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Amnesty: rapporto sulla pena di morte

Autore: . Data: martedì, 24 marzo 2009Commenti (0)

Irene Khan, segretaria generale dell’associazione, ha detto: “La pena di morte è la punizione estrema. è crudele, inumana e degradante. Nel XXI secolo non dovrebbe esserci più posto per decapitazioni, sedie elettriche, impiccagioni, iniezioni letali, fucilazioni e lapidazioni”.

200294162-001L’associazione per la difesa dei diritti umani Amnesty International ha diffuso oggi i dati sulla pena di morte nel mondo e i dati sono agghiaccianti. Nel 2008 sono state eseguite più condanne in Asia che in ogni altra parte del pianeta e la Cina da sola ha ucciso ‘legalmente’ più persone che nel resto del pianeta. Per contrasto, in Europa solo un paese ricorre ancora alla pena di morte: la Bielorussia.

Secondo il rapporto di Amnesty International, “Condanne a morte ed esecuzioni nel 2008”, tra gennaio e dicembre dello scorso anno sono state messe a morte almeno 2390 persone in 25 paesi e sono state emesse almeno 8864 condanne alla pena capitale in 52 paesi.

Il documento segnala i paesi in cui sono state emesse condanne alla pena capitale: Afghanistan, Arabia Saudita, Iran, Iraq, Nigeria, Sudan e Yemen e ricorda “l’uso spesso sproporzionato della pena di morte nei confronti di persone povere o appartenenti a minoranze etniche o religiose in paesi come Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti d’America e Sudan” avvertendo i cittadini del modno del “costante rischio che vengano messi a morte innocenti, come dimostrato dal rilascio di quattro prigionieri dai bracci della morte statunitensi”.

Molti prigionieri subiscono condizioni di detenzione particolarmente dure e sono sottoposti a forte stress psicologico. Ad esempio, in Giappone l’ordine d’impiccagione viene notificato ai prigionieri solo la mattina stessa dell’esecuzione, mentre i familiari vengono informati dopo che questa ha avuto luogo.

Khan ha aggiunto: “La pena capitale non è solo un atto ma un processo, consentito dalla legge, di terrore fisico e psicologico che culmina con un omicidio commesso dallo stato. A tutto questo dev’essere posta fine”.

Secondo Amnesty la maggior parte dei Paesi del mondo “si sta avvicinando all’abolizione della pena di morte: solo 25 dei 59 paesi che ancora la mantengono hanno eseguito condanne nel 2008″. Non può in gni caso essere trascurato il dato complessivo e l’associazione “ammonisce tuttavia che, nonostante questa tendenza positiva, centinaia e centinaia di condanne a morte continuano a essere emesse”.

Questi progressi sono stati anche sminuiti dalla ripresa delle esecuzioni a Saint Christopher e Nevis (le prime nel continente americano, esclusi gli Stati Uniti d’America, dal 2003) e dalla reintroduzione della pena di morte in Liberia per i reati di rapina, terrorismo e dirottamento.

La dirigente di Amnesty ha concluso: “La buona notizia è che le esecuzioni hanno luogo in un piccolo numero di Paesi. Questo dimostra che stiamo facendo passi avanti verso un mondo libero dalla pena di morte. La brutta notizia, invece, è che centinaia di persone continuano a essere condannate a morte nei Paesi che ancora non hanno formalmente abolito la pena capitale”.

C’è da rilevare che all’l'omicidio ‘legale’, rappresentato dalla pena di morte, deve essere associato un fenomeno sotterraneo e segreto, quello della ‘detenzione’ abusiva, che secondo numerose testimonianze ha portato alla morte di alcuni prigionieri in assenza di processo.

In un recente rapporto ‘confidenziale’ della Croce Rossa internazionale, diffuso di recente dal ‘Washington Post’, si denunciavano le prigioni segrete della Central intelligence agency (Cia), i servizi segreti degli Usa, nelle quali (almeno durante la presidenza Bush) i detenuti sarebbero stati sottoposti a “trattamenti crudeli, inumani o degradanti”.

L’articolo del prestigioso quotidiano americano rendeva noto che “i maltrattamenti cui sono stati soggetti mentre erano trattenuti dalla Cia, sia singolarmente che in combinazione, costituiscono tortura”.

Se il reato di tortura, ampiamente denunciato da Amnesty, riveste una fattispecie specifica, non si deve ignorare che negli anni sono stati documentati ‘incidenti’ nei quali alcuni detenuti trattenuti senza processo ed illegalmente sono morti a seguito delle percosse subite. Alle carceri segrete ‘gestite’ dalla Cia potrebbero essere aggiunte quelle isrealiane.

Alcuni anni fa Julie Flint, reporter del giornale libanese ‘The Daily Star’, rese noto che Sheikh Abdel Karim Obeid, era stato stato rilasciato il 5 febbraio del 2004, dopo un periodo di reclusione in un campo misterioso chiamato ‘edificio 1391′. Con lui era stato liberato un altro palestinese, Mustafà Dirani, recluso per otto anni, di cui sette in isolamento. Secondo gli avvocati israeliani dei due, cittadini libanesi, Obeid e Dirani sarebbero stati tenuti in condizioni disumane, violentati, mai messi in contatto con alcun organismo internazionale per la tutela dei diritti umani e tanto meno con la Croce Rossa internazionale. Questo per un motivo molto semplice: nessuno sapeva dell’esistenza della prigione.

Per comprendere ll fenomeno delle prigioni ‘segrete’ si pensi che del campo 1391, il governo di Tel Aviv ha sempre negato l’esistenza. Negli anni trenta, durante il protettorato inglese della Palestina, le autorità militari costruirono una serie di edifici destinati alla polizia. Si trattava fortini circondati da mura, con torrette per il controllo del territorio esterno e interno alla struttura. Oggi palazzotti più o meno simili sono segnalati da cartelli che li indicano per numero. Eppure il 1931 non esiste, non è visibile sulle carte, non ha alcuna insegna che lo definisca, è scomparso persino dalle fotografie aeree. Per questioni di sicurezza non si hanno notizie sulla sua dislocazione e, secondo alcune testimonianze, dovrebbe trovarsi in prossimità della frontiera che divideva Cisgiordania e Israele, prima della guerra dei sei giorni del 1967.

Le notizie su una leggera flessione delle esecuzioni capitali induce ottimismo, ma deve essere ricordato il fenomeno della detenzione ‘segreta’, che si concentra verso persone sospettate di terrorismo o colpevoli di opporsi ai diversi governi. Per loro la cndanna a morte e l’esecuzione potrebbe essere non solo ‘legale’, ma anche ‘invisibile’ e senza processo.

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