Sanremo, il Festival dell’eguaglianza totale
Lo spettacolo è finito e gli amanti delle canzonette si sono riscoperti appassionati anche dalla televisione. Milioni di ascoltatori, share alle stelle, il miglior risultato dal 2003, quando a presentare c’era sempre Bonolis.
Allora cosa c’è da aggiungere? Ha vinto Marco Carta, ex fenomeno di ‘Amici’, di Maria de Filippi, seguito dal criticatissimo Povia e da Sal Da Vinci. Nella giornata di ieri anche le polemiche abituali sul premiato dal televoto Carta appunto, sulla coincidenza della sua madrina sul palco dell’Ariston, sul buon piazzamento di “Luca era gay”, canzone che ha fatto infuriare la comunità omosessuale italiana.
Qalcosa c’è in verità da aggiungere. Si provi a pensare a Milan-Inter, o a Roma-Lazio. Le squadre scendono in campo e Totti indossa la maglia azzurra e mentre sulla panchina rossonera c’è seduto Morinho. Sgomento del pubblico e poi lo speaker dello stadio annuncia: “Considerata l’eccezionalità dell’evento per oggi e solo per oggi il campione militerà nel campo avverso. Non gratis naturalmente, per un milione di euro”.
La serata finale di Sanremo, una produzione Rai, era presentata da due ‘tesserati’ Mediaset: Bonolis-De Filippi. Il primo miracolo della clonazione era compiuto, Raiset o Mediarai per la canzone italiana.
Ma sono allora le due aziende eguali? Nel senso che linguaggi, contenuti, scelte culturali, strategie possono tranquillamente scambiarsi i ruoli e come deve avvenire per i ‘bravi professionisti’ (con l’esclusione di pochissimi: Totti, Mazzola, Rivera, Del Piero, per esempio) le capacità sono neutre, intercambiabili, polivalenti.
C’era un tempo, nell’epoca aurea dell’automobilismo degli anni sessanta, che gli ‘alfisti’ non parlavano coi ‘lancisti’, i proprietari di ‘Mercedes’ non consideravano tollerabili i guidatori di ‘Jaguar’ e quelli che conducevano una Citroen Ds sapevano di stare in una specie di astronave e ridevano di tutti gli altri.
Non si scontravano appena si incrociavano su una statale (le autostrade erano ancora in construzione) e tantomeno ingaggiavano duelli ad alta velocità . Semplicemente ascoltavano il romore sordo e soffice di una portiera Lancia che si chiudeva quasi da sola o il rombo scalpitante di un quatto cilindri Alfa Romeo. Passavano ore al bar a discutere delle loro ‘diversità ’ e ne erano felici. In più e tutti insieme si portavano dietro uno spirito sportivo appassionato e scherzoso, ma anche l’amore per l’appartenenza, la consapevolezza di essere quello che avevano deciso di preferire.
Il ‘pensiero unico’ di questa triste fase della vita italiana ha abolito le ‘caratteristiche’, i marchi di fabbrica, le originalità e Sanremo ne è un esempio, in tutti i sensi. L’abominio del ‘televoto’, uno strano meccanismo definito democratico (in realtà slot machine che arricchisce compagnie telefoniche e reti televisive) stampa il timbro di ‘approvato’ sui vincitori. Peccato che milioni di italiani non abbiamo i soldi per televotare, milioni non sappiano neppure come si fa (in quanti si imbrogliano persino con un bancomat?) ed altri milioni sono semplicemente pigri e mai penserebbero di attaccarsi ad una tastiera per digitare numeretti senza senso.
Allora chi vota? Secondo una piccola inchiesta condotta da ‘Striscia la notizia’ c’è chi compra pacchetti di voti, di recente qualcuno ha dichiarato di aver conquistato una vittoria all’Isola dei famosi a botte di migliaia di euro. Il secondo miracolo della clonazione è avvenuto. Il credere di essere laddove non si è, il supporre di decidere quello che in realtà altrove è stabilito e non sempre in modo trasparente.
Sanremo quest’anno è stata la metafora della palude nella quale felice vive lo spettatore medio. Il linguaggio unificato ha prodotto lo spettacolo delle meraviglie, ha vinto un ragazzino semisconosciuto, votato (per essere ingenui) dagli stessi adolescenti già allenati a farlo l’anno scorso con ‘Amici’ e Povia, che suggeriva la ‘guarigione’ dall’omosessualità è arrivato secondo, nonostante qualche mese fa uno stesso referendum a base di sms avesse incoronato Luxuria ‘vincitrice di reality’, facendo gridare alla fine della discriminazione nei confronti dei gay e dei transgender.
Lo spetaccolo non è finito, ma neppure cominciato. Semplicemente continua, tra telegiornali, giochi a premio, speciali, dibattiti politici e varietà . Tutti appassionamente eguali e votati al raggiungimento dello scopo finale, più comunista di quanto lo stesso Lenin avesse mai pensato di poter realizzare: rendere tutti eguali.


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