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In 700mila a Roma al “costoso rito dello sciopero”

Autore: Repetto. Data: sabato, 14 febbraio 2009Commenti (1)

L’infelice definizione appartiene al ministro del Welfare Sacconi, che durante il corteo ha chiesto alla Cgil di rivedere le sue posizioni. Chiusa la manifestazione, si è aperto il confronto sulle future strategie di lotta sindacale

scioperostriscioneNon sarà semplice mandare in archivio lo sciopero e la manifestazione di ieri con centinaia di migliaia di persone che hanno sfilato per le strade di Roma chiedendo al governo risposte convincenti per affrontare la crisi.

Non sarà semplice perché la modalità stessa che ha condotto a Roma, per la medesima iniziativa di lotta sindacale, tute blu e lavoratori pubblici è del tutto irrituale rispetto alle “liturgie” confederali.

Infatti, finora, scioperi e mobilitazioni avvenivano su due livelli, sempre gli stessi: o la protesta veniva gestita dalla singola categoria interessata da un problema oppure, in alternativa, veniva assunta dall’organizzazione tutta, a livello confederale, a tutela di un interesse generale.

Ieri è avvenuto qualcosa d’altro: hanno sfilato gomito gomito tute blu e “statali”, precari delle piccole aziende meccaniche e infermieri. La novità è evidente, e avrebbe meritato la dovuta attenzione.

Ma la classe politica di governo guardava altrove, evidentemente, e i telegiornali hanno portato nelle case dei cittadini l’“augurio” di un ministro (quello del Welfare Sacconi, in questo caso) “che questa situazione di isolamento induca la Cgil a riflettere e che dopo questo costoso rito si ricongiunga con le altre organizzazioni sindacali”.

Ora, che lo sciopero sia oneroso lo sanno gli operai e gli impiegati meglio del loro ministro, visto che ogni ora sacrificata al lavoro (in virtù dell’esercizio di un diritto sancito dalla Costituzione) viene scalata dalla busta paga.

Sentir definire quella libera scelta, pagata dunque a caro prezzo, come un “rito” è davvero fuori le righe. Volendo azzardare un parallelismo, tale affermazione non si discosta granchè dal guanto di sfida lanciato dal premier Berlusconi al Capo dello Stato non più tardi di una settimana fa, nel tentativo di bloccare la sentenza della Corte di Cassazione a proposito del caso-Englaro.

Meglio sarebbe stato interrogarsi, per provare a capire. E noi qualche quesito lo abbiamo girato a due dei promotori della mobilitazione sindacale di ieri. Per tentare di comprendere che cosa si nasconda dietro la decisione di tenere assieme mondi “diversi”. E’ forse questa la strada per aggredire la crisi sul terreno sindacale?

“E’ fuor di dubbio – replica Lorenzo Mazzoli, responsabile dell’organizzazione della Funzione Pubblica Cgil – che la decisione di Fp e Fiom non rientra nell’ortodossia della prassi sindacale e della Cgil. Si è sempre agito per ‘blocchi simili’ prima di arrivare allo sbocco confederale  dell’iniziativa. Industria, Pubblico impiego, Servizi, Pensionati, questi erano gli ambiti, i confini con cui si costruiva la mobilitazione. Io  sono  tra  coloro che pensano che questa modalità abbia rappresentato un modo per costruire la confederalità, ma oggi la reputo insufficiente”.

Da dove nasce, dunque la crisi della confederalità? “Avviene – replica Mazzoli – quando il mondo del lavoro si  corporativizza, quando non c’è dialogo tra realtà diverse e questo diventa un problema serissimo in una fase in cui sembra prevalere la cultura amico-nemico”.

“Per dircela fino in fondo – precisa – quando Brunetta ha straparlato del lavoro pubblico, qualche disattenzione l’ha trovata anche tra di noi. La cosa  straordinaria che è accaduta in queste settimane di percorso comune tra Fp e Fiom, è stata proprio quella di capirsi di più, di rispettare la diversità, in un quadro di comprensione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici della ‘strumentalità brunettiana’, e di conoscenza della realtà delle fabbriche tra chi opera nei servizi dello stato sociale”.

Si è superata gran parte della “lontananza” che separava queste realtà? “Pensiamo di sì – risponde Mazzoli – e sarebbe delittuoso disperdere  questo patrimonio culturale, prima ancora che sindacale. La confederalità è in pericolo solo quando prevale la formalità e il burocratismo; se si sta al merito, i valori che ci tengono insieme ci daranno sempre la forza necessaria per far sì che la Cgil continui ad essere uno dei beni preziosi della democrazia”.

E che ne pensa l’altra “campana”, vale a dire i metalmeccanici?
Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale Fiom, la prende più alla larga: “Quello che vogliamo respingere – dice – è la guerra dei poveri, l’idea che i lavoratori debbano scatenarsi nella ricerca dei privilegi senza dimenticare le enormi ingiustizie e privilegi che ci sono nei piani alti dell’economia, della società, del sistema politico”.

Da qui la scelta di “mettere assieme due categorie che, se si organizzano, hanno ancora la forza per pesare nel Paese e, naturalmente, di considerare questo l’avvio di un percorso più generale. Io continuo a considerare necessario uno sciopero generale che paralizzi totalmente tutte le attività del Paese e che dimostri la forza del lavoro…”.

Intanto, però, la Fiom ha accolto positivamente quello che considera l’inizio di un percorso. “Siamo partiti – aggiunge Cremaschi – ci siamo mobilitati e poi, ovviamente, dovremo continuare. Questo deve portare a una nuova piattaforma sindacale e anche sociale, per uscire dalla moderazione salariale e tornare alla contrattazione rigorosa delle condizioni di lavoro, riducendo gli orari”.

Il tutto per arrivare “ad un nuovo modello di sviluppo che affronti la realtà e le cause vere della crisi economica”.

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Commenti (1) »

  • pietro ancona ha detto:

    Saluti Giuseppina
    —– Original Message —–
    From: pietroancona@tin.it
    Sent: Saturday, February 14, 2009 11:12 AM
    Subject: Una generosa manifestazione dei lavoratori minimizzata.

    Una situazione surreale
    ====================

    Massimo D’Alema ha definito entro questo spazio lo sciopero di ieri: “E’ urgente garantire chi perde il posto di lavoro e quindi occorre una riforma degli ammortizzatori sociali che sia in grado di proteggere anche i lavoratori precari e a tempo determinato. In piazza, sotto il palco, tremano soprattutto loro.” L’ex Ministro del Lavoro ed ex segretario della Fiom è stato ancora più soft: “lo sciopero è una testimonianza del malessere dei lavoratori”. Un aggettivo può definire la condizione dei lavoratori nello sciopero di ieri: surreale! Una massa immensa di lavoratori di studenti e di migranti quale maggiore non poteva essere ha compiuto ieri uno sforzo di mobilitazione eccezionale, confrontabile al grande sciopero per le pensioni del primo governo Berlusconi, alla mobilitazione della CGIL in difesa dell’art.18, dello sciopero del 20 ottobre 2007 contro il governo Prodi. Per quanto i pennivendoli della destra e della Confindustria si affannino a minimizzare ieri l’Italia che lavora e che studia ha fatto sentire alta, altissima la sua voce, ma…… cosi’ come i promotori dello sciopero del venti ottobre si preoccuparono di rassicurare Prodi che lo sciopero non era contro il Governo fino a fare diventare questa affermazione la cifra, la nota dominante, l’esegesi politica dell’iniziativa, lo sciopero di ieri è stato ingabbiato dalla CGIL e dal PD nei limiti della richiesta di una diversa politica economica del governo, della doverosa protesta contro le modifiche alla legge sulla sicurezza del lavoro, ai contratti separati, alla legge antisciopero predisposta da Sacconi, insomma in un alveo assai limitato di riduzione del danno, di reazione agli attacchi sempre più virulenti alla libertà ed all’autonomia del Sindacato, senza alcun riferimento, alcuna proposta che possa caratterizzare un miglioramento delle condizioni dei lavoratori oggi ricattati dalla grande crisi provocata non solo dalla truffa finanziaria planetaria fatta dagli americani ma dai bassi salari che in tutto l’Occidente hanno degradato i consumi e la produzione. Preso atto degli otto miliardi per gli ammortizzatori sociali stanziati dal governo con l’accordo delle Regioni ci si limita a chiederne l’estensione ai precari. Una sorta di social card umiliante che si calcolerà in spiccioli. Manca la richiesta di una coraggiosa svolta che può avvenire soltanto con un aumento generalizzato dei salari e delle pensioni e l’abrogazione della legge Biagi.Ha pesato sullo sciopero la pesante ipoteca del PD alla quale la CGIL è sottoposta che vorrebbe la firma sulla riforma dei contratti e la ripresa dell’unità con CISL ed UIL che naturalmente avverrebbe alle condizioni collaborazionistiche con Confindustria e Governo di queste. Ha pesato la comunanza spirituale del gruppo dei giuslavoristi Treu,Letta, Ichino ncon i giuslavoristi del Pdl. La posizione di Ichino che appoggia Boeri per il contratto unico che liquida l’art.18, la posizione di Bersani che è stato allo sciopero ma non si è sbilanciato su niente di quanto chiede oggi la gente: più salario, più difesa del suo potere di acquisto oggi in balia ai venti del mercato e ai gravami delle privatizzazioni sui servizi, una riforma delle pensioni che ritorni ai criteri precedenti la riforma Dini o che comunque rimetta in discussione una “riforma” che di fatto riduce le prestazioni pensionistiche ad elemosine. E’ davvero surreale che le proposte della CGIL siano una specie di collo di bottiglia dal quale non passano le spinte poderose che ieri la sua stessa gente ha dato. Epifani è ansioso di sedersi al tavolo della trattative per discutere di tutto, sapendo fin d’ora che
    non chiederà altro che correggere, attenuare, ridurre il danno che questa destra ha prodotto e continua a produrre. Ma, a mio parere, questo senso di responsabilità non solo è mal riposto ma non regge. Non regge ad una condizione di generale immiserimento dei lavoratori, ad un uso criminale del precariato, a pensioni sempre più leggere, a servizi sempre più cari a causa degli stipendi dei managers. Non regge difronte ad una offensiva del Governo che attacca assieme alla Confindustria alla Cisl ed UIL. Il PD non difende i lavoratori rispetto i quali non ha più neppure una posizione di terzietà: è con la confindustria. I deputati PD ieri presenti hanno voluto in quale modo testimoniare un loro legame storico con il movimento operaio italiano ma si sono ben guardati dal dichiarsi “con” i lavoratori in lotta.In queste condizioni, lo sciopero del quattro aprile e quello dei pensionati del cinque marzo serviranno a fare sapere quanto è forte la CGIL e come deve essere tenuta dentro “il tavolo” delle trattative con il governo. Ma niente cambierà in meglio per i lavoratori ed i precari.
    Pietro Ancona
    http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
    http://www.spazioamico.it

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