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L’Italia sta tornando fascista

Autore: . Data: lunedì, 2 marzo 2009Commenti (0)

In questi ultimi giorni il fantasma sta uscendo allo scoperto senza più alcuna timidezza, ma sembra nessuno voglia vederlo. Non è gentile e neppure simpatico, non è generoso e neanche giocherellone.

fascismo1Tornare indietro con la memoria ad anni che hanno cambiato profondamente l’Italia, tra il 1969 e il ’73, non è un esercizio inutile di questi tempi. Oggi si ha un’immagine di allora del tutto defomata, nella quale contestatori scalmanati distruggevano tutto. Nente di più falso.

Quel periodo della storia nazionale fu denso di cambiamenti, di conquiste nel mondo del lavoro e dei diritti civili. Ed anche fu il momento nel quale alcuni ambienti economici e politici tentarono di rovesciare l’ordine democratico per tornare ad un regime autoritario, sul modello messo in piedi in quelloa stessa stagione in Grecia dalla dittatura dei colonnelli. Per fortuna il movimento dei lavoratori, i partiti democratici, le istituzioni sconfissero quei piani. Allora, non oggi.

Per i più giovani debbono essere ricordate alcune cose ottenute in queghi anni: la conquista di forme maggiori di democrazia nelle fabbriche, le leggi sul divorzio e sul referendum, lo statuto dei lavoratori, l’abolizione delle gabbie salariali (un meccanismo che permetteva di pagare meno i lavoratori al Sud). Si impose una più profonda e partecipata democrazia, nelle fabbriche e nelle scuole. Sui luoghi di lavoro e nella società si limitò lo strapotere del padronato e della cutura conservatrice.

A chi non piaceva un’Italia che si emancipava venne l’dea di bloccare tutto. C’erano gruppi golpisti, nascosti anche nelle istituzioni e nei servizi segreti ed anche un movimento ‘spontaneo’ chiamato ‘Maggioranza silenziosa’. Alla sua articolazione organizzativa diedero vita Adamo Degli Occhi, avvocato milanese, con l’allora vicesegretario cittadino della Dc, Massimo De Carolis e il direttore di ‘Lotta Europea’, Luciano Buonocore.

Bonocore, descrivendo quel periodo ha detto in un’intervista: “La Maggioranza silenziosa nacque nel febbraio del 1971 come reazione al clima di violenza e intimidazione creato dalla sinistra extraparlamentare nelle scuole, nelle fabbriche e nelle piazze. Il 1 febbraio a Milano, nella sede del Movimento Monarchico in Corso Genova, si riunirono i capi dei movimenti giovanili dei partiti anticomunisti, tra cui Gabriele Pagliuzzi per i giovani liberali, Gianpaolo Landi Di Chiavenna per i giovani monarchici, Alfredo Mosini per i giovani socialdemocratici, nonché i Presidenti di alcune associazioni culturali; insieme decisero di indire il 13 marzo una manifestazione alla quale diedero la loro adesione politici e consiglieri comunali, tra cui Antonio del Pennino (Pri, ndr), Paolo Pillitteri (allora Psdi, ndr), Massimo De Carolis (allora Dc, ndr) e persino Bettino Craxi diede la sua disponibilità (cosa non certa, ndr)”.

Deve essere ricordato che allora il Movimento sociale italiano era un partito di derivazione fascista. Il direttore di ‘Lotta Europea’ nella sua intervissta diceva ancora: “Ero il coordinatore regionale della Lombardia del Fronte della Gioventù, con l’appoggio di Massimo Anderson mobilitammo gli iscritti lombardi e alla prima manifestazione, il 13 marzo, guidai il primo nucleo di manifestanti, 5000 aderenti del FdG (l’organizzazione giocanile del Msi, ndr) muniti di bandiere tricolori e senza simboli di partito”.

Bonocore, quindi passava alla descrizione delle finalità del movimento che erano “di dimostrare che i comunisti non erano maggioritari nel Paese e che la loro corsa al potere non era irresistibile, inoltre che la voglia di libertà e democrazia era forte e radicata negli italiani: a tal punto che quando il 17 aprile 1971 le forze dell’ordine cercarono di impedire con la forza la seconda manifestazione della Maggioranza silenziosa, la folla continuò ugualmente a manifestare senza paura. Per comprendere il clima unitario che si era creato fra gli anticomunisti vale a ricordare che a seguito di tali fatti, per garantire la tranquillità di svolgimento della successiva iniziativa di maggio, una nostra delegazione ufficiale composta da me, Gabriele Pagliuzzi, Piero Cattaneo, Franco Nodari e Alfredo Mosini fu ricevuta in Parlamento dai capigruppo dei partiti anticomunisti e da due sottosegretari di governo. Questa azione politica di piazza arricchita da proposte serie e determinate sul piano generale come l’istituzione di una repubblica presidenziale e la realizzazione di un sistema elettorale su collegi uninominali, ebbe anche un’indubbia influenza sulla caduta del governo di centro- sinistra sostituito dal Governo Andreotti-Malagodi”.

Alla domanda su cosa quel movimento abbia lasciato il dirigente di destra rispondeva: “E’ evidente che la Maggioranza silenziosa ha anticipato i tempi, ma le condizioni storiche e il clima di guerra fredda in cui vivevamo furono un ostacolo insormontabile perché già da allora si costituisse anche in Italia un polo di centro-destra.

Veniamo rapidamente ad oggi. Quel polo allora sconfitto ha realizzato una serie di ‘riforme’ e favorito il diffondersi di una cultura che ha una concreta matrice fascista. Dalle norme nei confronti degli stranieri al rapporto coi sindacati, dai tentativi di limitazione delle libertà di espressione per i giornalisti alla ‘battaglia per la vita’ (allora era quella contro il divorzio), dall’esercito utilizzato per l’ordine pubblico alle ronde, fino ad attaccare il diritto di sciopero.

In Italia per motivi poco comprensibili la parola ‘fascismo’ non si usa più, cosa che non avviene il altri Paesi del mondo. Eppure la cultura della diseguaglianza, l’idea che solo la maggioranza abbia titoli per decidere e le minoranze (anche politiche) siano di intralcio, l’intransigenza verso altre religioni o razze, la limitazione delle libertà individuali e collettive, l’idea di ‘ordine’,  la ‘crisitianità’ intesa come modello con ‘regole superiori’, una visione verticale e presidenziale della struttura dello Stato sono ipotesi di cultura fascista.

La recente discussione sul diritto di sciopero, non per la parte  che riguarda il trasposto pubblico, ha mostrato senza veli come non solo il centro-destra, ma anche larghi settori di centro-sinistra e sindacali abbiano adottato alcuni pensieri non conservatori, ma reazionari.

Per esempio, lo sciopero possibile solo per le maggioranze. Per sua natura lo sciopero è un diritto individuale, non collettivo. Non è consentito perchè si è rappresentativi di qualcosa, piuttosto perchè anche un singolo che non ritiene di essere d’accordo con le scelte della propria azienda abbia il diritto di astenersi dal lavoro, di convincere altri, di produrre ‘danni’ (politici ed economici, naturalmente) al datore di lavoro per indurlo ad introdurre miglioramenti di vario genere.

Il presunto ‘diritto alla mobilità’ è una vera propria castroneria, poichè già oggi non solo la legislazione, ma la pratica sindacale italiana non usano più ‘lo sciopero ad oltranza’, (ancora praticato in Inghilterra, dove nessuno si sogna di poterlo limitare) come forma di lotta. Alcune ore di disagio per il cittadino sono da considerarsi nell’humus stesso dell’agitazione, che proprio perchè produce fastidi induce la controparte padronale alla trattativa. Con lo sciopero non si impedisce a nessuno di spostarsi ‘per sempre’ (diritto alla mobilità), ma lo si avverte con congruo anticipo che in un dato giorno lo farà con difficoltà, perchè i lavoratori del settore hanno problemi di salario, di democrazia interna, di altro ancora.

Far passare il principio secondo il quale una astensione dal lavoro non deve produrre ricadute è negare il principio stesso dello sciopero, che è stato ‘inventato’ per costringere all’accordo chi non vuole concedere miglioramenti.

Molti esponenti sindacali e politici (anche di centro sinistra) sembrano non ricordare più queste cose, avviluppati ad una parola strana, ‘riformismo’, che sempre più frequentemente nasconde elementi di cultura fascista.

Tra le tante dichiarazioni, appaiono incredibili le parole dell’ex segretario dei Ds, oggi nel Pd, Piero Fassino, secondo il quale lo sciopero virtuale è una proposta ”di buon senso” e si può fare, ”purchè sia chiaro che non si tratta di mettere la museruola ai lavoratori”. Secondo il politico ‘democratico’ è logico pensare a qualcuno che in stato di sciopero lavori, ma senza percepire stpendio.

Che accade? Una visione non conservatrice, ma reazionaria del modello sociale si sta affermando in Italia. E lo dimostrano il razzismo dilagante, la xenofobia, la tendenza all’esclusione sociale dei più deboli o dei ‘diversi’.

Noi crediamo sia arrivato il momento di cominciare a parlare della costruzione di un modello fascista in questo Paese, senza timidezze o paure. Oggi non c’è più bisogno di mandare gli uomini dell’Ovra (la polizia segreta del fascimo) per arrestare i dissidenti, non sono pensabili il confino o il tribunale speciale. E sufficiente far sparire il dissenso e i dissenzienti dai mezzi di informazione o dar risalto ad altro.

Si guardino con attenzione alcuni telegiornali, che cominciano con un incidente stradale, passano ad un omicidio, poi ad una rapina, quindi allo sgombero di un accampamento di senza casa, lasciando nel dimenticatoio le centianaia di migliaia di cassintegrati, le ragioni di migliaia di profughi, la pericolosità della crisi in atto. E dando l’impressione di un Paese che ha bisogno di ‘pugno di ferro’, di un ‘uomo forte’, di un ‘governo duro’.

Ed ecco che con incredibile semplicità il gioco è fatto. Senza camicie nere e senza manganelli, ma col ‘maggioritario’, con la ‘governabilità’ imposta da una ‘maggioranza’ che mal sopporta di discutere, con la ‘semplificazione’ del quadro politico che elimina interi partiti o aree di pensiero. Coi candidati al Parlamento scelti dalle segreterie di tre, quattro partiti in liste bloccate.

Noi assistiamo alla costruzione di un sistema politico e sociale di cultura fascista. Sta accadendo ora, in Italia.

Non volerlo comprendere, non saperlo combattere, rifiutare con spocchia demagogica l’esistenza del dato pur di difendere errori gravissimi di scelta strategica generale (il Partito democratico) vuol dire essere corresponsabili di un disastro che sta uccidendo le libertà democratiche, sostituite dal ‘telefonino di massa’, dal ‘fast food’, dal ‘reality’, dal ‘fascino del berlusconismo’. Da una quantità di cianfrusaglie inutili che dovrebbero dale l’idea del benessere e del progresso.

Un viaggio da incubo è cominciato e non credano i ‘saggi’ di poterne uscire facilmente, perchè i cittadini sono disorientati ed in gran parte inconsapevoli del rischio che stanno correndo.

L’auspicio è di cominciare a parlare di questo ‘fascismo rifondato’ senza pudori, per fermarlo prima che sia troppo tardi.

Roberto Barbera

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