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Se Ken Loach ci parla della crisi

Autore: . Data: martedì, 3 marzo 2009Commenti (0)

Paul e Mick e gli altri: operai inglesi che non amano il liberismo selvaggio targato Thatcher. Sarebbe utile rivedere “The Navigators”, firmato dal regista, per capire il presente. Un articolo per “Tu Inviato”

ukworkersPersonaggi carichi di tensione, di determinazione, di un riscatto che a volte avviene e a volte no, ma tutti comunque dotati di una grandissima forza d’animo e di carattere che ne fanno degli individui attenti e responsabili verso gli altri, in netta contrapposizione con un mondo che diventa ogni giorno più egoista e indifferente.

Forse, proprio perché si è avvicinato in qualche modo al “sentire” dei suoi personaggi, il regista Ken Loach ha sempre rifiutato di soccombere alla “tentazione hollywoodiana”, preferendo produzioni a costi più contenuti ma nel pieno rispetto della libertà espressiva.

“The Navigators” (questo il titolo originale, che si riferisce all’antico nome dei ferrovieri britannici) è un film che indaga la condizione di alcuni operai che si ritrovano loro malgrado ad affrontare il mondo del lavoro nell’era dello smantellamento dello stato sociale. Un film che varrebbe la pena rivedere, di questi tempi.

Il dramma si consuma in Inghilterra dove viene narrata l’ultima grande privatizzazione statale, quella delle ferrovie, attuata nel 1993 dal governo conservatore di John Major, a completamento delle politiche liberiste della Thatcher.

La scelta, quindi, cade su un argomento di attualità, non solo nella Gran Bretagna dei tempi, dove l’incredibile aumento di incidenti ferroviari degli ultimi anni ha mostrato pienamente gli effetti nefasti della dittatura del libero mercato.

La messa in scena è quella tipica del cinema di Loach: denunce e grandi tematiche raccontate attraverso le piccole storie di uomini che non si curano dei grandi cambiamenti in atto, ma solo degli effetti che hanno sulle loro vite.

Da un giorno all’altro la società per cui lavorano cambia nome e le nuove regole dettate dal libero mercato e dalla concorrenza saranno all’inizio sottovalutate: lo stipendio proporzionato alla produttività, la competizione con chi fino a ieri era un collega, l’impegno a mantenere le morti sul lavoro “entro limiti accettabili”.

I protagonisti del film lavorano alla manutenzione dei binari e della segnaletica, attività che non produce profitti e che viene dunque appaltata e subappaltata al miglior offerente.

Il lavoro si disumanizza, l’obbligo della competitività impone ritmi che confinano la sicurezza nell’ambito solo di una voce di spesa. Ben presto, però, Paul, Mick, Len, Jerry e gli altri operai si rendono conto della realtà.

E la realtà è che tutti sono spinti a licenziarsi grazie ad una subdola “indennità speciale”, una paga apparentemente doppia che spinge i più, soffocati dai debiti, ad accettare, ma solo per poi tornare alle stesse mansioni per conto di agenzie di lavoro temporaneo.

Sarà solo in un secondo momento che gli operai si accorgeranno di essere finiti in una “trappola” da cui non si intravedono vie d’uscita, accorgendosi che il nuovo datore di lavoro non gli garantisce più niente, a parte lo stipendio: niente più ferie retribuite, assegni di malattia, contributi pensionistici e assicurazione sanitaria.

Senza contare la mancata applicazione delle più elementari norme di sicurezza sul lavoro. Ma, soprattutto, gli operai di Sheffield, entrando in competizione l’uno con l’altro, perdono la coesione e lo spirito di gruppo che li aiutava ad andare avanti.

Così al deposito rimane il solo Jerry, ormai inutile orpello di una società considerata obsoleta perché non più competitiva: triste e inutile, Jerry, vecchio rappresentante sindacale, si ostina a rifiutare un mondo dove le regole sono tutte cambiate, o forse non esistono proprio più. Dove, come dice verso la fine, ci si trova in una situazione da scacco matto: “qualunque mossa fai, hai perso”.

Loach è andato a pescare i suoi protagonisti tutti a Sheffield, creando un gruppo affiatato costituito da veri ferrovieri, attori e comici locali, lasciando ampi spazi all’improvvisazione. Questo per dare credibilità al suo stile quasi documentaristico, di chi è come capitato lì per caso con una macchina da presa.

L’impegno e la funzione sociale che traspaiono da questo film si rivelano utili a comprendere tanti dei meccanismi che alimentano la drammatica crisi esplosa in questi mesi. Una crisi con tanti protagonisti in carne ed ossa: lavoratori in grande difficoltà, che non sanno come arrivare alla fine del mese.

Giovanna Frisoli

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