Fiat conta gli esuberi. Ma produce all’estero
A Pomigliano e a Termini Imerese gli operai finiscono in cassintegrazione, ma chi acquista una Fiat Punto aspetta sei mesi per la consegna. Un articolo per “Tu Inviato”
Fare della strategia aziendale è difficile di questi tempi, soprattutto considerando che le aziende e il loro futuro dipendono dallo scacchiere internazionale, da giochi politici, dalla necessità di mantenere i giusti rapporti ed equilibri.
Non si tratta solo di produrre in modo ottimale, mantenendo costi e prezzi competitivi per poi vendere all’estero: in economia, come in tanti altri settori, la “patria” non trova più spazio. Bisogna sottostare alla legge del potente altrimenti si rischia di essere tagliati fuori dal mercato.
Nonostante Marchionne abbia definito la Fiat un “punto fermo di questo Paese” alle parole non sembrano seguire i fatti. Basta farsi un giro per le concessionarie per rendersene conto: ci sono testimonianze di acquirenti di Fiat che hanno prenotato una Punto ad aprile con consegna a settembre. La motivazione del concessionario? “Ci sono molte richieste”.
Ma come, non ci viene forse raccontato che per colpa della crisi non si vendono auto? Ma come, vogliono chiudere Termini Imerese e Pomigliano, ci sono ogni giorno nuovi cassintegrati eppur ci viene detto che ci sono troppe richieste da evadere?
Solo in seguito si scopre che a Pomigliano e a Termini non viene prodotta la Punto, bensì l’Alfa e la Lancia. E siccome per queste due auto la richiesta scarseggia, gli stabilimenti sono in crisi.
Invece la Punto è costruita in India, in America e anche nei Paesi dell’Est. Da qui i tempi di consegna dilatati.
E se l’auto di punta della gamma è costruita fuori dai confini nazionali, la Fiat si giustifica sostenendo che non può non cedere agli accordi e alle pressioni dei potenti; se rifiutasse gli accordi non potrebbe vendere più all’estero. Dovrebbe, questa giustificazione, spiegare e rasserenare le tute blu?
Davvero non potevamo trattenere in Italia la produzione delle auto Fiat più richieste qui e all’estero? A quanto pare no.
Perche l’economia, come la politica, tentano sempre più a rappresentare il bene della nazione, ma offrono merci di scambio per allargare il potere e il giro d’affari, anche a costo di ghigliottinare i propri connazionali.
Roberta Lemma


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