Corrispondenza da Israele, dove la guerra e di casa
Una guerra drammatica, quella tra israeliani e palestinesi, della quale non si vede la fine. Uno scontro politico e militare, con implicazioni economiche, culturali e religiose… Ma soprattutto uno scontro umano. Un articolo per ‘Tu Inviato’.
E’ una vita difficile per entrambi i popoli, condannati a vivere una quotidianità distorta e malata, fin dalla tenera età. Durante la presunta tregua di fine gennaio, sulle città israeliane vicine a Gaza, quindi Asquelon, Sderot ed altre, piovevano missili, i temutissimi kassam: da decenni abituati a scappare cercando riparo nei “safe point” disseminati per strada e nelle case all’avvio della sirena di allarme che annuncia l’imminente caduta del missile, gli israeliani vivono con una serenità agghacciante la realtà della guerra.
Addestrati alla vita militare ed avvicinati alla cultura della guerra fin da giovanissimi, i ragazzi e le ragazze israeliani svolgono obbligatoriamente due anni di servizio militare, tra l’orgoglio e la paura dei genitori, che allo stesso tempo temono per la loro vita e gioiscono del loro impegno umano e militare per la causa israeliana: “Mio figlio è stato chiamato a svolgere il servizio militare pochi mesi fa – ha raccontato Marco Markovich, che ad Asquelon svolge la professione di dentista dopo aver per anni studiato e vissuto in Italia – perché in questo paese per i giovani non ci sono alternative. Ricordo che i nostri nonni, quando ci vedevano andare a combattere, dicevano che saremmo stati l’ultima generazione di israeliani ad imbracciare le armi, perché la guerra avrebbe avuto fine, ma non è stato così per i miei figli, che non più tardi di due settimane fa avevano paura che partisse la sirena e non riuscivano neanche a chiudersi in bagno per fare una doccia. E oso dire che non sarà così neanche per i miei nipoti”.
La guerra ha portato via tante persone care, e tanti sogni alla gente che vive nei dintorni di Gaza, ma la carica di desiderio di rivincita che anima anche la gente più semplice riesce a vincere anche dolore e paura: “Casa mia è stata distrutta da due kassam, due volte nel giro di un mese – ha raccontato Dina Nevo, un’anziana che vive da sempre a Sderot e che da qualche anno svolge l’attività di volontaria presso un centro di primo soccorso per bambini – ma non ho mai smesso di credere nella causa israeliana, anche non smetto neanche se penso che per ben due volte ho rischiato di morire tra le mura di casa mia”.
La qualità della vita non è delle migliori neanche in terra palestinese:
chi vive in città prestigiose ed affascinanti come Ramallah non ha forse l’incubo dei kassam, ma deve fare quotidianamente i conti coi check point di controllo disseminati in ogni angolo della città, che ogni palestinese deve superare, anche più di una volta al giorno, per entrare ed uscire praticamente da casa sua. Lo stesso dicasi per chi fuori dalle città palestinesi ci lavora: Mukamaiat Shofat ad esempio, arabo palestinese che dalla città di Anata, peraltro interna al territorio di Gerusalemme, ma ubicata oltre il muro della stessa, si reca ogni giorno nel centro storico dalla città Santa per lavorare nel suo splendido negozio di oggettistica, viene sottoposto a perquisizioni e controlli come minimo due volte al giorno, quando entra nella città per cominciare la sua giornata di lavoro, e quando la sera se ne va per raggiungere sua moglie ed i suoi quattro bambini per la cena: “E’ una cosa molto triste dover essere sottoposti a continui controlli – ha spiegato – perché cominciare la giornata così vuol dire perdere ogni entusiasmo per il proprio lavoro, e qualche volta anche per le persona care, perché viene a svilirsi la carica umana che abbiamo nel cuore. Penso più che a me, ai miei figli, che per entrare in città e recarsi a scuola vengono perquisiti e interrogati ogni mattina, all’andata ed al ritorno, da uomini armati e per forza di cose minacciosi: sono dei bambini. Soltanto dei bambini”.
Realizzare questa prima esperienza di reporter di guerra ad Asquelon non è stata una scelta casuale: in Israele vive e lavora da mesi Stefano Nencioni, il capitano dei carabinieri che comanda la stazione provinciale di Massa Carrara. L’ufficiale è impegnato in Medio Oriente nella missione internazionale Eubam-Rafah .
Nencioni è ‘executive officer’ di una piccola forza sostenuta dall’Unione Europea ed impiegata dal 2005, a seguito agli accordi tra Israele e l’Autorita’ Nazionale Palestinese, per il controllo e l’apertura del valico di frontiera di Rafah tra la Striscia di Gaza e l’Egitto.
Il capitano ha descritto, in una fase di relativa tregua, quello che è realmente successo nei dintorni di Gaza tra dicembre e gennaio: “Siamo arrivati a contare l’esplosione di dieci, quindici kassam al giorno – ha detto – ma devo dire che nessuno degli appartenenti alla missione, un’iniziativa di carattere internazionale che vede rappresentate numerose nazioni, ha mai perso la calma. Abbiamo anzi sempre cercato di far sentire alla gente del posto la nostra presenza come quella di persone amiche, e devo dire effetivamente ben volute anche perché capaci, come è tipico in particolare di noi italiani, di affrontare anche i momenti di maggior tensione con serenità e col sorriso sulle labbra. La situazione è stata tesa, è chiaro, ma nel corso dei mesi abbiamo cercato di intervenire in vari ambiti della vita di questa gente – ha concluso – non tralasciando per esempio neanche cultura e vita sociale”.
Margerita Mazzarella
Le foto contenute nell’articolo sono di Massimo Matelli


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