Paese che vai, Mc Donald’s che trovi
Sono trascorsi quasi quarant’anni dall’apertura del primo ristorante targato “Mc Donald’s”. La vicenda di un complesso fenomeno sociale. Un articolo per ‘Tu Inviato’.
L’intraprendente Ray Crok, padrino e fondatore della catena, sbarca in Europa nel 1971, fino a conquistare nel 1990 le piazze antiamericane per eccellenza, ovvero Cina e Russia.
Da allora sono decine di migliaia le grandi “M” che troneggiano in tutto il mondo. Rete imprenditoriale in franchising, i suoi incassi restano impareggiabili nel settore fast-food, nonostante gli esperti prevedano un futuro sorpasso ad opera dei più orientali produttori di Kebab.
George Ritzer, docente di Sociologia presso l’università di Maryland, si è ampiamente soffermato sul fenomeno definito “McDonaldizzazione della società”, additando i promotori del pasto veloce.
Egli sottolinea come i menu omologati con prezzi universali rappresentino i punti di forza di una gestione efficiente. Calorie e spreco di risorse giocano invece contro questa cultura, tanto globalizzata quanto globalizzante.
Basti pensare alle croccanti patatine, tutte perfettamente sottili, la cui produzione comporta la perdita di oltre un terzo di materia prima: uno schiaffo morale al Quarto Mondo.
Copioni che si ripetono, addetti apparentemente cordiali ritirano l’ordine, mentre macchinari tarati ad hoc erogano la medesima quantità di bibite in tutti i bicchieri.
Foglie d’insalata e salse variopinte fuoriescono strategicamente da panini stratificati, i cartocci vengono in apparenza colmati, con attrezzi studiati per dare un senso di abbondanza.
E intanto colori e musiche riempiono i locali in un’atmosfera che fa spettacolo.I simpatici gadget dell’ultimo colossal cinematografico allietano i più piccini, mentre mamma e papà ingurgitano grassi saturi, scomodamente allocati su inospitali sedie di plastica: sono pronti a scattare dopo l’ultimo boccone, in barba a qualsiasi spunto di socializzazione. “Succede solo da McDonald’s”, era il jingle di qualche anno fa.
Eppure sono centinaia le catene alimentari che oggi hanno adottato lo stile prevedibile e razionalizzato dell’ antesignano a stelle e strisce. Le conseguenze di quest’ondata si ripercuotono quotidianamente sui consumatori, in gran numero obesi secondo le più recenti statistiche. Perché si sa, difficilmente prezzo e quantità vanno a braccetto con la genuinità. E se la pausa pranzo concede giusto il tempo di un panino, perché recarsi nella più vicina trattoria, per un fugace piatto di pasta?
Perché preferire una ricca insalata al più attraente binomio “patatine-cola”?
La meticolosa precisione degli operatori addestrati a dovere ispira fiducia e non c’è rischio di variare il menu: nessuna sgradita sorpresa ci attende, mentre siamo tutti in fila per violentare il nostro stomaco.
Una decina di euro, e in un quarto d’ora ingloberemo mediamente i tre quarti del fabbisogno giornaliero con un solo pasto. Poco importa se l’organismo ne risente a lungo andare: bisogna adottare i modelli di consumo internazionali, senza discostarsi troppo dalle cattive abitudini. Bisogna assolutamente assaggiare l’ultimo prodotto reclamizzato e poter dire “Io l’ho provato”.
E’ così che la cucina “mordi e fuggi” entra prepotentemente nelle nostre vite, affiancandosi ad altri meccanismi uniformanti, figli del progresso, dei computer e dei call center. Cosa c’è di meglio, in un mondo omologato e sempre di corsa? La globalizzazione insegna: non c’è troppo spazio per i localismi e per le differenze.
Ilaria Greco



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