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Quando la precarietà è femmina

Autore: Repetto. Data: lunedì, 2 marzo 2009Commenti (0)

Non tutti hanno da perdere in tempi di crisi economica. Di certo ci rimettono immigrati, precari e molto spesso le donne, espulse dalla produzione anche quando avrebbero i titoli per continuare a lavorare

callcenterBarbara è seduta davanti al proprietario di una grande azienda immobiliare che sta cercando un’esperta in marketing. Il colloquio sta andando bene, e come potrebbe essere altrimenti? Barbara è laureata in economia con il massimo dei voti, ha fatto un master proprio in marketing e ha già compiuto diverse esperienze lavorative in aziende, anche in gruppi molto grandi e affermati.

Il proprietario è visivamente soddisfatto del colloquio, quando chiede alla ragazza se è sposata. Barbara, imbarazzata perché non comprende la ragione di quella domanda, risponde che si sposerà il 23 maggio prossimo. “Mi dispiace”, si sente rispondere da colui che la sta esaminando, “allora non possiamo assumerla. Se fa i conti, due settimane di licenza matrimoniale, per non contare poi se va in maternità perché aspetta un figlio, si renderà conto che sarebbe più il tempo che non lavora che quello che lavora. Noi abbiamo bisogno del suo impegno sempre e comunque”.

Storie di (stra)ordinaria “follia”, che testimoniano come il problema dell’occupazione femminile, in Italia, resti uno dei nodi più complessi da sciogliere nel mercato del lavoro.
Le indagini Istat sull’andamento dell’occupazione nel nostro Paese mettono sempre in evidenza come la disoccupazione interessa in maggior misura la popolazione femminile rispetto a quella maschile, in particolare modo le giovani donne. Quindi se qualcuno, come Barbara, ha la “sfortuna” di assommare queste due “sciagure” è inevitabile che faccia fatica a trovare un lavoro. E attenzione, non parliamo di occupazione stabile, quella oramai i giovani non la cercano neanche più. Parliamo di un’occupazione in grado di inserirla perlomeno nel mondo del lavoro e minimamente corrispondente alle sue attitudini e professionalità.

Quella di Barbara, quindi, è una storia che purtroppo diventa lo specchio di un’intera categoria. Che vive una situazione gravissima, perché è impensabile che ancora oggi le donne debbano faticare a trovare un lavoro che tenga conto del loro ruolo nella società attuale, perché è impensabile che ancora la donna si debba trovare a scegliere tra famiglia e carriera.

E sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una questione di femminismo, come ancora qualcuno si ostina ad asserire. E’ questione di civiltà: non può dirsi civile quella società che non attribuisce a tutti uguali possibilità per trovare lavoro.

Le donne, secondo i dati Istat, hanno una scolarizzazione più alta rispetto agli uomini; sono più le diplomate e laureate rispetto al loro corrispettivo maschile. Allora, perché ancora devono sentirsi discriminate per questioni che non attengono alle loro competenze ma semplicemente a dei retaggi che fanno tornare indietro la nostra società di tanti e tanti anni? Ciò che vuole Barbara, come tutte le sue coetanee, è essere considerata per quello che è in grado di fare, e non per quello che il ruolo di donna le “impone” di fare.

E’ una questione, questa, vecchia di generazioni. Si sono fatti passi in avanti, sarebbe stupido non ammetterlo, ma ancora tanto si può e si deve fare.
E certamente il governo attuale non si sta adoperando nel migliore dei modi per cercare di risolvere la questione del lavoro femminile. Nel primo Consiglio dei ministri, il Ministro del Lavoro Sacconi ha fatto varare un provvedimento, tra gli altri, con il quale ha abrogato una piccola norma approvata dal precedente Governo Prodi con la quale si impediva ai datori di lavoro di far firmare le dimissioni in bianco alle donne. Questa delle dimissioni in bianco è da sempre stata un’ “arma” che i datori hanno per scongiurare la “sciagura” di avere, tra le dipendenti, qualcuna che abbia la “famigerata” idea di avere un figlio, con gli inevitabili annessi e connessi che questa decisione comporta in ambito lavorativo.

Il fatto che il Governo Berlusconi abbia abrogato tale norma la dice lunga su quella che è la considerazione di questo governo di una tematica così complessa quale quella del lavoro femminile. Ma d’altronde non ci si poteva aspettare altro da un capo del governo che, tra i suoi ministri, annovera una ex showgirl che, nel suo curriculum, ha all’attivo anche un calendario non proprio “casto”.

Forse dovremmo fare tutte così, quantomeno chi se lo può permettere. Dovremmo cercare di diventare tutte veline. O, in alternativa, cercare un bel ragazzo “danaroso” che ci permetta di non lavorare, come una volta Berlusconi ci suggerì. Altrimenti togliamoci dalla testa l’idea di lavorare. Non si può avere tutto dalla vita…

Elisa Mariotti

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