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L’ultimo “mostro” si chiama Fritzl

Autore: . Data: mercoledì, 18 marzo 2009Commenti (0)

Dopo il “biondino” romeno, esposto ora al pubblico ludibrio un padre incestuoso sotto processo in Austria. Con la consueta corsa a descrivere i particolari più raccapriccianti

Stavolta il “mostro” non è un “biondino” romeno, bensì un vecchio signore austriaco di nome Josef Fritzl, che ha ammesso di aver segregato per 24 anni la figlia in uno scantinato (e di avere avuto da lei sette figli) pur avendo rigettato l’accusa di riduzione in schiavitù e di tentato omicidio (che riguarda il settimo figlio, Michael, morto subito dopo la nascita e, a quanto sembra, bruciato subito dopo in una stufa).

L’inizio dell’immane tragedia ebbe inizio nel lontano 1984 ad Amstetten, in Austria, a 120 chilometri da Vienna.

Da allora, nessuno aveva saputo più nulla della povera donna, della sua reclusione, delle violenze sessuali cui veniva sottoposta, dei bambini nati dalla relazione incestuosa.

Nessuno, evidentemente, aveva chiesto niente, nessuno si era interrogato su quella ragazza volatilizzatasi chissà dove e chissà perché.

Finchè un giorno, alla fine di aprile dello scorso anno, in seguito al ricovero in ospedale di una delle figlie nate durante il sequestro, la donna riacquistò all’improvviso un volto, alcuni poliziotti si insospettirono trovandosi di fronte a quel “fantasma” e la verità venne a galla.

Il padre-nonno, oggi 73enne, fu immediatamente arrestato mentre sua figlia, che ha compiuto 42 anni, e i sei nipoti sono stati affidati a una equipe di psicologi.

L’altro ieri mattina è iniziato il processo, presso il tribunale di Sankt Poelten. Ammesse soltanto le telecamere della tv austriaca, a cui si sono rivolte le televisioni di mezzo mondo per trasmettere ai propri telespettatori i particolari più raccapriccianti.

Indugiando innanzitutto sui pochi dettagli visibili del volto del “mostro”, seminascosto da un raccoglitore ad anelli, e riesumando i dettagli più macabri.

Ieri alcuni cronisti televisivi italiani, raccontando in diretta i punti salienti delle prime udienze, hanno mostrato scandalo per la strategia processuale adottata dai difensori di Fritzl. Il quale, manco a dirlo, non sembra affatto “pentito”, anzi.

Ha cercato addirittura di “scagionarsi” adducendo come motivazione alla base del prolungato incesto il pessimo rapporto protrattosi negli anni con sua madre quando era bambino.

Le prima giornate di udienza sono state poi dedicate essenzialmente al proseguimento della visione a porte chiuse delle testimonianze video della figlia Elisabeth, ma l’intero processo dovrebbe durare pochissimo, visto che la sentenza è attesa per il 20 marzo.

E’ utile aggiungere qualche considerazione. Partendo dal presupposto che solo qualche perverso cultore del più squallido horror può esimersi dal provare indignazione o disgusto di fronte a questa terribile storia, continua a colpirci il perdurante strabismo dei media.

I quali adorano indurre raccapriccio nei cittadini in cerca di emozioni forti, ma non fanno un passo per aiutare gli stessi a riflettere sulle condizioni ambientali che favoriscono tanta violenza sociale.

Perché non ci si interroga sul disinteresse dei vicini di casa del “mostro”? La scomparsa di una giovane donna per 24 anni non porta ad alcuna riflessione per le strade di un quartiere?

Il dramma dell’asocialità metropolitana non va forse oltre i gesti abbietti di qualche persona malvagia o gravemente malata?

Resta infine un’osservazione sulla professionalità di certi giornalisti. Che pretenderebbero, microfono alla mano, di sentenziare prima della Corte propinando all’ascoltatore, già condizionato in partenza, giudizi intrisi di moralismo.

A nessun criminale o presunto tale, invece, si può impedire di difendersi come meglio crede. Tra l’altro, senza voler “assolvere” pedofili perversi o padri incestuosi, è noto che talune aberrazioni a sfondo sessuale traggono origine da un’infanzia terribile.

Non si capisce, dunque, perché si dovrebbe condannare moralmente (a mezzo stampa, poi) un avvocato solo per la scelta processuale di utilizzare un argomento largamente studiato, in altri contesti, da psichiatri e psicoterapeuti.

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