Fiat: lo sguardo corto dei lavoratori
In questi giorni si discute del futuro dell’azienda torinese. La vicenda è quanto mai complessa, ma svela quanto il mondo del lavoro non sappia comprendere il presente.
L’ultima grande azianda italiana sta cambiando pelle. L’accordo con la Chrysler e le trattative con la Opel rilanciano un settore di industria che altrimenti avrebbe fatalmente risentito in negativo della profonda trasformazione del mercato dell’auto nel mondo.
Oggi è molto difficile capire quali saranno gli scenari tra tre, quattro anni nell’automotive. La cina incombe, come produttore e come immenso bacino di consumo, l’auto elettrica comincia ad affacciarsi sulle strade grazie alle nuove batterie al litio, poi ci sono i sistemi ibridi e su tutto il costo del carburante e la crisi che ha sconvolto le economie del mondo.
L’Itala è uno dei Paesi più deboli tra quelli sviluppati, perchè la ricerca segna il passo, l’innovazione è molto circoscritta, non dispone più di gruppi indistriali capaci di competere nel mondo. Il livello delle nostre università è mediocre, i laureati sono pochi, non esiste una strategia da parte delle forze politiche in grado di disegnare un programma per il futuro.
In una situazione così seria è successo che per la Fiat, con il crack americano, si aprissero prospettive inimmaginabili solo tre mesi fa. Il dinamismo del capo dell’azienda torinese, Marchionne, ha premesso di cogliere l’occasione. Oggi, probabilmente, neppure le teste d’uovo che lavorano per lui sanno con esattezza cosa c’è oltre l’uscio.
Si hanno però alcune indicazioni generali. L’azienda automobilistica di Torino in pochi anni è stata capace di rilanciarsi e di tornare ad essere uno dei protagonisti. Insomma, il management è competente, credibile, moderno.
Quando si trattò di ‘salvare’ Alitalia, oltre le azioni strumentali di Berlusconi, chi si mise di traverso all’acquisizione da parte di Air France-Klm furono alcuni sindacati. Il risultato di quell’opposizione è sotto gli occhi di tutti: un debito miliardario per i cittadini, oltre diecimila persone a spasso, i diritti sndacali dei lavoratori stracciati da Cai, obbligazionisti e azionisti che hanno perso l’investimento e per il Paese la scomparsa di una Compagnia aerea competitiva nel mondo.
Quegli stessi sindacati che avevano ‘buttato fuori lo straniero’ hanno poi dovuto firmare un patto umiliante con i compratori ed oggi a poco più di tre mesi sono vicini al burrone e minacciano di scioperare per veder riconosciuto un accordo pessimo, non per ottenere un qualche miglioramento.
Oggi, sulla questione Fiat, rischia di succedere la stessa cosa. I lavoratori, a ragione, sono preoccupati che la ‘nuova azienda’ possa chiudere alcuni stabilimenti italiani, le organizzazioni sindacali vogliono intervenire elle decisioni del management. In governo, poi, nello specifico è rappresentato dal ministro Scajola, che già nella cessione di Alitalia a Cai ha lasciato molti osservatori interdetti per i suoi comportamenti.
Ieri Sergio Marchionne, ha scritto al ministero per lo Sviluppo economico: “”Concordo sull’opportunità di un incontro con il governo italiano e con il sindacato, che si potrà tenere appena sarà possibile ipotizzare una concreta definizione delle trattative in corso”.
Mentre l’amministratore delegato della Fiat cerca di risolvere il rebus di Opel, che i tedeschi non vogliono sia ceduta agli italiani, il mondo politico e sindacale sono già pronti a mostrare i denti.
La stampa tedesca, che non vede per nulla di buon occhio l’acquisizione italiana, aveva denunciato la sicura chiusura di fabbriche in Italia e le reazioni erano state rapide.
Giorgio Cremaschi, della Fiom-Cgil aveva: “Come si poteva prevedere, i raid senza controllo di Marchionne in giro per il mondo rischiano di fare pesanti danni all’industria e all’occupazione. Si tolgano dalla testa di poter chiudere stabilimenti in Italia, ovunque essi siano”. quindi il sindacalista aveva aggiunto: “Adesso basta. Il Paese si deve svegliare e dire al nuovo amministratore delegato della Chrysler che deve tornare con i piedi per terra e garantire l’occupazione e il lavoro. Altrimenti i problemi, enormi, li avrà in Italia e non in Germania”.
A lui si era associato Gianni Rinaldini, segretario della Fiom-Cgil:”Per noi è inaccettabile qualsiasi ipotesi di chiusura di stabilimenti italiani. Un simile disegno porterebbe all’apertura di un pesante conflitto sociale”.
Ed anche Scajola si era fatto sentire: “L’accordo raggiunto dalla Fiat con la Chrysler ha costituito per l’economia del nostro Paese un fatto di grande rilievo: una nuova prospettiva di sviluppo, maturata nel pieno della crisi del settore, fa emergere i valori dell’industria italiana come poche volte era accaduto in passato”. Poi, dopo i complimenti di rito, lo stesso ministro che aveva salutato con favole la cassa integrazione per diecimila persone in Alitalia aveva aggiunto: “fondamentale sarà il permanere della centralità del sistema produttivo italiano in un progetto che possa continuare ad essere sostenuto dal sistema degli incentivi pubblici disponibili per lo sviluppo economico e produttivo del nostro Paese. Nella certezza che l’eccellenza degli stabilimenti italiani continui ad essere assicurata, anche in un contesto di globalizzazione della produzione, mi attiverò dunque per programmare un incontro a breve termine, anche alla presenza delle organizzazioni sindacali, al fine di condividere il contributo che il Governo potrà continuare ad offrire”.
La volontà di assumere un ruolo improprio è ormai l’abitudine più diffusa in Italia. I tanti commissari tecnici della nazionale di calcio che passano le proprie giornate nei bar della penisola hanno buona compagnia.
Il contesto internazionale chiede alla Fiat di dimensionarsi per le sfide del futuro prossimo. L’attività di Marchionne in questi ultimi anni e l’affare americano non sono del tutto risolutivi, perchè il nodo del mercato asiatico (quello che garantirà futuro ai produttori di auto) rimane da sciogliere. I “raid” per il mondo stanno disegnando un progetto del quale i contorni saranno meno nebulosi solo quando la cessione di Opel sarà definita, se sarà definita.
Non riuscire a capire che la difesa dei posti d lavoro è legata alla sopravvivenza dell’azienda non sembra essere compresa dal sindacato italiano. Olivetti è morta non solo per l’incapacità di chi la dirigeva, ma anche per la incompetenza dei rappresentanti dei lavoratori. La chimica italiana ha subito la stessa sorte. Ed anche le telecomunicazioni hanno avuto la stessa sfortuna. Il Palazzo (centeo-destra e centro-sinistra) ha governato i disastri con mirabile disinvolutura.
Speriamo che i lavoratori capiscano che la scommessa di Marchionne è molto difficile, che ‘controllare’ non significa ‘condizionare’, perchè il ruolo del sindacato è differente da quello dell’imprenditore.
Il mondo del lavoro deve saper comprendere i problemi dei mercati globali, trovare risposte intelligenti, saper imporre una politica che guidi il processo di modernizzazione del Paese. Altrimenti la demagogia di Brunetta, gli errori fatti con Alitalia, gli interessi di “eroi” e “patrioti”, continueranno a produrre danni, ogni volta più gravi.


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