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Pd: un partito virtuale

Autore: . Data: giovedì, 25 giugno 2009Commenti (0)

Dopo Bersani anche Franceschini affida al web lo ‘scoop’ della sua candidatura a segretario. Forse credono di essere a Teheran.

crisiComunicare è difficile, imparare a farlo ancor di più, ma il metodo delle dichiarazioni di intenti via internet per proporsi segretari di un partito è decisamente una delle bizzarrie più divertenti degli ultimi anni. Non siamo in Iran, dove si arresta chi cerca di incontrarsi nel ‘mondo reale’ e parlare. In Italia esistono ancora piazze, teatri, stadi e palazetti dello sport dove invitare le persone in carne ed ossa per dire quello che si pensa. Ma comprendere che la tecnologia è solo un mezzo e non il messaggio è difficile per chi vive in un mondo senza ormai più rapporti con la società civile.

Prima dei ballottaggi, Veltroni, accecato dall’invidia per lo spazio che i media avevano dedicato a D’Alema e ai suoi pensieri sul futuro del Pd si era affacciato su Facebook per organizzare una riunione di nostalgici del Lingotto e gridare al mondo il suo “no al ritorno al passato”. Il metodo internet deve essere piaciuto a Bersani, che martedì lo ha seguito nella rete per informare quelli che già lo sapevano della sua discesa in campo per l’ambito posto di segretario. Meno di ventiquattro ore dopo, con un ‘ultratecnologico’ messaggio tipo ‘Youtube’ è stata la volta di Franceschini, anche lui pretendente al trono del partito che non c’è.

Un tempo, quando ancora gente assennata incontrava i militanti, i dirigenti, discuteva di politica, faceva proposte, a guidare i partiti erano quelli più bravi o almeno i più rispettati dalla ‘base’.

Oggi le cose sono cambiate e così si mette un annuncio su internet e si da vita ad una specie di webconvention alla quale partecipa qualche blogger strambo, un numero molto ristretto di maniaci dei post e la pattuglia militante della ‘sezione digitale’.

Non è neppure necessario esporre le proprie idee, dire cosa si vuol fare, presentare un programma. Così i due aspiranti segretari hanno messo insieme un certo numero di parole per dire la cosa più seplice del mondo: “Vogliamo comandare”.

Bersani per farlo ha scritto banalità del tipo: “Con i ballottaggi si è chiuso un appuntamento elettorale difficile. Bisogna riconoscere l’impegno e la mobilitazione senza risparmio di centinaia di migliaia di militanti, candidati e dirigenti, segretario in testa. Abbiamo davvero combattuto e non sono mancate le buone prove, sia dove abbiamo vinto sia dove abbiamo perso. Nell’insieme non è stato un risultato buono per noi, ma non tanto cattivo da impedirci di vedere che la destra deve ridimensionare le sue aspettative e che noi possiamo riprendere il cammino”.

Poi, dopo non aver deto nulla sulla botta da dieci punti in meno alle europee, il candidato emiliano ha aggiunto: “Riprendere il cammino significa innanzitutto riconoscere senza esitazioni che ci sono cose da correggere, alla luce dell’esperienza dei nostri primi venti mesi di vita. Abbiamo dunque bisogno di un confronto aperto e positivo; dobbiamo sottrarci ai personalismi ed alle semplificazioni che sembrano ormai una cosa sola con i meccanismi di comunicazione e che spesso ci prendono la mano”.

A questo punto un medio navigante ha cambiato sito ed è passato forse a Dagospia. Inconsapevole della cosa Bersani ha scritto ancora a lungo, ma l’unica frase che vale una citazione è questa: “Dobbiamo discutere anche di noi, cioè della nostra effettiva capacità di essere utili ad una Italia migliore. Per essere utili, dobbiamo costruire la nostra identità e renderla percepibile. Per essere utili non possiamo essere soli, ma dobbiamo impegnarci a costruire un campo di forze capace di indicare una nuova prospettiva politica. Per essere utili dobbiamo avere un partito che funzioni, che operi attraverso una partecipazione vera e produca il rinnovamento traendolo dalla realtà del territorio”.

In parole semplici e concise l’ex Presidente della Regione Emilia-Romagna ha amesso che il Pd non sa ancora se è “utile”, ma che per tentare di esserlo mancano tre cose: l’identità, la linea politica, la struttura organizzativa. La capacità di sintesi non è per tutti.

Per Franceschini lo sforzo comunicativo è stato intenso. Nel suo video, messo in un riquadro sormontato dalla misteriosa scritta “Videoracconto – per non tornare insietro”, che sembrava introdurre la confessione di qualcuno con problemi di tossicodipendenza, ha detto: “Mi candido per portare il Pd nel futuro, per cambiare, per non tornare indietro. Non posso, non posso riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima, molto prima di me. In campagna elettorale avevo detto ai cittadini che la stagione della litigiosità era ormai definitivamente alle spalle. Oggi non mi sento di tradirli, per questo mi candido”.

Un buon pubblicitario avrebbe consigliato all’attuale segretario di non sottolineare i propri fallimenti, perchè se dopo aver detto che “la stagione della litigiosità era ormai definitivamente alle spalle” adesso deve candidarsi per non “riconsegnare il partito a quelli che c’erano prima” afferma di aver mentito.

Poi Franceschini ha spiegato che la ‘discesa in campo’ nasce contro il riemergere di “molti degli errori compiuti dal protagonismo alla litigiosita’” ed assicurato: “Non farò nessun accordo di Palazzo, nessuno scambio di incarichi tra big nazionali, nessun patto, non ci sarà nessuna garanzia per nessuno”.

Un normale cittadino interessato al quiz, cioè alla sua ipotesi politica, a questo punto si domanda: “Cosa vuole fare costui?” Franceschini nel suo filmato lo gela: “La mia proposta programmatica e organizzativa sarà offerta direttamente alla base, agli iscritti e elettori, a chi vorrà venire a scegliere il segretario nazionale direttamente alle primarie di ottobre”.

Ma guarda, vuol diventare segretario e ‘si riserva’ di dire come e perchè in un’altra occasione?

Ad un medio analista basta poco per capire quando un’azienda è decotta. Infatti il sicuramente acuto Giuliano Amato, abituato dai modi spicci di Craxi a non dilungarsi troppo, ha commentato la corsa alla segreteria del Pd in questo modo: “Io sono vecchio, risalgo ai tempi che precedono le primarie”, che “purtroppo hanno grande valore democratico, ma esprimono solo Frank Sinatra contro tutti. In una situazione come questa, c’è un gran bisogno di un gruppo dirigente coeso. Sette piccoli indiani che lavorano insieme e che dicono alla tribù: siamo tutti uniti”.

Superando da buon politico i personalismi per cercare il senso delle cose, Amato ha concluso: “Vedrei volentieri il coagularsi di un gruppo dirigente che esprime concordemente un segretario e che rimanda al futuro la scelta di Frank Sinatra; anche perchè Frank Sinatra non c’è. Io voglio bene a tutti questi giovani, ma non vedo tra di loro The Voice. Un piccolo coro sarebbe più adatto. Dagli elettori viene un segnale: siete ancora in tempo a costruire un partito; per cortesia fatelo”.

Per adesso i diretti interessati si occupano di fare i webmaster, domani non si sa.

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