Immigrati: chi protegge noi?
Si è riunito ieri a Roma il Comitato nazionale degli immigrati.
In una domenica di sole i rappresentanti di numerose associazioni provenienti da tutto il Paese si sono riuniti per discutere della propria vita in uno dei momenti più difficili della vita Italiana.
Nessuno più di loro comprende quanto siano pericolose le spinte razziste e come le diverse misure prese dal governo siano sempre più discriminatorie. Al centro della discussione non solo il futuro del Comitato, ma anche la necessità di rivolgersi all’esterno senza passare per la mediazione di nessuno.
“Questo governo italiano deve essere considerato fascista – dice una donna – perchè non tollera il pensiero di chi la pensa in modo diverso”, mentre un altro aggiunge: “Vedo cose che in dodici anni di vita qui non ho mai visto ed è in gran parte colpa dei media. Generalizzano e cresce la discriminazione”. “Dopo quindici anni, dopo aver collaborato con le associazioni -contnua un altro – mi sono accorto che nessuno ha fatto nulla per noi. Ho sentito isolamento anche tra chi dice di volerci aiutare”.
La necessità di diventare protagonisti della battaglia per i propri diritti civili è una concapevolezza diffusa nella sala ed anche rappresenta un atto di accusa durussimo nei confronti degli italiani, anche di chi a parole sostiene l’eguaglianza tra cittadini del Belpaese e stranieri, ma poi nei fatti spesso si sente superiore, ‘interpreta’ le domande di giustizia e parità dei migranti, senza costruire reali opportunità di inserimento e integrazione.
“Nessuno si prende cura di me se non lo faccio da sola” dice un’altra donna ed una nuova preoccupazione si fa largo tra i partecipanti. Una signora sudamericana dice: “Noi non siamo separatisi, ma abbiamo una nostra identità. Però siamo isolati nella società ‘civile’, ed uso la parola tra virgolette, perchè oggi, con queste nuove leggi, dobbiamo saper costruire una rete di autodifesa”.
Ha ragione. Il clima razzista e xenofobo diventa ogni giorno più pesante. Le aggressioni, le offese gratute, un incomprensibile senso di superiorità che spinge gli italiani a rivolgersi sempre usando il ‘tu’ agli stranieri, anche nelle interviste televisive, rende per chi viene da lontano difficilissima la vita.
Per il Comitato i diritti degli immigrati devono essere tutelati ed occorre mettere un freno a disegni di legge utili solo a “generare insicurezza”, mentre in pochissimi cercano di risolvere i problemi della “burocrazia che ritarda il rilascio dei permessi di soggiorno e produce disparità di diritti sul posto di lavoro”.
Tutti nella sala sanno come la crisi economica danneggerà soprattutto gli immigrati, “che saranno i primi a essere licenziati, il loro permesso di soggiorno non verrà rinnovato e saranno espatriati”.
Il responsabile nazionale per l’immigrazione del Prc, Stefano Galieni, siatiene si debba “combattere una battaglia” affinchè i diritti dei lavoratori immigrati siano sullo stesso piano di quelli degli italiani: “Con la crisi verranno licenziati per primi gli immigrati e purtroppo a causa delle leggi razziste che ci sono diventeranno clandestini e quindi un problema di ordine pubblico”.
Il 15 per cento degli infortuni sul lavoro registrati in Italia dall’Inail nel 2007 riguarda un immigrato. Simile la percentuale delle morti bianche: in 14 casi su 100 la vittima è straniera. «Ma in alcuni casi – ha affermato un rappresentante arrivato da Torino – quando manca il permesso di soggiorno questi incidenti vengono ingiustamente fatti figurare come incidenti domestici o stradali. Gli immigrati producono il 10 per cento del Pil e vogliono essere partecipi veramente dei loro diritti”.
Un bengalese, da 20 anni in Italia, ha affermato che il ddl sulla sicurezza “non permette agli immigrati senza permesso di soggiorno di difendersi con strumenti giuridici se attaccati, nega loro il diritto alla salute e la registrazione dei bambini nati da clandestini, alimentando così la tratta di minori”. Il Comitato, propone allora anche una “sanatoria per ottenere nuovi permessi di soggiorno”.
Uscendo dalla sala un profugo politico del Darfur sorride amaro e dice”Sono in Italia da cinque anni, nessuno mi ha mai aiutato a trovare lavoro. Allora sono andato in Campidoglio ed ho detto che se non facevano nulla avrei sarei andato all’estero per chiedere un nuovo asilo politico, ma non dal Sudan, ma dall’Italia”.
Qualcosa hanno fatto per lui: lo hanno messo, a 53 anni, a fare un corso per magazziniere in un deposito. Lavoro gratuito, per un mese, ‘rimborso spese’ di cinque euro l’ora, per sei ore al giorno. Alla fine gli daranno un diploma, del quale non saprà che fare.


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