Al call center, difendendo la dignità
“Parole Sante” di Ascanio Celestini: il secondo documentario del regista racconta la condizione di degrado di chi lavora nei call center. Un articolo per “Tu Inviato”
“Parole Sante” è il secondo documentario scritto e diretto da Ascanio Celestini che torna a parlare della condizione lavorativa.
Cinecittà è un pezzo di Roma a ridosso del Grande Raccordo Anulare. Accanto ad uno dei primi centri commerciali della capitale, quattromila lavoratori precari attraversano ventiquattro ore al giorno il portone di un’anonima palazzina, una fabbrica di occupazione a tempo determinato che sembra un condominio qualunque.
E sono loro i protagonisti di questo film, i precari del più grande call center italiano, quelli dell’Atesia: trecentomila telefonate al giorno, quattromila impiegati.
E’ la storia di questi nuovi “naufraghi” del lavoro, pagati a cottimo con contratti a progetto ai quali vengono negati tredicesima, malattia, maternità o ferie. Lavoratori abbandonati da partiti e sindacati, queste le loro amare parole, che però hanno deciso di organizzarsi per riuscire con le proprie forze a conquistare quelli che sono, o che purtroppo erano, i diritti raggiunti con lacrime e sangue dalla generazione dei nostri padri.
Quando, nel 2005, l’azienda decide di togliere ai lavoratori 5 centesimi a chiamata, la protesta è generale e spontanea. Nasce il collettivo PrecariAtesia, che chiede un contratto a tempo indeterminato e i conseguenti diritti, indicendo il primo sciopero, con un’adesione del 90%.
I lavoratori organizzati chiedono anche l’intervento dell’Ispettorato del lavoro, per verificare se i contratti a progetto non mascherino lavoro subordinato; e dopo una lunga istruttoria ottengono ragione: l’Atesia è tenuta ad assumere 3200 persone, a versare loro i contributi non percepiti, a pagare una ingente multa. Così direbbe la legge.
Poi si apre una trattativa che vede negoziare azienda e confederazioni sindacali con la mediazione del Ministero del Lavoro, fino a un esito che sa di beffa: a fine 2006, l’Atesia e il gruppo di cui fa parte, se la cavano assumendo part-time, a 550 euro al mese, i lavoratori che firmano un atto di “conciliazione”, con cui rinunciano al pregresso e liberano l’azienda dal pericolo di sanzioni.
I militanti del collettivo contro la precarietà sono tutti fuori: o perché rifiutano di firmare la conciliazione, o perché l’azienda li licenzia semplicemente non rinnovando loro il contratto a progetto. L’
Il documentario emerge dalla voce dei protagonisti che raccontano una realtà poco approfondita mettendo in luce gli aspetti più oscuri sulla drammatica situazione dei lavoratori che il lavoro flessibile lo subiscono senza che tale drammatica condizione aiuti a far calare la disoccupazione in Italia.
Celestini ascolta le loro parole, giovani e meno giovani, i quali spiegano le ragioni della loro protesta e della mobilitazione che ne è scaturita, comprese le vicende sindacali che hanno ruotato intorno alla loro mobilitazione.
Grandi assenti, invece, le testimonianze e le voci dei vertici aziendali di Atesia, che hanno declinato l’invito preferendo non dare la loro versione dei fatti.
Celestini incontra le vittime di una guerra senza armi e senza soldati: entra in questo collettivo auto-organizzato, un bell’esempio di vitalità politica, ma anche (come si vedrà) di assenza clamorosa di istituzioni e strutture.
Il collettivo è l’unica arma di difesa di questi lavoratori perché i precari, raccontano, hanno solo doveri e nessuna rappresentanza sindacale. Sono fantasmi per il datore di lavoro. Ma anche, dicono, per chi dovrebbe stare dalla loro parte.
Giovanna Frisoli


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