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Pomigliano, ecco la crisi targata Fiat

Autore: Repetto. Data: mercoledì, 18 marzo 2009Commenti (0)

La vertenza che i lavoratori dello stabilimento campano stanno portando avanti con intensità è una battaglia di popolo, di grande valore emblematico. Un articolo per “Tu Inviato”

fiomcampaniapresidioLa nascita dello stabilimento di Pomigliano d’Arco risale al giugno del 1972. Durante tutti questi anni i lavoratori hanno dovuto sopportare sacrifici immani, ondate di cassa integrazione, di mobilità, di licenziamenti e di crescente aumenti di produttività, pur avendo raggiunto nel tempo produzioni di alta qualità.

Nelle loro lotte, vuoi di resistenza, vuoi per la conquista di nuovi diritti, vi è stato sempre un valore aggiunto: una forte identificazione e connessione sentimentale che superava la fabbrica, si estendeva alla loro cittadella industriale, oltrepassava i confini del proprio territorio facendosi  rappresentante delle migliori tradizioni della Campania e del sud.

Dunque, qualcosa di più della consapevolezza che le loro sorti erano legate, in maniera indissolubile, alle migliaia e migliaia di lavoratori dell’indotto, al benessere, e poi, alla sopravvivenza, di una vastissima comunità.

Negli anni 70 la forza-lavoro della Fiat di Pomigliano era di circa 18mila unità, le quali, grazie al loro senso di responsabilità ed esperienze acquisite, riuscivano a  garantire in loco l’effettuazione di tutto il ciclo produttivo inerente alle auto: dal motore alla scocca, tutto era montato in azienda.

Pur tuttavia, agli inizi degli anni 80 la prima grande ristrutturazione causò l’espulsione di alcune  migliaia di lavoratori dall’azienda.Ciò avvenne proprio allorquando l’Alfa Romeo veniva ceduta dall’Iri alla Fiat.

A quel tempo, anche dopo la gigantesca ristrutturazione industriale e produttiva, gli operai, grazie alle loro professionalità e cultura operaia, furono in grado di produrre vetture di ogni tipo e di qualsiasi cilindrata.

I circa 35mila lavoratori che nei diversi anni hanno varcato i cancelli di quella fabbrica, all’inizio tutti giovani e, dunque, senza esperienza industriale, hanno contribuito, con le loro lotte e ai loro sacrifici, al miglioramento dei contratti collettivi e alla conquista dello statuto dei lavoratori, fino a divenire nel tempo un presidio di democrazia in un territorio martoriato, sempre a rischio.

Ecco perché la lotta degli operai della Fiat di Pomigliano si è saputa e potuta trasformata, oggi come ieri, in una lotta di popolo.

Eppure, appena l’anno scorso, un’altra grande ristrutturazione degli impianti si è abbattuta sulle maestranze. Dopo un lungo periodo di formazione del personale, ed un ulteriore decentramento di alcune parti della produzione, i sacrifici e gli sforzi dei lavoratori hanno consentito allo stabilimento l’effettuazione di un grande balzo in avanti in termine di
produttività.

Appena 14 mesi fa il Max Weber dei nostri tempi, il signor Marchionne, amministratore delegato della Fiat, annunciava in pompa magna, attraverso la stampa, un cosiddetto “refitting” tecnologico per adeguare Pomigliano agli standard di qualità degli altri impianti Fiat sparsi sul terreno nazionale.

Un piano da 70 milioni di euro di investimento, accompagnato da un intervento sulla formazione del personale, sull’efficienza degli impianti, sulla sicurezza, sul miglioramento degli ambienti e la ristrutturazione di mense e spogliatoi ecc.

Insomma, prospettive di continuità e di sviluppo capaci di competere con la migliore concorrenza internazionale. Tutto questo per costruirvi i futuri nuovi modelli, senza un giorno di cassa integrazione, a salario pieno, con i relativi contributi previdenziali ed assistenziali, nella considerazione che la risorsa piu’ importante fosse il capitale umano.

Invece dall’inizio dell’anno ad oggi, continuano a sfilare  per le strade di Pomigliano d’Arco, e non solo,  insieme alla forza-lavoro della Fiat, cittadini di ogni età e ceto sociale, militanti politici della sinistra comunista, lavoratori di altri settori e realtà produttive, i sindacati di base, associazioni varie e movimenti di lotta.

Oltre ai delegati sindacali della Fiom, per impedire che venga, ancora una volta, ed ulteriormente penalizzato, un sito produttivo per carenza di produzione.

Il punto cruciale è che la crisi produttiva di Pomigliano non può essere risolta con un trasferimento di commesse da un sito all’altro ma, attraverso la rivendicazione di una riprogrammazione e una riorganizzazione generali dell’intero apparato industriale e produttivo, supportata da grandi investimenti nel campo della ricerca e la sperimentazione.

Si tratta di dare avvio alla costruzione di una vasta gamma di nuove macchine ecocompatibili, a forte risparmio energetico, elettriche, ad idrogeno, prodotti ad energia naturale, questo, non solo nel campo della trasportistica privata, ma, anche in quella del trasporto integrato e combinato.

Alla base di ogni credibile riconversione industriale, di sviluppo economico e produttivo del meridione vi deve essere il ripristino di una struttura finanziaria e programmatoria pubblica (una vera Iri) quale elemento strategico fondamentale di supporto.

Invece la Regione Campania ha utilizzato le ingenti risorse Ue e nazionali per costruire una larga e frantumata imprenditoria inconsistente, depotenziando uno dei più estesi patrimoni industriali, aprendo crisi serie nei distretti di Marcianise, Caserta, Battipaglia, Avellino, Grottaminarda.

Di fronte ad un simile scenario, a problematiche tanto importanti, a vertenze di siffatta portata, non può esserci chi non veda, tra i proletari, i disoccupati, i precari, gli studenti, le intellettualità democratiche diffuse la necessità di unire la molteplicità dei soggetti organizzati e dei movimenti in un grande fronte organizzato e di lotta.

Terenzio Del Gaudio

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