Il testamento biologico continua a dividere il Pd
Continua la storia misteriosa del disegno di legge. In realtà a rendere la situazione ancora più incomprensibile è l’atteggiamento dei parlamentari del Partito democratico.
Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato, è tornata sul tema ed ha detto: “Credo che l’apertura di cui parla il Pdl sul testamento biologico sia una finta. C’è infatti un’assoluta diversità di approccio alla questione”.
“Le proposte del Partito democratico – ha spiegato – pur nella diversità di articolazione, attengono tutte all’attuazione del secondo comma dell’articolo 32 della Costituzione, che stabilisce che nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari contro la propria volontà , e puntano a far si che il principio valga anche quando il paziente non è più in grado di manifestare la propria volonta’”.
La parlamentare del Pd quindi ha aggiunto: “Il disegno di legge Calabrò nega questa possibilità , nega la possibilità di disporre con il testamento biologico in ordine al trattamento sanitario. C’è dunque inconciliabilità tra le due posizioni. Ma questo è il punto fondamentale di una legge sul testamento biologico. Nel Pdl cercano come si dice dalle mie parti di ‘nascondere il sole con la rete. E’ normale che le divisioni ci siano, ma non è normale negarle e tentare di coprirle con una disciplina da partito bulgaro. Come è possibile non avere posizioni diverse su un tema così delicato? Fanno pensare a certe forme di gestione del partito che appartengono a un’esperienza che speriamo definitivamente conclusa”.
In realtà non si vede perchè su un diritto idividuale così evidente, quello di poter decidere a quali terapie sottoporsi ed a quali no, si debba parlare di problemi di coscienza. La legislazione deve tutelare i la volontà dei cittadini, le convinzioni religiose poi sono personali e, come nel caso del divorzio o dell’interruzione di gravidanza, i credenti sono liberi di non sciogliere il proprio matrimonio o di non abortire.
Però, se le convinzioni di Finocchiaro non lasciano molti spazi alla proposta governativa, di diverso parere è Dorina Bianchi, capogruppo dello stesso partito in commissione. La parlamentare vede nelle modifiche proposte da Calabrò ”un passo avanti anche se ci sono alcune cose che sono state recepite ma che bisogna vedere se verranno mantenute”.
Ignazio Marino e Donatella Poretti, anche loro del Pd invece sono del tutto contrari all’impostazione del centro-destra: “L’impianto generale rimane assolutamente non condivisibile e anticostituzionale. Se è vero che viene cancellato l’art. 2, esso viene sostituito con una riformulazione del tutto analoga che, se sventuratamente divenisse legge dello Stato, vedrebbe il medico che assiste una persona nelle condizioni di Piergiorgio Welby, come ha fatto Mario Riccio, commettere un reato penale”.
La proposta Calbrò, alla luce di alcuni cambiamenti dal testo originario, sostituisce i primi 3 articoli del ddl con un solo articolo che traccia i principi del provvedimento. Via l’articolo 2 comma 2, quello in base al quale l’attività medica non può in nessun caso essere orientata al prodursi o consentirsi della morte del paziente, attraverso la non attivazione o disattivazione di trattamenti sanitari ordinari e proporzionati alla salvaguardia della sua vita o della sua salute. Questo punto viene sintetizzato con un netto rifiuto di ”ogni forma di eutanasia e ogni forma di assistenza o di aiuti al suicidio, considerato che l’attività medica, in quanto esclusivamente finalizzata alla tutela della vita e della salute, nonchè all’alleviamento della sofferenza, non può essere orientata a produrre o consentire la morte del paziente”.
Sparisce anche l’articolo 3, quello sull’accanimento terapeutico. Qui l’obbligo per il medico di ”astenersi da trattamenti sanitari straordinari, non proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura e/o di sostegno vitale del medesimo”, si trasforma nella ”possibilità per il medico, in condizione di morte prevista come imminente, di astenersi da trattamenti straordinari proporzionati, non efficaci o non tecnicamente adeguati rispetto alle condizioni cliniche del paziente o agli obiettivi di cura”.
Mentre prima per definire la propria volontà il cittadino doveva ricorrere ad un notaio, ore la figura viene sostituita dal medico generale e la dichiarazione anticipata di trattamento viene conservata in un registro apposito istituito presso il ministero del lavoro e della salute, a cui spetta ”stabilire altresi’ i termini e le forme entro i quali i soggetti vorranno compilare la Dat”.
La legge, infine dopo un lungo tira e molla, riconosce il “diritto del paziente a essere protetto contro il dolore attraverso l’applicazione di tutte le terapie antidolorifiche disponibili e promuove la diffusione delle cure palliative”.
Così, mentre il Partito democratico è alla prese con le tradizionali posizioni ‘ampie’, una parte del Pdl cerca qualche compromesso, ma un’altra sembra di tutt’altro parere. Il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, ha chiarito: “ci sono alcune mediazioni che non sono possibili. Si sono riconosciute le ragioni degli altri emerse con le due mozioni votate al Senato. Non è un appello al vogliamoci bene, perchè ci sono mediazioni non possibili. Tuttavia stiamo facendo uno sforzo di larga condivisione con questa legge, come dimostra il ddl del relatore Calabrò, che nel suo sforzo di sintesi è partito dall’impostazione del Comitato nazionale di bioetica, composto da laici e cattolici”.
Un casi in cui dire “tutto ed il contrario di tutto” appare appropriato.
Chi, invece non ha dubbi è il segretario dell’Idv, Antonio Di Pietro: ”E’ ora di finirla con questa storia che la apolitica vuole dcidere anche sulla vita e sulla morte delle persone. Ogni persona ha diritto di vivere dignitosamente la propria vita e di scegliere dignitosamente quando chiudere gli occhi. Per questo Idv non vede altra strada che quella di un referendum abrogativo non appena la legge sul testamento biologico sarà emanata”.


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