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L’Aquila e dintorni per non dimenticare

Autore: . Data: lunedì, 20 aprile 2009Commenti (0)

Un articolo scritto da una lettrice per ‘Tu Inviato’ e che pubblichiamo con ritardo a causa dei problemi tecnici degli scorsi giorni. La testimonianza della partecipazione degli italiani.

Sono passati alcuni giorni dall’immane catastrofe che ha colpito l’Abruzzo. Alle 3.32 di questa notte, in migliaia potranno dire di avercela fatta, ma ben 294 vittime mancheranno all’appello.

Un boato, il cruento ed ininterrotto tremore di una terra che ha dato e tolto i natali a giovani e adulti, anziani e bambini. Scosse, macerie, sangue, disperazione; struggenti fotogrammi della vita prima e dopo l’immensa tragedia.

Sguardi che fissano il vuoto della solitudine, flebili voci che intonano un requiem, fiumi di lacrime che inondano giornate aride e surreali. Poi arriva silenziosa la notte, si chiudono gli occhi ed è già mattina, ma i fantasmi popolano ancora la realtà, a ricordare che tanto strazio non era solo un brutto sogno. Angeli senz’ali che hanno donato un sorriso, un abbraccio, una carezza e -in molti casi- la salvezza. Volontari dal cuore grande, che hanno scavato, atteso, gioito e pianto assieme a chi ha perso tutto e a chi, con la forza dell’amore, ha comunque ritrovato la speranza.

Lutto nazionale, quattro struggenti file di bare color mogano, tra cui spiccano in tutto il loro candore quelle bianche, dei più innocenti. Fiori e pensieri, parole e preghiere, il dramma della perdita; il trauma dell’abbandono, la promessa della Resurrezione e una lenta processione che accompagna i propri cari nell’ultimo viaggio, quello dell’addio. Gesti di solidarietà che si moltiplicano, testimonianze e ricordi, la consapevolezza di dover ricominciare da zero e la determinazione di non desiderare altro.

Occhi profondamente turbati, che osservano trafelati la devastazione; anime smarrite, cui spesso non basta la fiamma della fede per tornare a credere nel miracoloso mistero della vita. Non a questo prezzo, non senza l’affetto dei propri cari defunti.

Una regione, quella abruzzese, che con estrema dignità affronta l’emergenza, supportata e sorretta da quanti -vicini e lontani- partecipano ad una lenta ricostruzione, dentro e fuori il cuore di un capoluogo offeso, sventrato, violentato dal cieco impeto di madre natura.

L’uomo del Duemila che è andato sulla Luna, l’uomo che sfrutta le biotecnologie, l’uomo che con un click rivoluziona il mondo, s’inginocchia impotente di fronte a questa disgrazia, al cospetto di qualcosa che non è ancora possibile manipolare e gestire scientificamente.

Eppure l’amore, il coraggio, la forza, il desiderio di farcela ancora sono uno spiraglio di luce in tanto freddo buio. La volontà di rialzarsi e guardare lontano, la spinta verso quello spirito innato di sopravvivenza, che tutti gli uomini custodiscono nel profondo e che talvolta dimenticano di avere, finché la morte non si presenta a chiedere il proprio conto. Un pensiero questo, per non dimenticare.

Perché il tempo possa lentamente rimarginare le ferite di questa terra martoriata, pur senza offuscare il ricordo di quanti hanno pagato con la vita, per qualcosa che non hanno commesso.

In questa ricorrenza pasquale, l’augurio di pace giunga all’Abruzzo e a chi ne condivide le sofferenze: agli sfollati, ai feriti, ai parenti delle vittime, a ciascun italiano coinvolto. A chi ha perso tutto e a chi ha ritrovato se stesso.

Ilaria Greco

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