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E’ grande crisi, come nel 1929

Autore: . Data: lunedì, 20 aprile 2009Commenti (0)

Le radici del tracollo economico risiedono nella svolta neoliberista degli anni 80, nella riduzione dei salari e nell’aumento delle diseguaglianze. Un articolo per “Tu Inviato”

dollariRitengo che la Cgil, nonostante le incertezze pure presenti, abbia avuto ragione nell’affermare che si dovesse discutere della crisi che si andava dispiegando, non di assetti contrattuali finalizzati a limitare la contrattazione e a ridurre i salari, e l’esame del contesto rende ancora più chiari i termini dello scontro politico e sindacale e l’importanza della manifestazione del 4 aprile.

Siamo all’inizio di una nuova “Grande crisi”, paragonabile per gravità a quella del 1929-30. E’ una crisi strutturale, profonda, di lungo periodo. La crisi finanziaria non è la causa ma la conseguenza.
La crisi è collegata al declino dell’egemonia Usa e le sue lontane radici possono essere trovate nella fine degli accordi di Bretton Woods sulla convertibilità dollaro-oro con cui era stato governato il lungo periodo di sviluppo del secondo dopoguerra.

Le radici più vicine stanno nella svolta neoliberista degli anni ’80, che ha sostenuto il saggio di profitto riducendo i salari relativi e aumentando le disuguaglianze, delocalizzando la produzione per utilizzare i più bassi costi dell’esercito industriale di riserva dell’Est europeo e dell’Asia, e destrutturando con la precarietà il mercato del lavoro in Occidente.

In contrapposizione al più lungimirante modello renano dell’economia sociale di mercato che perseguiva uno sviluppo industriale di lungo periodo, il neoliberismo ha esaltato il profitto a breve termine, attraverso una “libertà” (sarebbe meglio dire una diversa regolazione) dei mercati finanziari, sempre più sganciati dalla loro base reale, quindi con prodotti finanziari più rischiosi (derivati, cartolarizzazioni, subprime) che hanno generato le varie “bolle” che poi esplodevano.

Ma l’aumento dei consumi di lusso non bastava. Le banche dovevano sostenere la domanda effettiva finanziando non solo le imprese ma anche i consumi delle famiglie, prima dei ceti medi, poi dei meno solvibili ceti più bassi (questo fenomeno non ha fatto in tempo a dispiegarsi anche in Italia). A questo punto, nel 2008, l’inesigibilità dei crediti per l’acquisto di abitazioni in Usa ha innescato la nuova Grande Crisi, che, essenzialmente, è da sottoconsumo, da bassi salari.

A parte il Presidente del Consiglio che, tragicomicamente, invita chi sta rimanendo senza lavoro e senza reddito a lavorare e consumare di più per rilanciare l’economia, i dati reali che sfuggono alla censura governativa e dei media evidenziano ogni giorno di più la gravità della crisi. Ma la realtà che ci aspetta è ancora peggiore: basti ricordare che negli anni ‘80 il capitale finanziario uguagliava il Pil mondiale, mentre nel 2008 era di almeno 11 volte, e, dato che la finanza non rappresenta che un diritto sul Pil, la parte eccedente è una massa enorme di capitale fittizio destinata a sgonfiarsi, con inevitabili effetti sui consumi e sulla produzione.

Dunque, nella migliore delle ipotesi, se verrà evitato un drammatico tracollo verticale, ci aspettano molti anni per riassorbire i titoli tossici, con una depressione cronica, analoga a quella sofferta per decenni dal Giappone dopo lo sgonfiamento della sua bolla immobiliare.

Si possono immaginare, astrattamente, soluzioni affascinanti per risolvere la crisi in tempi brevi (riforma democratica dell’Onu, moneta mondiale, nuovo Bretton Woods, ecc.) ma fuorvianti perché non ci sono le condizioni economiche e politiche per farlo.

Le diverse ipotesi oggi praticabili puntano ad evitare il tracollo e “correggere” alcune distorsioni del capitalismo (salvataggio delle banche, più controlli sulla finanza, ecc.) ma nessuna che offra una prospettiva ai lavoratori.

Dobbiamo avere la consapevolezza che ci aspetta un lungo e terribile periodo, denso di rischi per la stessa tenuta democratica del Paese, anche con rischi di movimenti reazionari di massa.

L’unica possibilità che abbiamo, oggi, è di ripartire dai “fondamentali”, dagli interessi dei lavoratori per salario, occupazione, diritti, e dal loro protagonismo nel conquistarli con la lotta.

Solo se si svilupperà una “lotta economica” per contrastare gli effetti negativi della crisi sui lavoratori, sarà possibile dare fondamento e prospettiva anche alla “lotta politica” e una speranza per il futuro.

Giancarlo Straini
Segretario nazionale Filcem-Cgil

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