Cgil, che fare dopo la piazza
Oltre tre milioni di lavoratori attendono il rinnovo del contratto, a fronte di un aumento del 553% delle cassintegrazioni. Intervista ad Enrico Panini, segretario confederale Cgil e responsabile nazionale Organizzazione
I dati sull’aumento esponenziale della cassa integrazione (+553%) sono impressionanti. Eppure il governo non pare aver compreso a fondo quanto sta accadendo. Qual è la valutazione della Cgil sia in merito all’atteggiamento del governo sia riguardo alla impellente necessità di “aggredire” la crisi?
La critica verso l’operato del Governo è netta perché ciò che ha messo in campo non è sufficiente. Non è, infatti, richiamando un effimero ottimismo, magari dicendo a chi perde il lavoro ‘trovati qualcosa da fare’, che si può aggredire strutturalmente la crisi. E non è finanziando le banche e dando praticamente nulla a tutto il resto che si può pensare di uscire dalla crisi. Sono mesi che denunciamo la mancanza di una strategia da parte del Governo per fronteggiare la condizione difficile in cui versano migliaia di lavoratori, così come le nostre elaborazioni denunciano. Altro che ‘stress sociale’, come ci viene imputato, la nostra è l’unica voce fuori dal coro capace di analizzare lucidamente la realtà e di proporre al contempo misure concrete di contrasto.
Il secondo nodo cruciale riguarda i precari: stiamo parlando di 400mila lavoratori senza tutele, tra scuola e pubblica amministrazione. Che messaggio lancia la Cgil a chi aveva sperato nei percorsi di stabilizzazione? In che modo si può tentare di difendere quei lavoratori?
Innanzitutto va detto che è stata la Cgil ai primi di settembre a denunciare, nelle pieghe della cosiddetta manovra triennale, la norma ‘tagliola’ che impedirà la stabilizzazione di precari della pubblica amministrazione, così come invece prevedevano le passate leggi Finanziarie. Il paradosso è che il nostro è l’unico Governo, in una grave fase di crisi, che si appresta a licenziare i suoi lavoratori, invece di incrementarne le tutele. Abbiamo posto al centro della nostra azione la difesa dei diritti di questi lavoratori, richiamando incessantemente l’attenzione sulla mannaia che si abbatterà su molti di questi lavoratori dal prossimo luglio, e gli scioperi della Fiom e della Funzione Pubblica, come quello della Flc del 18 marzo scorso, sono lì a dimostrarlo.
Il 4 aprile la Cgil ha riempito il Circo Massimo a Roma. Ma è innegabile che i lavoratori siano fiaccati dopo i numerosi scioperi, territoriali e nazionali, proclamati lungo l’ultimo anno; inoltre si trovano a dover fare i conti con la frattura tra le confederazioni sindacali. Non temete, nel medio periodo, una dispersione delle lotte?
La nostra azione negli ultimi mesi – non dimentichiamo che siamo partiti lo scorso 27 settembre con la mobilitazione ‘Diritti in Piazza’ – ha contribuito a ridare fiducia a milioni di italiani che hanno visto in noi una voce critica verso l’unanimismo da pensiero unico che ha accompagnato l’azione del Governo. La Cgil, contro ogni idea di ritrarsi di fronte alle difficoltà che investono i lavoratori e il mondo del lavoro, sta svolgendo in questi giorni decine di migliaia di assemblee che ci stanno consegnando una presenza straordinaria e una forte consapevolezza da parte di migliaia di lavoratori, pensionati e precari. Percepiamo un consenso molto forte verso le nostre posizioni, in merito al giudizio che abbiamo dato sull’accordo del 22 gennaio e sulle nostre proposte di contrasto alla crisi. Così come è altrettanto netta la critica dei lavoratori rispetto alle posizioni assunte dalle altre organizzazioni sindacali. Non temiamo alcuna dispersione delle lotte perché siamo consapevoli che in un difficile quadro politico alla Cgil si chiede di svolgere un ruolo fondamentale di rappresentanza.
Infine, tre milioni e mezzo di lavoratori attendono il rinnovo del contratto. Come procede il confronto nelle categorie più significative?
La verità non messa in conto con l’accordo separato del 22 gennaio scorso è che la Cgil non è soltanto un’organizzazione sindacale in sé ma è anche uno straordinario regolatore dei processi e delle dinamiche nel mondo dell’impresa. Aver rotto con quello che è il principale regolatore apre evidentemente un problema, non per la Cgil, ma per le forme e le modalità dei processi di regolazione. Ci stiamo impegnando a costruire piattaforme coerenti con le nostre richieste e con la piattaforma unitaria sulla riforma del modello contrattuale. Stiamo provando con intelligenza a forzare quei nodi di qualità e anche di innovazione che c’erano nel testo sindacale e che, invece, non ritroviamo nell’accordo del 22 gennaio. Così come cerchiamo il consenso dei lavoratori, e il referendum che abbiamo proposto – peraltro contrassegnato da una partecipazione altissima – sulla riforma contrattuale lo dimostra. Quanto al confronto con le categorie abbiamo la “fortuna” che i contratti in scadenza siano relativi a settori, e a controparti, che hanno dichiarato di essere contrarie a intese separate, mi riferisco alle telecomunicazioni, all’energia, agli alimentaristi. Essendo i primi rinnovi in campo sono un banco di prova fondamentale. Da questi possiamo capire quali sono gli esiti reali che si possono definire.


Lascia un commento