Cinesi come topi. In una casa di Milano
Un “albergo” sotterraneo per lavoratori, irregolari e non, è stato scoperto dagli agenti della polizia di Milano. In realtà lo sfruttamento della manodopera orientale è diffuso, ma spesso lo si ignora
Tutto è nato dalla la segnalazione, domenica scorsa, a proposito di uno strano andirivieni al numero 77 di via Mac Mahon, periferia nordovest di Milano, a venti minuti di tram dal centro della città.
Poi, la scorsa notte, gli agenti delle volanti Tevere, Farini e Accursio hanno poggiato i loro piedi proprio sopra una botola, senza saperlo, al momento di suonare il campanello e verificare la possibile presenza di operai cinesi stipati e sfruttati in un appartamento.
Nessuno ha aperto ai poliziotti, i quali hanno però sentito del trambusto sotto di loro. Così, una volta entrati nella casa sita al primo piano, hanno sorpreso in pochi minuti 28 cinesi (12 lavoratori con regolare permesso di soggiorno, 12 irregolari, sia uomini che donne di età compresa tra i 40 anni, accanto a quattro bambini).
Gli immigrati erano rinchiusi in stanzette grandi quanto un materasso matrimoniale, hanno riferito gli inquirenti. Il primo piano era collegato all’ex magazzino sottoterra da una scala e lì l’ambiente era stato suddiviso con paratie di compensato: 60 i posti letto complessivi, che venivano affittati a 100 euro al mese a coppia, 200 euro a famiglia. Due i bagni e una cucina sudicia, con bombola a gas.
Rudimentale l’impianto elettrico e inesistente il sistema di areazione: l’aria entrava dalle due botole, di cui una serviva come uscita di sicurezza.
Per quanto possa suscitare orrore una simile situazione al di sotto della decenza e della dignità umana, sbaglierebbe chi pensasse si tratti di un caso-limite. In realtà, la condizione “standard” di vita dei lavoratori cinesi, a Milano, è pessima.
Lo sa bene chi risiede (o frequenta per altri motivi) via Paolo Sarpi e le zone limitrofe. Stiamo parlando di una zona commerciale (un tempo considerata di pregio) a due passi dalla sede Rai di Milano e a dieci minuti di distanza da piazza Duomo.
Ebbene, da anni i grossisti cinesi si sono pressoché impadroniti dei commerci in tutta l’area. Se i residenti si lamentano soprattutto dell’accresciuta incidenza del traffico, ad un occhio più attento non dovrebbe sfuggire che cosa accade una volta varcati i portoni condominiali: ripostigli e magazzini condominiali sono stati in molti casi trasformati in officine tessili del tutto illegali, nelle quali decine e decine di lavoratori (spesso donne e ragazzi) lavorano giorno e notte in condizioni inaccettabili. Dormendo e mangiando negli stessi ambienti.
Eppure, chissà perché, via Paolo Sarpi resta una zona franca, sia sul versante dei commerci più o meno illeciti sia su quello dello sfruttamento della manodopera. Un’enclave che resiste negli anni per la totale assenza di radicamento sindacale tra i lavoratori cinesi e per la negligenza delle istituzioni, che evidentemente sottovalutano un dramma sociale di grande portata.


Lascia un commento