Bufale: la febbre suina
I giornali e le tv sono saturi di news sulla ‘terribile epidemia’ messicana ed il mondo (solo quello occidentale) ha un buon motivo per aver paura. Il grande Barnum dell’informazione ha trovato un argomento per incrementare vendite ed ascolti.
Le notizie sul ‘flagello nordamericano’ sono note, per cui è inutile approfondirle. Nei prossimi giorni alcuni giornalisti saranno occupatissimi a monitorare lo sviluppo della malattia ed a descriverne le consegenze.
Ha scritto ieri il professor Veronesi su ‘la Repubblica’: “Tutti capiamo bene che i media per loro natura sono alla ricerca della notizia e vivono sull’onda emotiva che questa inevitabilmente scatena. Nel caso però di un allarme di malattia, l’emotività può creare fragilità nelle strutture sanitarie e indurle ad adottare misure sproporzionate, con l’obiettivo di debellare più la paura che il virus. Ad esempio per l’influenza aviaria son stati investiti milioni di euro in farmaci che non sono mai stati utilizzati. Era forte la pressione della popolazione spaventata e a questa forza certo hanno contribuito le immagini di migliaia di polli arsi vivi che rimbalzavano da una tv all’altra. Ho vissuto in prima persona, quando ero ministro della Sanità , l’odissea dell’encefalite bovina da prione (mucca pazza) che mise il mio ministero e l’intero Paese in serie difficoltà . L’impegno maggiore per noi fu di controllare e bonificare gli allevamenti bovini, ma lo sforzo più duro fu quello di rassicurare gli italiani, sapendo che il rischio di ammalarsi risultò per loro inferiore a quello di aspirare una boccata di fumo di sigaretta o percorrere 700 metri in auto”.
Come spesso accade gli ‘uomini di buna volontà ’, quando si trovano a commentare il lavoro dei giornalisti, si rendono conto dei problemi che i reporter sono in grado di scatenare. Il ‘controllo del Palazzo’ e il ‘racconto dei fatti’ sono i compiti affidati alla stampa, ma il ‘mercato’ richiede fatti sensazionali ed allora meglio parlar d’altro.
Passando a fatti concreti, è giusto informare che nel mondo oltre 200 milioni di persone sono portatori dei virus dell’epatite B o C, malattia cronica e molto pericolosa. E non sanno neppure di esserlo. La notizia su questa ‘epidemia’ vera è quasi clandestina.
Le persone colpite da questa patologia sono sono dieci volte di più di quelli affetti da Aids ed ogni anno muoiono un milione e mezzo di persone per epatite. Secondo dati dello scorso anno l’Italia è il Paese europeo con il più alto tasso di diffusione di epatite C e la percentuale dei positivi agli anticorpi si aggira attorno al tre per cento della popolazione: circa due milioni di persone.
Pierluigi Fanetti , dirigente regionale in Toscana della EpaC, una onlus che aiuta i malati di epatite e fornisce informazioni sul problema, ha detto: “Nel nostro Paese i casi di tumore al fegato sono in costante aumento e nella fascia che va dai 35 ai 44 anni, la cirrosi è la prima causa di morte. I costi socio-sanitari diretti o indiretti connessi al virus sono altissimi e un paziente affetto da Epatite C deve rimanere in cura in media per un anno: la spesa per le terapie necessarie, al mese e per ogni singolo paziente, è di mille euro”.
Ecco un esempio di come il compito di informare sui fatti è disatteso, perchè pochissimi italiani sanno cos’è l’epatite C, ma di certo hanno sentito parlare di aviaria. Ma la malattia più grave qual’è?
L’epidemia di aviaria fu annunciata nel 2003 e travolse il mondo occidentale (a Sud hano ben altri problemi). Sappiamo quante furono le vittime? Lo comunica l’Organizzazione mondiale della sanità fino al 2007. Per il rapporto le cose stanno in questo modo: quattro casi di persone tutte decedute nel 2003, 46 di cui 32 mortali nel 2004, 98 con 43 vittime nel 2005, 115 e 79 morti nel 2006, 47 e 31 decessi nel 2007. In totale il ‘flagello’ ha colpito 310 pazienti e ne ha uccisi 189.
La rivista Altroconsumo, a proposito di aviaria, pubblicò il 26-09-2005 un articolo titolato “Influenza aviaria: una epidemia di disinformazione”. Si leggeva nel pezzo: “Molte informazioni allarmistiche riportate sui giornali su una probabile epidemia di influenza aviaria sono emerse da un convegno sull’influenza tenuto a Malta a metà settembre. Abbiamo verificato che il convegno era sponsorizzato dalle aziende produttrici di vaccini antinfluenzali e di farmaci antivirali. Tra queste, la Roche, che ha pronto un farmaco antivirale, l’oseltamivir (nome commerciale Tamiflu, non ancora in commercio in Italia). Altre volte abbiamo segnalato sulle nostre pagine come da convegni sponsorizzati da aziende farmaceutiche emergano notizie magari non false, ma comunque orientate: e lo scopo di fondo è sempre promuovere l’uso dei farmaci”.
Il giornale dei consumatori aveva avvertito che “l’influenza aviaria attualmente si è trasmessa da uccello a uccello e – solo per quanto riguarda i lavoratori a stretto contatto con gli animali malati vivi – da uccello a uomo. Fino a oggi non sono stati documentati casi di trasmissione da uomo a uomo”.
A quel piunto, sebbene fosse in quel momento chiaro che era a rischio di contagio chi aveva contatti con uccelli malati, Altro consumo rendeva noto: “Oggi il vaccino contro l’influenza stagionale è consigliato solo ad alcune categorie a rischio: le persone sopra i 65 anni, bambini o adulti con problemi di salute, persone con le difese immunitarie compromesse e via dicendo. E’ consigliato anche a chi è a contatto per motivi professionali con categorie a rischio o con volatili. Alle categorie a rischio è pagato dallo Stato, per gli altri è a carico del cittadino (costo da 11 a 15 euro circa). Ad oggi, non si vedono i motivi in base ai quali consigliare il vaccino antinfluenzale a tutta la popolazione. E, se davvero il vaccino fosse necessario, dovrebbe essere pagato a tutti dal Servizio sanitario nazionale.
A quell’epoca, per motivi sconosciuti, era stata estesa la raccomandazione ad utilizzare il vaccino antinfluenzale a tutta la popolazione. Il farmaco non mostrava effetti contro l’aviaria, tanto che in una lettera al ministero della salute la rivista chiedeva “su quali basi scientifiche siano state prenotate dosi di farmaci antivirali, di cui non si conosce l’efficacia nei confronti del nuovo virus”.
Oggi le capacità della medicina a fronteggiare le malattie sono immensamente cresciute, ma il compito dell’informazione dovrebbe essere quello di ‘servizio’ ai lettori o agli spettatori, non di produttori di allarmi. E non solo di allarmi, perchè non a caso Veronesi nel suo articolo ha spiegato: “Per l’influenza aviaria son stati investiti milioni di euro in farmaci che non sono mai stati utilizzati”.
A quando una prima pagina sull’epatite C?


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