Vergognarsi di esser comunisti
Il ‘pensiero unico’ ormai tritura tutto. L’aver fatto parte del Pci ‘deve’ indurre al ‘mea culpa’ obbligatorio, almeno così sembra.
Singolare dibattito tra un politico ed un direttore di giornale. Luciano Violante, del Pd e collaboratore del quotidiano ‘Il Riformista’, diretto da Antonio Polito, si era detto ‘indignato’ per il titolo dato dal giornale ad un suo articolo sulle foibe ed aveva dichiarato esaurita la sua diponibilità per la redazione di futuri articoli.
Luciano Violante
“Gentile direttore – aveva scritto l’esponente del Pd – sono indignato per il titolo che il tuo giornale ha dato, in prima pagina, al mio articolo di oggi “Mi vergogno di essere stato comunista”. Quel titolo è falso perchè non corrisponde al contenuto dell’articolo, è offensivo perchè non corrisponde ai miei sentimenti e alla mia vita, è volgare perchè riduce ad uno stupido protagonismo individuale un ragionamento sull’identità italiana. Ti prego – conclude Violante – di considerare interrotta la mia collaborazione al tuo quotidiano”.
Fin qui le cose sembrano chiare. Poi, però, è stata diffusa ua nota del ‘Il Riformista’, nella quale si leggeva che se Violante non si vergogna “ne prendiamo atto con mestizia”.
‘Un titolo – ha scritto la direzione del quotidiano – è un titolo e se l’autore dell’articolo non vi si riconosce c’è poco da fare. Ma in quell’articolo Violante scriveva, rivivendo al teatro il ricordo delle foibe: ‘Mi sembrava che le implicite accuse delle parole della piece riguardassero anche me. Perchè l’aver appartenuto al partito comunista e il sentirmi tutt’ora dentro quella rigorosa educazione politica e quel complesso di valori civili e repubblicani mi faceva sentire tra quegli assassini”. Ammettere di sentirsi tra ‘quegli assassini’ ci era parsa un’umile e nobile ammissione di vergogna. Violante ci informa invece che non prova vergogna. Ne prendiamo atto con mestizia”.
La necessità di trasformare la storia del Partito comunista in qualcosa di cui vergognarsi, l’identificare Togliatti o Terracini, Berlinguer o Longo, Natta, Amendola, Ingrao, Napolitano in ‘complici’ di assassini o addirittura in ‘assassini’, insieme a milioni di cittadini italiani che quel partito sostennero e resero tra i protagonisti della rinascita democratica dopo il fascismo, indipendentemente dal condividerne o meno le strategie, è lo specchio di un Paese ormai avvitato in una furia iconoclasta che dimentica decenni di durissime battaglie per il lavoro e l’emancipazione dei lavoratori e degli umili.
Si vogliono riabilitare i repubblichini e distruggere i valori della Resistenza, ‘pacificare’ un Paese dimenticando le responsabilità di chi produsse vent’anni di dittatura crudele e criminalizzare una parte fondamentale dell’antifascismo e del Comitato di liberazione nazionale?
Il piccolo scontro Polito-Violante racconta molto di più di quanto possa apparire ad una osservazione sommaria. E preoccupa.


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