Donne e pensione: 60 anni vi sembran pochi?
Il ministro Brunetta intende recepire la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia del Lussemburgo sull’innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici pubbliche. In nome della parità… Un articolo per “Tu Inviato”
Senza aver aperto alcun tavolo di confronto con le parti sociali sull’argomento – prassi, questa, oramai divenuta consuetudinaria nell’azione del Governo Berlusconi – il ministro Brunetta intende dare il via libera all’innalzamento dell’età pensionabile delle lavoratrici pubbliche a 65 anni.
Non è l’esternazione del Ministro che stupisce, ma la pretesa di far passare tale operazione come un dato positivo per l’universo femminile che, così facendo, aggiungerebbe un ulteriore tassello al suo “cammino di parità” verso il popolo maschile.
Vediamo di fare un po’ di ordine. L’articolo 4 della legge sulla parità di trattamento, in vigore da ben 31 anni, sostiene che le lavoratrici, se vogliono, possono continuare a lavorare fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini, e ciò anche se hanno già maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia (60 anni di età e 20 anni di contribuzione).
E’ pertanto quantomeno paradossale che venga interpretata come discriminatoria una norma che, al contrario, è stata pensata e voluta per agevolare le donne, offrendo loro un’opportunità in più, quella di scegliere se continuare o meno a lavorare.
Andare in pensione a 60 anni non può e non deve essere considerato un obbligo, ma soltanto un’opportunità in più per le donne. Discriminatorio e penalizzante sarebbe, al contrario, costringere le lavoratrici a lavorare obbligatoriamente fino a 65 anni, soprattutto in tempi di crisi come questi.
Da tempo, infatti, sentiamo ripetere che a pagare il prezzo più alto della crisi che sta investendo l’Italia e il mondo saranno i soggetti più deboli, donne, giovani e precari in primis. Non dobbiamo dimenticarci, però, che la maggior parte dei lavoratori precari sono donne, in particolar modo giovani.
Le donne, in Italia, studiano di più, ma vengono assunte meno, hanno meno opportunità di lavoro, a parità di lavoro hanno retribuzioni più basse, hanno meno opportunità di carriera o sono addirittura costrette al licenziamento in caso di maternità (il 20% delle donne lascia il proprio lavoro alla nascita di un figlio, il 60% nella fascia di età tra i 35 e i 44 anni è costretta a ridursi l’orario di lavoro per prendersi cura dei figli), hanno lavori saltuari, precari, discontinui, part-time, hanno quasi a loro completo carico (per il 77%) il lavoro di cura e tutte le attività familiari.
A fronte di questo pensare che la soluzione possa essere l’innalzamento dell’età pensionabile è come cercare di spengere un incendio con un secchiello bucato.
Elisa Mariotti


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