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Processo Thyssenkrupp, parlano i parenti

Autore: . Data: mercoledì, 18 febbraio 2009Commenti (0)

Ieri sesta udienza a Torino. Davanti al giudice hanno testimoniato i familiari delle sette vittime del rogo che strappò la vita a sette operai il 6 dicembre 2007: ricordi strazianti e grande commozione

thyssenfioriTristezza e disperazione. Ieri a Torino, dove è in corso il processo Thyssenkrupp (in seguito alla terribile esplosione del 6 dicembre 2007 e alla morte di sette operai) sono stati sentiti come testi alcuni familiari delle vittime, oltre ad un operaio sopravvissuto.

Straziante la testimonianza della prima teste, la mamma di Rosario Rodinò, Grazia Cascino: “Voglio sapere perché mio figlio è morto. Ho firmato l’accordo con l’azienda ma rivoglio indietro vivo mio figlio”. Nelle parole della donna sono emerse le aspettative di chi aveva investito (rimettendoci la vita) su un lavoro in fabbrica, un tempo considerato “sicuro”: “Eravamo orgogliosi – ha raccontato Grazia Cascino – che nostro figlio fosse andato a lavorare in quella fabbrica, in cui mio marito ha lavorato per 40 anni. Dal giorno della tragedia invece ci sentiamo in colpa e non ci sopportiamo nemmeno più tra noi”.

“Voglio sapere perchè mio figlio è morto – ha affermato ancora tra le lacrime, rispondendo alle domande degli avvocati – l’unica cosa che voglio è che mi ridiate mio figlio indietro. Sono sempre lì a casa che aspetto di sentire che con le chiavi apra la porta ed entri”.

“Nell’ultima settimana – ha continuato la signora – Rosario diceva che se fosse scoppiato qualcosa non si sarebbe salvato nessuno. E lui non si è salvato”. La donna ha anche mostrato ai giudici una foto del figlio: “Guardate, era con le cugine nel settembre del 2007. Questi momenti non ci saranno più”.

Lapidaria nella sua accusa disperata una delle sorelle di Rosario: “Questo Natale come l’hanno passato quelli che hanno causato la morte di mio fratello? Noi al cimitero”.

Dopo i familiari sono stati interpellati alcuni operai sopravvissuti al rogo. Fabio Simonetta lavorava alla linea 4, quella vicina alla “5”, dove è avvenuta la tragedia: “Non si vedeva niente. C’erano fiamme alte fino al soffitto, fumo. E si sentiva odore di carne bruciata”.

“Ho visto – ha continuato – Roberto Scola e Angelo Laurino straziati dalle fiamme, in uno stato orribile. Scola urlava ‘portatemi via’. Provai a telefonare all’infermeria, poi cercai di spegnere l’incendio: afferrai la manichetta di un idrante ma si staccò”.

Riguardo alle carenze in materia di prevenzione e sicurezza, Simonetta ha aggiunto: “Noi venivamo avvertiti delle ispezioni dell’Asl due giorni prima, e allora ci mettevano a pulire. Negli ultimi tempi – ha detto parlando delle condizioni di lavoro nell’acciaieria in via di smantellamento – ci trasferivano di continuo da una linea all’altra.

Dovevamo lavorare su impianti che non conoscevamo e cercavamo di capirci qualcosa da soli. A me, comunque, nessuno non ha mai spiegato niente”.

“Rispetto al 2003, quando ho cominciato – ha poi osservato – c’era stato un cambiamento enorme. La manutenzione non si faceva più, e la ditta delle pulizie degli impianti arrivava una volta la settimana anzichè tutti i giorni”.

Il processo è stato aggiornato al 3 marzo, quando in aula dovrebbe essere convocato Antonio Boccuzzi, oggi deputato del Pd, che al momento del rogo stava lavorando sulla linea 5, ed è rimasto ferito.

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