Veltroni addio
Il giorno dopo la sconfitta sarda il segretario del Pd, Walter Veltroni, ha rassegnato le dimissioni.
Nella mattinata di ieri si era riunito il coordinamento del Pd, presenti oltre al segretario Pierluigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro.
Veltroni ha subito dichiarato l’intenzione di mollare e, come in tutte le commedie dell’assurdo, i suoi colleghi lo hanno pregato di ripensarci. Dopo alcune ore di discussione e riflessioni varie l’ormai ex leader del Pd ha confermato l’addio.
Andrea Orlando, portavoce del partito ha comunicato: “Domani Dario Franceschini proporrà gli organismi dirigenti e il percorso per affrontare il seguito conseguente alle dimissioni del segretario, sulla base delle regole statutarie” e poi ha aggiunto: “Domani Veltroni spiegherà le motivazioni”.
Se apparentemente si chiude un capitolo della storia del Pd adesso sarà il caso di aspettare per comprendere se ci sarà tsunami o no. Se il Partito democratico fosse una organizzazione politica seria sarebbero chiari i termini del dibattito interno. Si capirebbe sui temi principali, dalla politica delle alleanze ai diritti civili, dalla posizione nei confronti del mondo del lavoro (Cgil) a quella sulla crisi quali ipotesi sono in campo. Non è così, come sanno bene tutti i cittadini e fanno a meno di raccontare i commentatori, più inclini a leggere tra le chiacchiere del retrobottega per privilegiare le improbabili alchimie che inventerà il dottor Stranamore, il grande ideatore dell’esperimento di ingegneria genetica all’origine del parto del Pd.
I partiti politici italiani sono ormai come un labirinto nel quale una serie di individui muniti di pacchetti di tessere si sfidano a singolar tenzone per dividersi i posti di comando. Idee, strategie, idealità o semplice passione hanno lasciato il posto a manichini ingessati, che gestiscono giorno per giorno i pezzi dell’organizzazione: consiglieri regionali, provinciali, comunali, di circoscrizione, segretari di sezione, ecc. Vale anche per il Pdl, non si abbiano dubbi.
Lo scontro interno al Pd era solo in parte generato dai due ectoplasmi originari, Margherita e Ds. In realtà all’interno dei due ‘soci fondatori’ altre sottocorrenti si sono mosse instancabilmente, senza avere quasi nessuna idea sul ‘che fare’, ma con ben chiaro lo scopo: procedere ad ‘interdizioni’ permanenti nei confronti degli avversari interni per garantirsi spicchietti di potere.
C’era un tempo lontano, quando esisteva il Pci, e i suoi dirigenti ogni giorno si incontravano nelle sezioni coi militanti, che chiunque aveva ben chiaro quale fosse il pensiero di Giorgio Amendola o quello di Pietro Ingrao, cosa distinguesse Enrico Berlinguer da Giancarlo Pajetta. Lo stesso era nella Dc, perchè Fanfani e Andreotti, Moro o De Mita, Donat Cattin o Antonio Bisaglia erano non solo dirigenti, ma anche espressione di ideali, scelte politiche, identità .
Chi saprebbe stabilire oggi, anche in modo approssimativo, cosa vogliono Fassino o Letta, Marini o Rutelli, Bersani, Rosy Bindi, Finocchiaro? O cosa li tiene insieme?
Il gruppo di naufraghi che sta sulla zattera del Pd si riunirà domani e c’è da scommettere che stasera nelle trattorie romane, tinelli e centralini avranno un gran da fare. Secondo alcuni potrebbe essere convocata al più presto l’assemblea costituente, unico organismo legittimato ad eleggere un nuovo segretario del Pd, in deroga a quanto prevede lo statuto che dispone il ricorso alle primarie per la scelta delle candidature e, quindi, l’elezione del segretario.
Poi ci sono i dirigenti che fanno parte della Direzione nazionale: vorranno anche loro dire la loro, giusto per far vedere che esistono? Così non è escluso che si convochi anche quell’organismo, per il rituale della ‘discussione approfondita’.
Un congresso, invece, appare più improbabile. Non credano gli ingenui che il motivo sia politico. Siamo a febbraio ed il tesseramento è in corso, così nessuno è ancora in grado di mettere ordine i pacchetti di tessere per garantirsi delegati e posti nei nuovi organismi dirigenti.
Franceschini accompagnerà l’armata Brancaleone alla riunione dell’organismo massimo e nel frattempo le faide travolgeranno l’apparato di partito, già fragile di suo. La politica rimarrà da parte, perchè il problema più grande, coinvolgere la ‘base’ nel dibattito, appare quasi impossibile. Tra un paio di settimane le correnti e i sottogruppi forse troveranno un accordo, forse no. Ed allora un nuovo segretario ‘pro tempore’ condurrà il Pd alle elezioni europee. Il resto è nelle carte di qualche astrologo ed è inutile cimentarsi in previsioni.
Intanto il Cavaliere cavalcherà la diligenza in completa solitudine, trascinando il Paese sulla rotta già ben tracciata del ‘pensiero unico’. Gli esiti potrebbero essere nefasti, perché, per la prima volta dalla Liberazione, non ci sarà una forza di opposizione a bilanciare gli equilibri. Di questo la maggiore responsabilità la porterà Veltroni, ma con lui un gruppo dirigente tanto impreparato quanto mediocre.
Peccato la politica italiana non preveda l’interdizione perpetua dall’attività , perchè ci sarebbe un bell’elenco di dilettanti da presentare per la sanzione.


Il pericolo è grande, ma forse questo cataclisma ci voleva. Via i mediocri e si riparta da sinistra anche a costo di scissioni.
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