Crisi nera e salari da fame
Nonostante la propaganda di Berlusconi tutti gli indicatori mostrano una crisi senza precedenti. I premier fa di tutto per nascondere i dati e gli elettori prefersicono non tenerne conto.
Gli italiani incassano uno stipendio che è tra i più bassi tra i Paesi Ocse. Con un salario netto di 15838,134 euro l’Italia si colloca al ventitreesimo posto della classifica dei 30 paesi dell’organizzazione.
L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE – Organization for Security and Co-operation in Europe) è un’organizzazione internazionale per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione in Europa.
Se si osservano i Paesi che la compongono il dato è ancor più grave, perchè gli tra gli aderenti ci sono gli stati più avanzati del mondo. All’Osce sono associati, infatti: Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Islanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia, Stati Uniti, Giappone, Finlandia, Australia, Nuova Zelanda, Messico, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Corea del Sud, Repubblica Slovacca.
L’Italia è dietro non solo a Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia, ma anche a Spagna e Grecia. La rilevazione si basa sulla tassazione dei salari, aggiornata al 2008 e appena pubblicata.
La classifica riguarda il salario netto annuale di un lavoratore senza carichi di famiglia.. Gli italiani guadagnano mediamente il 17 per cento in meno della media Ocse e sono penalizzati anche se il raffronto viene fatto con i soli Paesi dell’Unione europea a 15 (20594,613 di media) e con la quella a 19 (18193,032).
Intanto il crollo del Pil del 5,9 per cento, il dato peggiore degli ultimi 30 anni “evidenzia che la crisi è molto profonda, è la peggiore dal dopoguerra ad oggi”.Almeno secondo il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, di certo non iscritta al “complotto della sinistra” evocato dal presidente del Consiglio.
“L’andamento della produzione industriale, del commercio, è inferiore rispetto alla crisi del ’29. A questo punto – ha aggiunto Marcegaglia – è complicato fare previsioni perché questa crisi, appunto, è inedita. Probabilmente il peggio è alle spalle ma la nostra percezione è che, anche se ci saranno piccoli miglioramenti nel secondo semestre del 2009, la strada sarà lunga, complicata e molto dolorosa”.
A differenza della Grande Depressione, ha continua il presidente di Confindustria, “in cui gli Stati non hanno reagito, in questo caso gli Stati sono intervenuti con tempestività come le banche, forse con qualche difetto di coordinazione. Ma questo ha evitato una sorta di depressione il cui impatto sarebbe stato peggiore”.
Quanto agli effetti della recessione, “la crisi attuale amplificherà e renderà più forte lo spostamento dell’importanza geopolitica verso i mercati emergenti come la Cina, l’India, i Paesi Baltici e i Paesi del Mediterraneo”. ”Secondo alcune stime – ha osservato il numero uno degli industriali – nei prossimi anni ci saranno 500 milioni di ‘nuove’ persone ad alto reddito, di cui quattro quinti in paesi emergenti. E’ necessario per questo conquistare nuovi mercati per compensare una domanda che in Europa e negli Stati Uniti resterà più bassa”.
Marcegaglia ha poi sottolineato l’importanza che assumerà in futuro l’economia verde. “E’ una nuova frontiera industriale. I nuovi consumi saranno più attenti. Questo è un grande tema sul quale l’Italia può fare moltissimo”. E “Confindustria pone grande attenzione a che l’Europa non ponga vincoli eccessivi all’industria verde. Bisogna evitare che prevalga una logica impositiva, di obiettivi troppo alti o slegati al mondo reale, ma realizzabili, concreti, veri, non punitivi e imposti dall’alto”.
Inoltre “è necessario approfittare della crisi attuale per attuare quelle riforme che sono state lasciate da parte a lungo perché difficili e impopolari. E’ il momento delle riforme in più settori, dalla burocrazia alle pensioni, alla presenza dello Stato nell’economia”. In particolare, “il tema delle liberalizzazioni è uno dei punti essenziali”.
Un fatto impensierisce più di ogni altra cosa: le omissioni del governo sull’argomento sono tali da non mostrare neppure pur vaghi contorni per una strategia di contrasto della crisi. Linee generali che Mercegaglia disegna con precisione, a dimostrare come anche gli imprenditori ritengano necessari provvedimenti urgenti.


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