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“Decreto Brunetta” e lavoratori-sudditi

Autore: . Data: lunedì, 16 marzo 2009Commenti (0)

Varata la legge che dovrebbe garantire maggiore efficienza alla pubblica amministrazione. Ma le proteste non mancano. Un articolo per “Tu Inviato”

burocraziaIl ministro Brunetta ha sferrato un altro attacco al ruolo delle pubbliche amministrazioni, intese come soggetti garanti della fruizione dei diritti di cittadinanza, di servizi pubblici fondamentali e come strumenti di politiche di equità sociale e di  coesione civile.

Infatti alle roboanti dichiarazioni del ministro Brunetta sulla bontà del decreto a sua firma, che secondo lui assicurerà una Pubblica Amministrazione finalmente efficiente e produttiva, in realtà corrisponde ben altro: un insieme di norme che rappresentano gli elementi attuativi di un’idea di ridimensionamento dei servizi pubblici e dell’apparato dello Stato già iniziata quest’estate con i  tagli ai bilanci ed agli organici previsti dalla legge 133.

Oggi si passa alla fase successiva intervenendo sui contratti, nazionali ed integrativi ponendo vincoli economici decisi unilateralmente dalle controparti; sottraendo alla contrattazione i temi del lavoro, della qualificazione e formazione professionale, con il conseguente indebolimento della funzione del sindacato nel posto di lavoro; modificando il regime disciplinare per rendere da domani più sudditi i dipendenti pubblici; annullando di fatto l’efficacia dei provvedimenti emessi dalla magistratura contabile in caso di irregolarità.

Considero scandalosa inoltre la nuova norma sui concorsi (sarà contenta la Lega…) che attribuisce il diritto di precedenza ai lavoratori residenti nel territorio dove le amministrazioni hanno i posti vacanti messi a concorso; per non parlare della invocata “autonomia dell’Aran dai sindacati” che rende, in maniera vergognosa, incompatibile l’appartenenza, anche passata, ad una organizzazione sindacale per chiunque operi all’interno di questa amministrazione.

Una assurdità che cozza con il principio costituzionale della libertà di associazione e di pensiero che, un domani, se non fermata, rischia di diventare un pericolosissimo precedente per la libertà e la democrazia nel nostro Paese.

Tutto questo diventerà realtà una volta approvati i decreti attuativi entro nove mesi dalla pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale.

Insomma, una vera e propria azione di “restaurazione e rilegificazione del rapporto di lavoro” che riporta indietro nel tempo lo status dei dipendenti pubblici all’epoca del Testo Unico n. 3 del 1953.

Dietro a tutto questo, lo sappiamo, c’è l’intento di ridurre la presenza del pubblico nella gestione diretta dei servizi passando competenze ai privati; c’è il desiderio di annientare la Cgil che, soprattutto nel Pubblico, ha un ruolo ed un peso di gran lunga superiore a Cisl e Uil.

Non è un caso, quindi, che il provvedimento indichi di voler dettare nuove regole che consentano la “convergenza degli assetti regolativi del lavoro pubblico con quelli del lavoro privato, con particolare riferimento al sistema delle relazioni sindacali”.

L’intento manifesto è sicuramente quello di  ridurre  ruolo e presenza del sindacato, le libertà sindacali, la legge sulla rappresentanza, modificare gli assetti contrattuali così come è stato fatto nell’accordo separato con Governo e Confindustria; altrimenti non si capirebbe perché non è stato fatto il contrario, visto che gli spazi sindacali e contrattuali del pubblico sono molto più ampi di quelli attualmente in vigore nel privato.

Su questo provvedimento si gioca dunque molto del futuro dell’Italia. Se dovesse affermarsi questo modello sarebbe la fine della democrazia, non solo dal punto di vista sindacale; perché potrebbe  venire a meno l’esigibilità dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione.

Il problema quindi è politico, è di come le forze della sinistra intendono muoversi nei prossimi mesi per impedire che venga messo in atto questo disegno reazionario. Non si tratta quindi di un “affare” circoscritto semplicemente ad una categoria di lavoratori, quelli pubblici, notoriamente “privilegiati” e qualche volta anche “fannulloni”.

Né può essere abbandonata la Cgil a se stessa in questa fase come se il problema fosse esclusivamente di sua competenza. E’ necessario che la sinistra e tutti i progressisti capiscano l’importanza di questa partita ed insieme, nonostante le divergenze interne, offrano una sponda politica e di movimento a sostegno di una lotta che deve vederci tutti impegnati a difendere lo stato di diritto che questo Governo invece vuole negare ai propri cittadini in base ad una concezione dello Stato che, giorno dopo giorno, si sta rivelando sempre più autoritaria.

Gian Guido Santucci
Funzione pubblica Cgil nazionale

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