Europa: la crisi della sinistra
Secondo molti commentatori nel continente spira un vento di destra, ma non è del tutto vero.
In realtà i dati delle elezioni hanno visto due grandi ed unici vincitori, l’astensionismo ed il distacco da Bruxelles dei cittadini. Nei Paesi dell’ex Est comunista, che hanno ancora problemi a comprendere completamente le regole della democrazia, la Slovacchia registra il tasso più basso di elettori, solo il 19,6 per cento. Lo stesso in Lituania, 20.88 per cento; Romania, 27,2; Polonia, 27,4; Repubblica Ceca, 27,84; Slovenia, 28,02 e Ungheria, 36,29.
Nell’ovest del continente le cose non sono andate meglio. In Olanda ha votato il 36,5 per cento, in Portogallo il 37,05; in Francia il 40,48; in Germania il 43,09 e in Spagna il 45,81. Solo in Belgio e a Malta è andata bene, con i rispettivi ’85,8 per cento e 78,81. In Italia ha votato il 66,46 per cento, cinque punti in meno rispetto al 2004.
I 375 milioni di europei, insomma, in gran parte non si sentono affatto uniti. Il dato non sorprende, perchè Strasburgo e Bruxelles sono lontane dal cuore dei cittadini e l’Unione è percepita come la responsabile dell’invenzione dell’euro e non come l’occasione per aprire le frontiere e costuire una casa comune e più accogliente.
Quando tanta gente decide di ignorare un’elezione è ovvio che emergano le forze che sanno coinvolgere di più. Così si spiega meglio la comparsa dei razzisti o di una certa destra reazionaria e non in casi rari violenta.
Ha pesato l’incapacità del Parlamento europeo nel sapersi mostrare come un protagonista dei diritti civili, l’artefice della realizzazione del sogno di eguaglianza e di prosperità condivisa alla base della fondazione della Comunità europea. L’Europa non è stata argine contro la crisi, ma piuttosto ha punito i cittadini con una moneta nuova, costosa ed antipatica.
La richezza del Vecchio continente, inoltre, attira i poveri di tutto il mondo. Perchè la crisi finanziaria che ha colpito l’Occidente è giovane, mentre la miseria di Africa, parte dell’Asia e dell’America latina è antica e peggiora giorno dopo giorno.
L’arrivo di tanti migranti spaventa gli ‘indigeni’ che abitano un luogo nel quale si sono costruite le flotte per commerciare gli schiavi e si sono inventati il colonialismo, i lager nazisti ed il fascismo e dove si è a lungo ritenuto che essere bianchi sia un attestato di superiorità .
Così questo mix di stanchezza e distacco ha generato l’astensione e punito non solo i partiti della sinistra, ma anche quelli conservatori. Hanno perso tutti, chi più e chi meno, in tutti i Paesi.
Non hanno perso le forze politiche più ‘definite’, dai Verdi in Francia, Germania, Grecia, Belgio ai razzisti specialmente nell’Est, ma anche in Olanda e Gran Bretagna. Definire come crisi quella dei partiti socialisti o socialdemocratici è una semplificazione. In realtà nessuna di queste formazioni ha una idea chiara del progetto da proporre, più che momentaneo malesessere si potrebbe pensare alla fine della loro spinta propulsiva.
In Svezia è riuscito ad ottenere voti anche un partito ‘digitale’ e ‘radical’ di giovani e giovanissimi, che mostra quanto la politica democratica e riformatrice debba rinnovarsi per recuperare la credibilità necessaria per crescere. I Pirati sono un fenomeno da osservare.
Il ‘riformismo’, i modelli socialdemocratici, non riescono a tenere il punto, a coinvolgere. Ma questo non vuol dire ‘vento di destra’, ma solo necessità di innovazione. In Europa non c’è un candidato come Barak Obama, nessuno ha il coraggio di proporre riforme strutturali e nello stesso tempo dovrebbe preoccupare la presenza di formazioni razziste o xenofobe, perchè è in questo continente che sono nati i mostri della storia occidentale.
Le cosiddette radici ‘cristiano-giudaiche’ propagandate dai conservatori in realtà non esistono, perchè fino alla fine della Seconda guerra mondiale quelle cristiane si mobilitavano per discriminare i giudei, fra ghetti, esclusioni e violenze, fino allo sterminio degli anni trenta e dei primi anni quaranta.
Così appare superficiale parlare di crescita della conservazione, perchè anche in questo caso la storia europea è complessa e molto antica.
Per l’Italia, poi, un fatto appare chiaro. Berlusconi ha perso ed il Pd pure. I due superpartiti, che hanno persino imposto lo sbarramento al 4 per cento (inventandolo alla vigilia della campagna elettorale pur di ‘eliminare’ qualunque altro scomodo concorrente) hanno visto sconfitto il piano del bipartitismo imposto per legge. Lega, Di Pietro e Udc sono lì a dire che il progetto è naufragato. E si tenga conto che se Vendola ed i suoi colleghi non avessero deciso di suicidare se stessi e Rifondazione uscendo dal partito a pochi mesi dal voto oggi a sinistra ci sarebbe una formazione da 6,5 per cento.
Il centro destra guidato dal Cavaliere ha sfiorato il 46 per cento, ma gli ‘altri’ di centro sinistra hanno il 43,5 e l’Udc il 6,5. In politica non vale l’aritmetica, ma comunque Berlusconi che si accreditatava ad oltre il 70 per cento di gradimento è in minoranza nel Paese, anche se televisioni, giornali e informazione in generale non stanno sottolineando la cosa con sufficiente energia.
E dopo un anno di proclami, sondaggi sbandierati, ardite operazioni propagandistiche permesse dal controllo quasi totale dei media per l’Uomo di Arcore è un colpo duro, dal quale si spera non voglia riprendersi accentuando ulteriormente le sue tendenze autoritarie, demagogighe e reazionarie. Speranza che sarà certamente tradita, però.
Lo scenario delle elezioni locali è più complesso e solo nelle prossime ore sarà possibile definire i contorni reali dei risultati. Certo, le forze governative hanno avuto un successo, ma grande quanto avevano preannunciato? No, decisamente. Ci sono i ballottaggi ed è lì che si potrà comprendere davvero cosa c’è nel cuore degli elettori.


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