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Maroni, altre deportazioni

Autore: . Data: lunedì, 11 maggio 2009Commenti (0)

Ancora altri migranti cacciati in Libia senza rispettare la legge italiana e le convenzioni internazionali. Su tutto un equivoco: i naufraghi sono stati in territorio italiano, perchè le navi militari lo sono, ovunque siano.

profughiUna nuova deportazione, la seconda nel giro di quattro giorni giorni, è stata messa in atto dal governo. Vittime 162 migranti, tra i quali 49 donne e due neonati, soccorsi venerdì a largo di Lampedusa.

Le disposizioni del Viminale sono state rese pubbliche con grave ritardo e comunicate ufficialmente solo dopo molte ore. Gli extracomunitari si trovavano a bordo del pattugliatore Spica della Marina Militare.

Si deve tener conto che le unità navali militari godono di un riconoscimento particolare: ovunque si trovino, anche in acque o porti di altri Paesi, mantengono la territorialità del proprio stato. Come per le ambasciate.

Il governo insiste nel parlare di respingimento, perchè i naufraghi sono stati raccolti in acque internazionali, ma in realtà non è così. A nessuno di loro è stato spiegato che potevano chiedere asilo politico al comandante delle unità sulle quali erano stati imbarcati.

Maroni ha dichiarato: “Chi non è ancora entrato nelle acque territoriali italiane verrà rimandato nel Paese di provenienza, chi entra nelle nostre acque verrà accolto come sempre, valutando se ha i requisiti per rimanere in Italia”.

Continuando ad equivocare sulla territorialità delle unità navali militari il ministro leghista ha aggiunto: “Una cosa è il rimpatrio, un’altra il respingimento, procedura prevista dalle normative europee. Il limite tra respingimento e rimpatrio sono le acque territoriali. Se qualcuno sta fuori dalle acque territoriali italiane, io impedisco che tu entri e quindi ti respingo alla frontiera, come avverrebbe a terra”.

Maroni, però, non sa neppure come funziona la norma che usa per discolparsi. “La polizia di frontiera respinge gli stranieri – dice la legge – che si presentano ai valichi di frontiera senza avere i requisiti richiesti per l’ingresso nel territorio dello Stato” e specificha che i divieti di ingresso “non si applicano nei casi previsti dalle disposizioni vigenti che disciplinano l’asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato, ovvero l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari”.

Adesso i mgranti, dei quali non si conosce identità e vicende personali e che potrebbero rischiare la vita in Libia, sono stati trasferiti in un centro di detenzione del governo di Tripoli, così come avvenuto giovedì scorso per gli altri 227 accompagnati a Twescha, a 35 chilometri dalla capitale.

Maroni, riferendosi alle dure critiche espresse dal segretario del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, ha voluto precisare che monsignor  Marchetto “già una volta è stato smentito dalla sala stampa del Vaticano che disse ‘parla a titolo personale’ su una vicenda simile di immigrazione”.

Sebbene i sostenitori del governo Berlusconi siano numerosi in Vaticano, questa volta sembra che le posizioni razziste dell’esecutivo non piacciano per nulla Oltretevere. Berlusconi aveva detto di non volere un Pese multietnico e questa volta a rispondere è stato monsignor Mariano Crociata, segretario generale del Conferenza episcopale italiana.

L’alto prelato ha detto che le questioni legate alla multietnicità e alla multiculturalità in Italia “sono discorsi superati, nel senso che la molteplicità è un fatto. Ed è anche un valore”.

“Il problema – ha avvertito monsignor Crociata – è invece il modo in cui le culture e le presenze si rapportano”. “Non si cresce insieme – ha spiegato – in un’ accozzaglia disordinata e sregolata ma a partire da un tessuto storico, sociale e culturale comune che costituisce il volto, l’identità di un Paese”. Non si vuole, ha precisato il vescovo, “cancellare l’identità di ciascuno”, ma nemmeno teorizzare “un’irreale parificazione che è cosa diversa dall’eguaglianza”. “L’appiattimento infatti non aiuta lo stare insieme, anzi lo distrugge”, ha aggiunto concludendo che è necessario “coordinarsi all’interno di un orizzonte di fondo condiviso, di un tessuto comune che avvolga tutti, anche chi viene” da fuori, come i migranti.

Intanto ieri mattina un altro barcone con una settantina di immigrati, in navigazione nel Canale di Sicilia, ha lanciato una richiesta di soccorso con un telefono satellitare. Secondo le coordinate, rilevate con il Gps, si troverebbero molto a Sud, al confine tra le acque libiche e quelle maltesi. Un nuovo ‘caso’ è in arrivo.

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