Giuseppe Civati, Paola Concia, Sandro Gozi, Marta Meo, Ivan Scalfarotto e Luca Sofri.
In piena campagna elettorale ‘interna’ si sono presentati anche Franceschini, Bersani, Chiamparino, Fsssino e l’astro nascente Serracchiani.
Intanto, nella mattinata era stata pubblicata un’intervista a Veltroni nella quale l’ex segretario aveva detto: “Ma davvero c’è qualcuno che pensa di ripresentarsi con un’armata Brancaleone da Cuffaro a Ferrero? Si vede che la storia non insegna nulla”.
Fermo nella sua visione isolazionista, Veltroni ha mostrato rancore verso l’apparato del partito “Il problema ero io. Per questo mi hanno tolto di mezzo” e poi ha aggiunto che “in settori del partito era diventato più importante fare l’opposizione al segretario che a Berlusconi”.
Dando l’impressione di non aver ancora capito i motivi reali della crisi del Pd, l’ex segretario ha ricordato la manifestazione a Roma del 25 ottobre dell’anno scorso. “L’ho capito paradossalmente nel giorno più bello, il giorno del Circo Massimo. Ero commosso”, ha sostenuto spiegando che i sondaggi “ci avevano riportato al 30 per cento. Ma con la coda dell’occhio vedevo alle mie spalle il palco dei dirigenti” e alcuni avevano “l’espressione di chi ha appena perso un congiunto”. “Era un successo di tutti, ma lo vedevano come un mio successo e avrebbero preferito un fallimento. Quel giorno ho capito che sarebbe stato un calvario per il Pd”.
Forse unico tra tutti i giornali italiani, ‘InviatoSpeciale’ scrisse a commento della giornata: “Tristemente quella di ieri non è stata la dimostrazione della passione, della voglia di riscatto, della orgogliosa esplosione di un’identità collettiva forte e travolgente, ma una operazione di plastica, di marketing politico, nella quale il quasi milione di partecipanti non ha trovato motivi per soridere o piangere, emozionarsi e sentir d’essere. Ha camminato [...] Veltroni, nel giorno della sua occasione, con un comizio grigio e senza idee forti, ha forse firmato la sua sconfitta”.
L’assemblea di Torino non ha saputo uscire dalla strategia lanciata dall’ex segretario in mattinata, cioè quella della rottura a tutti i costi, e non è stata in grado di risolvere il problema centrale del partito, ovveo l’identificazione del blocco sociale cui rivolgersi per erodere e contrastare quello che sostiene il centro destra.
Un segnale molto chiaro della ormai incurabile malattia che ha già esaurito qualnque spinta propulsiva del Pd è arrivato quando nella sala 500 del Lingotto è antrato il segretario Franceschini. Tra fischi ed urla, una militante ha gridato: “Il Pd non sono loro, siamo noi”. Il motivo del piccolo tumulto era l’attenzone che fotografi e troupe televisive avevano prestato all’arrivo del leader, un fatto abituale nelle kermesse politiche, ma non tollerato dai partecipanti all’iniziativa. Un canyon separa i gruppi dirigenti dagli aspiranti successori ed il tutto avviene mentre nessuno è in grado di esporre un progetto politico alternativo a quello della maggioranza al governo.
Consiglieri comunali, semplici miltanti, sindaci si sono succeduti sul palco per tutta la giornata, ma in una ripetitiva e noiosa sequenza di interventi banali, didascalici, spesso sgangherati. La vicesindaco di Vicenza, Alessandra Moretti, tra i vari oratori, ha parlato con orgoglio della vittoria del Pd nel nella sua città e in controtendenza rispetto ai risultati nel nord del Paese,”non nella padania che non esiste”, e poi ha aggiunto con soddisfazione che è stato possbile grazie “all’ascolto del territorio” e a provvedimenti conseguenti, come quello che limita al 30 per cento la presenza di stranieri nelle classi scolastiche. Un regime di apartheid, per la rappresentante vicentina del partito, era diventato un “esempio da esportare”.
Michele Fina, segretario del Pd dell’Aquila nel suo discorso ha auspicato che il Pd diventi “un partito che abbia una missione, intorno alla quale costruire alleanze politiche e sociali”. Cristiana Alicata, romana ed omosessuale, ha tirato fuori un foglietto con delle domande ed ha chiesto a Franceschini: “Appoggerai il disegno di legge contro l’omofobia”. Poi ha insistito: “Parteciperai-parteciperete mai al Gay Pride?”. “Ti batterai, vi batterete per noi?” “Potrò mai sposarmi con la mia compagna, il mio partito farà mai con me questa battaglia?”. Infine ha proposto il suo gruppo dirigentw, quasi si fosse al baretto a chiacchierare della nazionale di calcio che verrà:“Zingaretti, Chiamparino, Serracchiani, Civati, Renzi, Bresso, Melandri, Pittella, Cuperlo, Scalfarotto, Concia”. “Se poi c’è anche la Binetti va bene, ma questa è la mia squadra”. “Prendiamoci il partito, non andiamo a rimorchio”.
Il filo comune tra gli interventi era la genericità delle argomentazioni e l’intransigenza nei confronti dei vertici partito, con alcune punte pessimistiche (”così non vinceremo mai”) oppure (”partito liquido? no evaporato”) ed ancora (“una direzione deprimente, quella di ieri”).
Serracchiani, la ‘contestatrice’ in fase di ‘cooptazione’ nel gruppo dirigente, dopo il successo elettorale nel quale ha ottenuto più preferenze personali di Berlusconi, non ha voluto ancora mostrare le proprie carte, anche se appare ‘veltroniana’ nell’approccio alle cose. Ha dichiarato la nuova icona del partito: “Non abbiamo bisogno di un capo, di una figura salvifica, del messia. Queste figure lasciamole agli altri. Noi abbiamo bisogno di una squadra, di una classe dirigente che non si accontenti di vincere il congresso ma pensi di governare le regioni nel 2010 e vincendo le politiche nel 2013. Abbiamo bisogno che qualcuno dei dirigenti attuali non si faccia da parte, ma accetti e si assuma la responsabilità di un patto generazionale: che di dica: vi aiuto a essere la classe dirigente che governerà questo Paese”.
Giuseppe Civati, tra gli organizzatori, è stato apologetico: “Noi siamo quelli che nessuno stava aspettando”. “Vogliamo dimostrare che il Lingotto non porta sfortuna” ha aggiunto riferendosi all’avvio della ‘fase del Lingotto’ sfortunata impresa inventatata da Veltroni ed ha concluso banalmente: “Si deve passare dal si può fare al fare qualcosa, dal ‘ma anche’ a ‘quello e non altro’”.
I big di passaggio hanno più o meno seguito la linea del basso profilo, ripetendo cose già più che note. Il primo è stato Chiamparino, impegnatissimo a difendere il proprio passato, ma facendo in modo di non essere troppo esplicito. Ha detto di parlare da “diverso”, di essere una persone che ha “una storia di cui non mi vergogno e che è stata per me una proficua infatuazione”, ma anche di vedere “una straordinaria potenzialità nell’incontro di diversità”.
Il sindaco di Torino sa di poter diventare la ‘terza soluzione’ per la segreteria ed ha imparato negli anni a non scoprirsi. “Non facciamo la critica alle intenzioni” ha premesso e poi ha continuato: “Sono stato io ad avvertire il rischio di congresso che non parli al Paese ma guardi al nostro interno”.
Tradizione e diversità, senso critico e saggezza, un colpo al cerchio ed uno alla botte. Il ritornello ormai tradizionale nel Pd, quello del rimanere in bilico. Poi Chiamparino ha continuato: “Io ho questo attegiamento: vedere quali sono le idee in campo, valutare e decidere tenendo conto quali sono i problemi fondamentali a cui noi dobbiamo dare una risposta”.
Sempre sul doppio binario del bilico tra una cosa ed il suo contrario il sindaco di Torino è dell’dea di dover riavvicinare libertà e giustizia sociale, ma superando la paura della globalizzazione che ha portato gli operai a votare per la Lega. Per lui è la ricetta che il Pd deve adottare per “costruire un’alternativa credibile a Berlusconi”. E il mezzo per farlo è quello di “liberare risorse per rilanciare il welfare”. “La sinistra in Europa non è più interlocutrice sulla globalizzazione ed è anche prigioniera della paura indotta dalla globalizzazione. Lo stato sociale, divenuto modello civile europeo, è messo in crisi dall’elevato debito pubblico che rende difficile far funzionare il welfare. Ma se si vuole tornare a riavvicinare libertà e giustizia sociale, che è il vero nodo che oggi dobbiamo affrontare, occorre trovare il modo di liberare risorse da destinare proprio al welfare. Per farlo occorre intervenire sui settori protetti e garantiti per prelevare di lì quanto occorre a rilanciare lo stato sociale. Questa è l’unica strada percorribile se non si vogliono fare proclami ma incidere sulle questioni. Solo costruendo più case popolari e più asili nido – ha concluso Chiamparino – si può rispondere concretamente alle paure degli operai che votano Lega dicendo che noi diamo le case e gli asili nido agli immigrati”.
E la segreteria? “Se penso alla candidatura? Certo che lo faccio” ha risposto ad una domanda di Sky Tg24 subito dopo il suo intervento. “Passo tutto il giorno a pensare – ha aggiunto – ed è giusto riflettere anche sulla candidatura visto che tantissime persone sono venute a chiedermi di scendere in campo. Ma la priorità è quella di rispettare il mandato da sindaco che mi hanno assegnato tutti i cittadini di Torino”.
Franceschini, fedele alla sua nuova immagine di intransigente outsider (senza ricordare di essere stato il braccio destro del suo predecessore) ha detto: “Se verrò eletto, chiamerò con me sindaci, parlamentari radicati nel territorio, persone della società civile. Senza nessun riferimento ad appartenenze e a nomi dati da quelli che contano”. Poi ha assicurato i presenti che terrà conto della loro voglia di rinnovamento spiegando che si tratta di “un problema che riguarda il gruppo dirigente”. “Il rinnovamento bisogna conquistarselo con il sudore, dal basso. Non è come il nuovisimo, uno stato dell’animo”. Analizzando il presente il segretario ha sostenuto che “abbiamo di fronte una destra italiana che ha costruito una identità basata sulla stabilità. Con messaggi precisi: paura, sicurezza, lasciar fare fuori da fastidiose regole. Con un leader unificante. Una sensibilità comune”.
Per Franceschini “l’instabilità dei soggetti politici, dei leader” è stato un limite per il partito e per questo motivo “non siamo riusciti a trasmettere con chiarezza e costanza i nostri valori fondanti”.
Il segretario ha ammesso: “Non siamo riusciti a vincere. Il nostro obiettivo era arginare la destra e salvare il progetto del Pd”, ma si è anche assolto:”E mi pare che questo progetto ci sia”.
Bersani, intervenuto subito dopo, è stato un po’ più concreto: “Ero venuto per ascoltarvi con l’intenzione di non rubarvi spazio” ha cominciato subito dicendo una piccola bugia ed ha continuato: “Nuova generazione, meccanismi di partecipazione, le cose che si sono dette questa mattina nella mia piattaforma non le sottovaluto affatto”, però non ha cercato di blandire i partecipanti all’iniziativa: “una nuova generazione non c’è da inversarsela, c’è da riconoscerla, facendo sì che sia pienamente protagonista della discussione politica che avverrà al congresso e che io propongo che sia incentrata su noi e l’Italia. Gli italiani devono capire che stiamo parlando di loro e in particolare ai ceti popolari e porduttivi di questo paese da cui noi ci stiamo distaccando. Se perdiamo questa occasione si apre una questione molto seria per la gente che vogliamo difendere”.
L’ex ministro dello Sviluppo economico nel governo Prodi presenterà la sua piattaforma il primo luglio, ma al Lingotto è apparso il più ‘socialista’ tra tutti gli intervenuti ed è anche più lucido: “Se perdiamo questa occasione credo che si porrà una questione seria. Seria per i nostri ideali, seria per i nostri valori, seria per gli interessi e la gente che noi vogliamo difendere. Gli italiani devono capire che stiamo parlando di loro e di noi in quanto bogliamo essere più utili a loro e in particolare ai ceti popolari e produttivi del nostro Paese, da cui ci stiamo distaccando. Questa è la mia idea”. “Mi sono rivolto in particolare alla nuova generazione che è in campo perchè non c’è bisogno di inventarla, ma di riconoscerla facendo in modo che sia pienamente protagonista della discussione politica che avverà al congresso che io proporrò sia centrata sull’Italia”.
A differenza di Chiamparino, che associa passato e diversità per non scontentare nessuno, per Bersani l’origine di classe è un punto di forza. “Il nuovo, va bene.Ma alle spalle abbiamo 150 anni di responsabilità, non è questione di Dc, Pci, compromesso storico, ma di 150 anni di storia popolare, di gente che ha fatto sacrifici e ha pagato prezzi ben più alti dei nostri”.
Neppure il candidato alla segreteria ha nascosto la realtà: “Questo congresso può farci fare un passo avanti. E’ il primo congresso. Fondativo. Facciamo una discussione politica sull’Italia. E intanto diamoci strumenti nuovi di partecipazione. Io punterò sul territorio” e criticando esplicitamente il pensiero veltroniano ha concluso opponendosi “partito liquido” perchè “chi lo vuole io penso che abbia rinunciato a cambiare la società”.
Mentre i leader dell’apparato erano andati via per occuparsi di cose ‘serie, ovvero organizzare le truppe cammellate per arrivare al congresso con pacchetti consistenti di tessere e di sostenitori, uno degli organizzatori, Ivan Scalfarotto ha concluso il dibattito con un intervendo nel quale è inutile riferire, perchè del tutto privo di spessore polico.
In un resoconto della giornata, una partecipante, Tania Passa, ha scritto: “Si perchè quando si respira il sogno di voler cambiare il mondo, vuol dire che il futuro è già iniziato.E quando basta una mail, un blog e un coro di idee per organizzare il miglior dibattito che il Partito Democratico abbia mai prodotto fino ad oggi, ci sono anche i mezzi. Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita politica, ci sono le idee, le persone, le capacità, le competenze e l’umanità che questo Paese e il centrosinistra aspettava, quindi coraggio piombini ora si costruisce un partito vero. C’è bisogno davvero di tutti e, perchè no, di un terzo candidato”. Mostrando così il goco di sempre, la ricerca del potere nel partito, il “un terzo candidato”.
Mario Adinolfi, un blogger misteriosamente inserito della direzione del Pd, da lontano ha sfidato i ‘nuovi’ del Lingotto ad esprimere una candidatura alla segreteria del partito senza
Ha scritto il ‘nuovo’ in competizone con gli altri ‘nuovi’: “Io non sono andato al Lingotto. Non m’è arrivato l’invito. Le vecchie ruggini potevano essere superate. Ma a questo punto, devono esserlo. E allora fatemi fare una domanda a quelli del Lingotto: dopo due anni avete trovato il coraggio di esprimere una candidatura alla segreteria nazionale del Pd? Se quel pizzico di coraggio lo trovate, superando anche le divisioni e sotterranee gelosie tra voi, fate un fischio e vediamo di non andare separati a questo congresso. Andiamo oltre le vecchie ruggini. Se il candidato lo trovate – ha aggiunto Adinolfi – metto da parte la mia solita spocchia e provo ad imparare la lezione. Però scegliete, insomma, per una volta, senza chiacchierare e basta per trovarsi così tutti d’accordo sull’ovvio. Scegliete e dunque discutete e magari scannatevi un pò tra voi. Può essere liberatorio. Poi, tutti uniti, andiamo alla battaglia vera”.
Il Pd non esiste più, a patto sia mai esistito.


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