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Baghdad addio?

Autore: barbera. Data: martedì, 30 giugno 2009Commenti (0)

Oggi le truppe americane lasciano la capitale irachena, ma non finisce l’incubo dell’occupazione comiciata nell’aprile di sei anni fa.

rangerArrivare nella capitale irachena via terra era già difficile in quell’inizo estate del lontano 2003, subito dopo l’entrata dell’esercito Usa. Il viaggio era lungo, oltre dieci ore di macchina partendo da Amman, in Giordania, in gran parte attraverso un deserto infuocato. Appena arrivati alla frontiera tra il tranquillo Regno Hascemita e la cittadella di uffici che segnava l’entrata in Iraq si capiva che qualcosa non funzionava. Una fila impressionante di autoveicoli era ferma alla dogana giordana, per pagare la tassa di uscita. Nessuno arrivava dall’altra parte, tentava di allontanarsi dal Paese sconfitto dalla Coalizione e ‘finalmente libero’.

I viaggiatori per Baghdad erano in gran parte contrabbandieri: bisarche piene di auto senza targa e documenti, forse rubate, forse comprate a due dollari in qualche rivendita malfamata. E furgoni con parabole e decoder satellitari, condizionatori d’aria, televisori a schermo piatto, telefoni satellitari Turaya. La dogana era inesistente, nessuno controllava nulla ed oltre la barriera, una terra di nessuno di un paio di centinaia di metri, c’era la garitta irachena ed un omino in borghese, che non si interessava di niente. Il poveraccio indossava una camicia di terital bianca, sdrucita e sbottonata, dei pantaloni grigio elettrico probabilmente serviti in passato per un matrimonio, non si faceva la barba da tre giorni e lavorava gratis, perchè non sapeva più chi fosse il suo padrone.

Al coperto sotto una tettoia, vicino a quello che era stato fino a pochi giorni prima il comando della polizia, sostava una pattuglia di ranger americani in tuta mimetica da combattimento, giubbotto antiproiettile, casco, grappoli di bombe a mano in una bisaccia ed un enorme fucile mitragliatore tra le mani col dito sul grilletto. I militari stavano intruppati in un angolo, guardinghi, sudati nel loro armamentario da guerra, visibilmente stremati dal caldo e dallo stare immobili senza far nulla. Gli Hammer parcheggiati a dieci secondi correndo, con a bordo l’autista, erano già in posizione per scappare.

L’intero complesso di uffici, abitazioni per i poliziotti, sale comuni, celle e stanze per interrogatori, insomma il piccolo borgo che ospitava le decine di funzionari a guardia del prezioso confine, era già caduto in disgrazia. Vetri rotti, mobili rubati, porte divelte, sedie sfasciate. Era l’accoglienza che l’iraq ‘democratico’ riservava a chi era tanto imprudente da voler andare oltre.

L’autista del Land Cruiser che ci stava accompagnando, un gioviale e simpatico esperto di trasporti ‘a rischio’, cambiò espressione e la calma del suo faccione abbronzato fece spazio ad un viso tirato, preoccupato, stanco.

Due altri fuoristrada giapponesi stavano ad aspettarci, la scorta minima per tentare di arrivare incolumi a destinazione. L’autostrada voluta dal dittatore era come una highway americana, larga, ben asfaltata, con le corsie divise tra loro da uno sterrato di una decina di metri. Ai lati, man mano che si andava avanti, tutti i tralicci dell’alta tensione erano piegati su se stessi, colpiti dai missili degli aerei da caccia dei conquistatori. I ponti distrutti da altri missili e grandi voragini ogni tanto segnalavano che sulla strada erano state sganciate le bombe. Di tanto in tanto si incontravano le carcasse carbonizzate di vecchi autobus. Erano i mezzi di fortuna usati dai volontari che avevano cercato di unirsi alle truppe di Saddam senza riuscire neppure ad uscire dal deserto, polverizzati dall’aviazione alleata a poche decine di chilometri dal confine.

I mezzi pesanti viaggiavano in gruppo, le rare macchine in piccole carovane. Ogni distrazione poteva essere fatale, perchè gli ‘alibaba’, i predoni, erano già padroni della strada e rapinavano ed uccidevano senza scrupolo i viandanti per rubar loro tutto.

Quando il deserto finalmente lasciava il posto alla irripetibile pianura fertile che annunciava l’Eufrate, la velocità già sostenuta dei fuoristrada diventava una vera corsa di Formula 1. Ar Ramadi era vicina e con la cittadina si entrava in una specie di triangolo della morte, che comprendeva Al Abbaniyah e finiva ad Al Fallujia. Dopo oltre sei ore di strada avevamo incontrato non più di dieci auto che andavano nella direzione opposta, subito l’inseguimento di due auto di banditi armati di Ak47 ed il peggio doveva ancora venire.

Il triangolo era totalmente fuori controllo. Mentre le prime formazioni integraliste erano impegnate nell’addestramento e nell’affissione di striscioni coi versi del Corano, gli ‘alibaba’ si dilettavano in rapimenti, furti, omicidi e rapine. L’autostrada fiancheggiava istituti scolastici, ripetitori telefonici e televisivi, capannoni industriali, piccole centrali di smistamento dell’elettricità. Nulla era in piedi, tutto era stato rigorosamente smontato, depredato, distrutto dalla una furia criminale che aveva rubato l’anima a molti.

Di americani e forze della Coalizione c’erano solo le scie di polvere che lasciavano i convogli blindati lanciati in corse ancor più furiose della nostra. Bisognava stare all’erta, pretendevano la precedenza e sparavano quando se la vedevano negata. L’Iraq liberato appariva un inferno già prima di sfiorare la capitale, che di quell’incubo era il luogo in assoluto più pericoloso.

Baghdad si presentava con un’imponente sistema di svincoli stradali, immersa in una cappa di smog giallo, tonnellate di spazzatura non raccolta, strade deserte, serrande abbassate ed un silenzio incombente ed innaturale. Perchè i larghi maciapiedi facevano pensare al via vai continuo dei suoi oltre sei milioni di abitanti, al traffico automobilistico caotico di tutte le metropoli dell’area, alla giocosa allegria della gente di quei posti.

Gli edifici pubblici erano sventrati, enormi buchi aprivano voragini nei palazzoni e nei grattacieli, lo stadio era diventato un accampamento per i marines che lo avevano fortificato con muri di sacchetti di sabbia e filo spinato, ognuna delle tante piazze tonde era un rigogliare di striscioni neri e verdi dell’integralismo fino a pochi giorni prima sconosciuto nel Paese, i checkpoint arrivavano all’improvviso e le facce dei soldati statunitensi erano più spaventate di quelle degli automobilisti. Col presentarsi del tramonto si scopriva che il gigante immenso disteso intorno al Tigri non aveva acqua, luce, servizi pubblici, scuole, ospedali, negozi aperti, lavoro, asili, telefono, dignità.

Appena il buio si impossessava delle strade le persone uscivano poco poco fuori dall’uscio di casa e prendevano aria, seduti intorno ad un tavolino con lumini di fortuna, candele, lampade ad olio. I più fantasiosi e ricchi avevano trovato una soluzione. Compravano un generatore per il palazzo, lo alloggivano in un contanier appoggiato lungo la strada e facevano a turno la vigilanza, armati di kalashnikov. Un ex impiegato delle poste, un medico, un taxista, il dipendente di una agenzia di viaggi ed un pensionato si dividevano la notte per difendere la loro fonte di energia, rischiando di morire ogni volta. Perchè nel buio, a destra lontano, a sinistra più vicino, a cento metri davanti partivano le raffiche di mitragliatrici leggere, duravano dieci secondi e finiva tutto lì. Ogni tanto un’esplosione e chissà chi sparava a chi e perchè.

Le ore a Baghdad non passavano mai, con l’umidità a palla, la puzza delle fogne rotte, l’acqua razionata, l’incertezza assoluta. Alla città, secondo alcuni era stata regalata la democrazia, ma nessuno se ne era accorto. L’aeroporto era un altro bunker nel quale lavoravano isteriche le pale meccaniche per far scomparire al più presto i segni della battaglia, l’unica vera che si era combattuta in città. Le palme carbonizzate solo da un lato, le mura delle casematte divorate dal fuoco, la terra rosolata come una bistecca: l’uso del napalm era evidente e conveniva non farlo vedere, troppi ricordi avrebbe evocato, primo tra tutti il Vietnam.

Per miracolo, in uno di quei paradossi che succedono dove c’è la guerra, per un paio di ore, la mattina alcuni mercatini aprivano. In uno, un giorno, era in vendita una parte dell’attrezzatura della tv di stato. Telecamere, mixer video, un dolly, i monitor di controllo. Tra la gente c’era chi ti proponeva una pistola, una bomba a mano, se volevi un mitragliatore. Gli italiani erano tollerati da alcuni, per un americano andarci da solo significava non tornare a casa mai più. Comunque era più opportuno vestirsi da arabo, se si aveva la barba era meglio, essere abbronzati era perfetto. La scorta ti seguiva a distanza, perchè anche lo stipendio non valeva una coltellata ed allora ognuno si ‘cautelava’ come poteva.

Ad un incrocio il nostro autista, un altro, ex militare della Guardia repubblicana, che uscendo di casa sbarrava la porta chiudendo dentro la madre e tre sorelle per paura che le rapissero e violentassero, ad un certo punto aveva le lacrime agli occhi. Non si capiva più nulla in un ingorgo degno di Manhattan. Uno degli imbottigliati, uscito dalla macchina, districava la matassa facendo le veci dei vigili che non c’erano più ed un bambino di non più di nove anni, scalzo, chiedeva l’elemosina. Ahmed disse nel suo inglese-arabo: “Dieci giorni fa andava a scuola, aveva la divisa da studente, da mangiare, una casa. Adesso è un pezzente, che abbiamo fatto fatto per meritarci questo?”.

Oggi i responsabili di questa guerra immorale, costruita sulla bugia delle armi di distrazione di massa e del terrorismo islamico (che in realtà è arrivato insieme ai ‘liberatori’) si fanno da parte grazie al coraggio del presidente Obama. Ma da quel giorni di una estate del 2003 la città non è molto cambiata. Il traffico è tornato, l’elettricità non del tutto, l’acqua arriva un po’ di più, ma il lavoro non c’è. La benzina si comprava al mercato nero e così è adesso.

Il criminale Saddam non c’è più, ma c’è un governo che si regge su mercenari (contractors) e compromessi tra fazioni, in un equilibrio instabile e senza futuro. I cittadni di Baghdad, le donne di una città bellissima, i bambini nati dove alcuni millenni fa viveva una delle civiltà più antiche del pianeta forse non si accorgeranno molto del cambiamento. Aspettano da anni di poter essere liberi e nessuno è in grado di dire se gli esportatori della ‘democrazia’ permetteranno loro di farlo e quando.

Roberto Barbera

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