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La crisi si mangia i diritti

Autore: . Data: martedì, 21 aprile 2009Commenti (0)

Emblematico il caso del Veneto che ospita 500mila imprese, di cui metà individuali. Per competere limitano le tutele e tagliano i salari. Un articolo per “Tu Inviato”

piranhasDopo i problemi relativi ad un rallentamento produttivo dell’autunno 2008 ci si prepara ad 2009 che si preannuncia molto difficile. Il Veneto è una Regione con circa 500 mila imprese (di cui metà individuali) con oltre 2 milioni di addetti di cui 1,5 milioni a lavoro dipendente. Una Regione, quindi, con un forte tessuto produttivo che ha garantito per tanti anni, pur con molte contraddizioni, un benessere abbastanza diffuso.

Il modello Veneto è riuscito a restare a galla e a competere anche a livello internazionale grazie soprattutto alla flessibilità spinta e al precariato. Conditi con bassi salari e basse condizioni di lavoro.

La globalizzazione dei mercati e della competizione non concede più sconti neanche a chi ha usato la delocalizzazione per scavalcare la necessità di investire sulla ricerca del prodotto e del processo produttivo: la crisi si allarga a macchia d’olio anche nei forti distretti produttivi che la Regione ha sostenuto a pioggia, abbracciando in sostanza tutti i settori, nessuno escluso.

Nella migliore delle ipotesi avremo nel 2009 circa 24 milioni di ore di cassa integrazione di vario tipo, che interesseranno circa 80.000 lavoratori e lavoratrici, più 30.000 lavoratori in mobilità.

Non solo. Si prospettano licenziamenti individuali e la fine dei contratti a termine per circa 210.000 lavoratori, e non si vedono all’orizzonte segnali di ripresa.

In questa situazione c’è un ulteriore problema: assieme al posto di lavoro si sta ampliando il numero di lavoratori che per mesi e mesi si trova a vivere con ammortizzatori sociali che garantiscono un reddito alla lunga nettamente insufficiente a mantenere con dignità una famiglia.

Inoltre si stanno ampliando i settori attualmente scoperti dagli ammortizzatori o che riconoscono una indennità inadeguata. Ancora oggi non si capisce con quali risorse si darà protezione ai lavoratori delle piccole imprese dell’artigianato e del commercio, ai lavoratori soci delle cooperative, ai collaboratori pubblici e privati ecc.

Senza una riforma universale degli ammortizzatori non si va da nessuna parte. Finchè le imprese non verranno obbligate a versare la contribuzione all’Inps per la cassintegrazione, la mobilità e la tutela dalla disoccupazione, le risorse non saranno mai sufficienti neanche per coprire strumenti congiunturali e in “deroga”.

Tra l’altro si profila chiaramente una situazione nella quale i lavoratori rischiano di pagare interamente i costi della crisi: con la perdita del posto di lavoro, con l’abbassamento dei salari, con la riduzione dei diritti e delle condizioni.

Se infatti un lavoratore si trova in mobilità, o licenziato, è indotto ad accettare, quando ci sono, offerte di lavoro che prevedono sottoinquadramenti e rinuncia alle tutele precedentemente garantite.

E’ necessario, per il sindacato, non assuefarsi a questa situazione, evitare la firma automatica delle mobilità e delle casse integrazioni, difendere con i denti i posti di lavoro ampliando le iniziative territoriali, anche all’esterno delle fabbriche.

L’impressione è che, in questa fase, anche le fabbriche che potrebbero con qualche sforzo superare le difficoltà utilizzino i licenziamenti per fare un po’ di “pulizia” di lavoratori “over 50”, “raffreddare” qualche reparto combattivo, depotenziando le rivendicazioni inerenti alla contrattazione di 2° livello, sul piano salariale e delle condizioni di lavoro.

Non siamo ancora di fronte ai moti di piazza per il lavoro. Non ci troviamo (ancora) a dover affrontare la fame e la miseria. Ma la situazione sta peggiorando giorno dopo giorno, mutui e affitti incidono drammaticamente sul reddito e la gente comincia a dare fondo ai propri risparmi.

L’unica cosa certa è che, al termine di questa crisi, avremo meno posti di lavoro, meno diritti e meno salari. Probabilmente sconteremo anche un arretramento delle condizioni contrattuali e dello stesso insediamento organizzativo della Cgil e del sindacato tutto.

E’ opportuno quindi tenere assieme il movimento dei lavoratori dentro e fuori la fabbrica. Occorre che i cassintegrati e i lavoratori licenziati continuino ad essere organizzati e non si disperdano poiché la battaglia per posti di lavoro stabili e dignitosi riguarda anche loro.

Nella babele degli ammortizzatori sociali c’è poi un rovescio della medaglia da tenere in considerazione: questi strumenti, quando vengono utilizzati per un lungo periodo, possono dare luogo ad assistenzialismo e a meccanismi di divisione tra i lavoratori.

Nelle migliaia di assemblee della Cgil in preparazione della manifestazione del 4 aprile si era avvertita tra i lavoratori una grande attenzione sui temi del lavoro e della necessità di ottenere un sistema contrattuale in grado di difenderli, proprio in questa fase.

Nonostante il forte radicamento della Lega tra i lavoratori non abbiamo incontrato grandi critiche nei confronti del sindacato che si propone come “sentinella dei diritti” dei lavoratori e dei pensionati in un contesto dove vige lo strapotere della destra e di Confindustria.

Noi pensiamo che stare a contatto con la base, impegnandoci con coerenza al fine di tutelarla sia l’unica strada per resistere e contrattaccare.

Patrizio Tonon
Segretario Cgil Veneto

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