La clava dello sciopero: cittadini contro lavoratori?
La degenerazione della politica favorisce ogni tipo di scorribanda sociale: in questi giorni sotto tiro il diritto di incrociare le braccia. Dura polemica governo-Cgil
Il governo, nell’arco delle stesse ventiquattr’ore, ha mandato due segnali fortissimi al mondo del lavoro: dapprima ha fatto trapelare la bozza del disegno di legge che introduce la stupefacente trovata dello “sciopero virtuale”, poi ha ottenuto il via libera dal Senato alle linee-guida del progetto di legge sull’aumento della produttività nel lavoro pubblico.
Per semplificare, il ministro del Welfare Sacconi ritiene attuabile un percorso che dovrebbe portare i lavoratori dei trasporti a scioperare lavorando per non ostacolare il diritto del cittadino ad usufruire dei servizi pubblici. Mentre il suo collega che guida il dicastero per l’Innovazione, Brunetta, trova finalmente uno sbocco legislativo alla persistente campagna mediatica contro i presunti “fannulloni”.
Da non sottovalutare, inoltre, l’altro punto-cardine della “riforma” sacconiana (che dovrebbe essere approvata già oggi in Consiglio dei ministri): per proclamare uno sciopero nel settore dei trasporti sarà necessario un referendum consultivo preventivo obbligatorio. A meno che non si tratti di proclamazioni da parte di sindacati che hanno più del 50% di rappresentatività.
Non è chiaro di quale “rappresentatività” si stia parlando, visto che in Italia non esiste una legge che la definisca. Peraltro, i dati relativi alle iscrizioni ai sindacati non sono certificati e, soprattutto, l’unico criterio di valutazione in materia è definito dal fatto che una sigla sia o meno firmataria di un contratto nazionale. Comunque, in aggiunta, nei servizi di particolare rilevanza, per poter scioperare servirà anche l’adesione preventiva da parte del singolo lavoratore.
I resoconti giornalistici, nella maggior parte dei casi, preferiscono concentrarsi su “scontri” e “polemiche”, come se stessimo parlando di una delle tante questioni da discutere al bar (o in Transatlantico, che non è molto diverso).
Sacconi ha vantato “una larga convergenza con gran parte delle organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro”. Convergenza in parte da verificare, mentre le dure critiche della Cgil sono state così liquidate dal ministro: “L’unanimità non è di questo mondo, appartiene al mondo del nulla, del non fare”.
Guglielmo Epifani ha subito replicato: “Stia attento, perché in materia di libertà del diritto di sciopero costituzionalmente garantito bisogna procedere con molta attenzione. Se c’è qualcosa da aggiustare rispetto a una normativa già rigida eventualmente lo si può vedere. Ma se si vogliono introdurre forzature che limitano poteri e prerogative è altra questione”.
Ieri è intervenuto su questa delicata materia anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini: “Non si tratta ovviamente di soffocare il diritto di sciopero, ma di armonizzarlo con l’esercizio degli altri diritti di tutti i cittadini, in un’opera di bilanciamento che deve tener conto dell’evoluzione sociale”.
Di tutt’altro segno le dichiarazioni della sinistra “radicale”. Paolo Ferrero, segretario del Prc, ha messo in guardia da una possibile involuzione della democrazia, mentre Gianni Pagliarini, responsabile Lavoro Pdci, ha liquidato la presunta volontà di Berlusconi e dei suoi ministri di limitare lo sciopero per venire incontro alle esigenze dei cittadini come “una barzelletta che non fa nemmeno ridere”.
E ha denunciato gli atti di un governo che “si scaglia con inaudita veemenza contro i lavoratori e i loro diritti conquistati in sessant’anni di lotte sindacali e sociali”.
Diviso il Pd, come sempre: da una parte l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano ha mostrato qualche preoccupazione, dall’altra il giuslavorista e parlamentare Pietro Ichino si è detto pronto a discutere.


Lascia un commento