L’opposizione all’attacco in ordine sparso
Idv e dal Pd hanno presentato due mozioni differenti sulla sentenza del processo Mills. I due partiti non riescono neppure a trovare un accordo per ‘censurare’ il premier. L’Udc è in letargo.
I due ex alleati non sono riusciti a costruire una linea comune e così le diverse mozioni presentate alla Camera chiedono cose diverse. Di Pietro invita Berlusconi a “rassegnare le dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica”, mentre il Partito democratico chiede al premier di rinunciare al Lodo Alfano e lo incalza sulla riduzione dei parlamentari.
La mozione di Idv riporta nella premessa ampi stralci della sentenza Mills del 19 maggio scorso, e ricorda che la posizione di Berlusconi è stata stralciata in base al cosiddetto Lodo Alfano. Questa legge, tuttavia per Idv “non ha impedito, per la particolarità del reato di corruzione – che prevede un concorso necessario tra corrotto e corruttore – che con la condanna del corrotto e con l’accertamento dei fatti corruttivi, si sia determinata, pur in mancanza di una corrispondente condanna, anche la sostanziale identificazione, di un ben preciso corruttore, cioè l’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”.
Si tratta, ricorda la mozione, di una sentenza di primo grado, ma è di “tale straordinaria gravità da destare eccezionale allarme nell’opinione pubblica”. Visto anche che l’Italia ospiterà il G8, “l’immagine ed il prestigio internazionale del nostro Paese appaiono gravemente compromessi dal comportamento del presidente del Consiglio”, da qui la richiesta di dimissioni.
La mozione del Pd non afferma la colpevolezza di Berlusconi, ma che la sentenza “accredita gravi responsabilità penali” al premier. Quindi “per la tutela dell’onorabilità delle istituzioni” è “indispensabile” che Berlusconi rinunci alla sospensione del suo processo dovuta al Lodo Alfano, anche per “il diffuso clima di disorientamento” dell’opinione pubblica.
Il Pd ricorda le recenti esternazioni del premier sul Parlamento, nelle quali “sembra voler superare il principio della separazione dei poteri”, che aggraverebbe il problema del conflitto di interessi. In quelle dichiarazioni “traspare una concezione distorta del proprio ruolo”. Nel dispositivo la mozione impegna il governo su tre punti. Innanzi tutto ad “attivarsi” per “abrogare” il Lodo Alfano. In secondo luogo a “favorire un confronto tra maggioranza e opposizione» per «discutere immediatamente” la riforma del Parlamento con “una riduzione del numero dei parlamentari, la trasformazione del Senato in Camera delle autonomie territoriali”, nonchè di affrontare anche il tema dei poteri del governo. In terzo luogo la mozione chiede di “affrontare la questione giustizia con misure ben precise: semplificazione del processo civile, deflazione del processo penale, disciplina dei criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale, la riforma della legge elettorale del Csm”. Quindi niente separazione delle carriere.
Quanto ai numeri, il gruppo di Idv può contare su 27 deputati, troppi pochi per poter chiedere di votare la propria mozione di sfiducia, che secondo il Regolamento della Camera richiede l’adesione di 63 parlamentari (il 10 per cento dell’intera Assemblea). Di qui la richiesta a Pd e a Udc di unire le forze per sostenere la mozione di sfiducia.
Il Pd non ha invece problemi di numeri per la presentazione del proprio documento visto che il suo gruppo ammonta a 217 deputati: pochi, tuttavia, per aspirare all’approvazione del documento da parte dell’aula, dove la maggioranza necessaria è di 316 voti.
Anche un eventuale appoggio dell’Udc e dei sui 35 deputati renderebbe la mozione un’iniziativa simbolica, come d’altra parte quelle sulla crisi fin qui presentate e sempre bocciate dalla maggioranza (tranne una sul patto di stabilità interna appoggiata da Pdl e Lega ma poi disattesa dal governo).
L’armata Brancaleone è l’unica cosa invincibile che Pd, Idv e Udc sono riusciti a costruire.


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