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Il Partito democratico in mano alla nomenclatura

Autore: . Data: lunedì, 23 febbraio 2009Commenti (0)

L’Assemblea costituente del Pd di sabato scorso era appena cominciata che subito la liturgia dell’apparato burocratico si è mostrata vera padrona della scena.

nomenclaturaHa cominciato Anna Finocchiaro, con tanto potere nelle stanze dei bottoni, ma sonoramente battuta dai cittadini alle elezioni sicialiane del 2009, quando prese meno della metà dei voti del Pdl.

La capogruppo del partito al Senato ha spiegato le complicatissime faccende procedurali e dal suo intervento si è subito capito che la politica non era di casa alla Fiera di Roma. Il tema della giornata era uno: decidere (con un qualche rispetto per le regole formali) di eleggere Franceschini segretario pro tempore. I leader di partito erano seduti mostrando con chiarezza la mappa dei gruppi, gruppetti e correnti. Ha scritto Aldo Cazzullo sul Corriere: “D’Alema con Bersani, Latorre e Livia Turco; più distante Minniti ormai emancipato; al centro Fassino tra Marina Sereni e Damiano; a destra Realacci, Enzo Bianco, Gentiloni e altri della Margherita; i veltroniani in giro a ricevere solidarietà; un po’ defilato Letta; Rutelli ancora più distante, decima fila, in direzione dell’uscita”.

Per l’intera giornata i più evocati erano i media. “Amici facciamo attenzione, poi domani i gornali scriveranno…” è stata una frase ricorrente. Guai a spiegare a questi desparecidos dalla società italiana che le cronache poltiche dei quotidiani le leggono ormai solo gli ultimi mojcani, che il problema non è nei resoconti politici della stampa, ma in una ormai desolante scomparsa degli ideali progressiti. E non da oggi.

Gli oratori, per tutta la giornata hanno quasi del tutto taciuto sul fatto che il partito non abbia una linea, che sia a pezzi dal punto di vista organizzativo, che abbia gruppi e gruppetti di vassalli nazionali e locali l’un contro l’altro armato. Si è messa in funzione una sciocca cortina fumogena per nascondere che gli ex democritistiani o ex margeritini siano del tutto incompatibili con una visione laica della politica e che gli ex diessini hanno superato il ‘comunismo’ per conservare l’arroganza della più retriva burocrazia del Pci di un tempo, quando si cooptavano i dirigenti intermedi e non si tollerava alcun confronto pubblico sulla linea.

Parisi ha chiesto primarie e congresso, ha contestato la decisione dell’ex segretario Veltroni di non spiegare al partito i motivi delle sue dimissioni, privilegiando gli organismi dirigenti ed una conferenza stampa, ha fatto la sua parte di ‘guastafeste’ e se ne è tornato a casa così come era arrivato, a tasche vuote.

Fassino, il vero mistero della politica italiana, ha fatto il portavoce dell’apparato, col solito tono di chi tutto comprende e prevede e non sa trovar motivi nell’idiozia di chi non la pensa come lui, ha comunicato ai presenti che era “giusto” eleggere Franceschini, sapendo bene che quasi tutti i delegati erano già stati ‘informati’ su quello che dovevano fare.

Alle 12 39, dopo meno di due ore di discussione, l’Assemblea costituente è stata chiamata a decidere sul da farsi. I membri dell’organismo sono 2.384, ne erano presenti 1229. A casa ne erano rimasti 1155, non pochi, ma il motivo è facile da capire: sapevano bene che i giochi erano già fatti, inutile sobbarcarsi la fatica di far da testimoni passivi ad una assemblea che alla fine è durata in tutto minuto più, minuto meno, sei ore. Sei ore per un partito bollito.

Uno spettacolo avvilente. Il Pd è apparso nella sua agonia, ormai lanciato verso l’autodissoluzione, cieco di fronte alla sua separazione della società nazionale, inconsapevole d’essere ancora vivo non perchè in grado di rappresentare una strategia per salvare l’Italia dalla deriva reazionaria del berlusconismo, ma solo perchè la pletora di parlamentari, consiglieri regionali, provinciali, comunali, di circoscrizione, gli amministratori a vario titolo, insomma tutti coloro che grazie al Pd hanno un ruolo, hanno un solo obiettivo: sopravvivere allo tsunami il più a lungo possibile. E poi a ottobre chi vivrà vedrà.

Franceschini è stato eletto leader (precario) non perchè rappresenti una strategia, ma per il contrario. Le oligarchie e le correnti hanno bisogno di tempo per organizzare il tesseramento, per dislocare le truppe, per recuperare un ritardo tattico terrificante. Nessuno (con l’esclusione di qualche ‘visionario’ che ancora sale sui tram) solo dieci giorni fa poteva immaginare nel Pd la Waterloo delle lezioni sarde. La televisione di D’Alema in quel lunedì da paura è arrivata a dare Soru vincente, per poi doversi scusare. con i suoi poco numerosi spettatori.

Bersani, pronto alla battaglia, è in riscaldamento a bordo campo per lo scontro d’autunno. Affrontare un congresso ora per l’apparato sarebbe stato pericolossissimo, avrebbe potuto scompaginare la mappa interna dei plenipotenziari.

C’è stata una verifica oggettiva per questa tesi: il risultato quasi plebiscitario della votazione: 1229 presenti, 1006 favorevoli all’elezione del segretario subito, 207 contrari e 16 astenuti.

Risolto l’incidente di percorso ‘congresso subito’ e sgominati gli ‘avventuristi’ ha parlato Franceschini. Nel suo discorso non ha chiarito nulla. Il nuovo segretario, oltre le ovvietà di rito, ha detto però un paio di cose pratiche di un certo rilievo : “Scioglierò il governo ombra, le altre articolazioni del partito, non la direzione. Non farò nessuna trattativa con nessuno, sceglierò io i nuovi dirigenti”. La granitica egemonia della struttura, insomma, rimarrà nelle mani dei soliti noti. Poi, senza neppure troppe reticenze, Franceschini ha ammonito: “Mai più interviste sui giornali, sui nostri problemi interni. I problemi discutiamoli e risolviamoli tra noi”. Proposito surreale, ma adesso il suk correntizio produrrà il nuovo gruppo ‘dirigente’, dividerà candidature e candidati, sistemerà qualcuno a Strasburgo e qualcun altro a Canicattì e avvierà il cammino doloroso verso la disfatta finale dell’election day del 6 giugno.

Il precario Franceschini ha sfiorarato quelli che ha definito “nodi”. Ha parlato della ” vocazione maggioritaria o di coalizione (indietro non torneremo, è finito il tempo delle coalizioni), ma è chiaro che dovremo costruire alleanze per vincere. Dovremo parlare con l’Udc e coi nosti vecchi alleati, ma resteremo sempre nel bipolarismo”. Poi ha affrontato il problema dell’appartenenza alle famiglie politiche europee: “Tutto è molto più semplice, lavoreremo per costuire in Europa un luogo nel quale stiano tutti i riformisti insieme, socialisti e non socialisti, non entreremo mai nel Pse”.

Infine, il terzo motivo di divisione, che il neoleader ha definito “temi eticamente sensibili”. Qui Franceschini ha decisamente mostrato tutta la sua fragilità, anche culturale. Ha detto: “Mi sono chiesto tante volte perchè tante discussioni su questo. Perchè sul resto non ci sono più differenze. Perchè sono temi nuovi, di cui ignoravamo l’esistenza anni fa. La coscienza di un laico e di un cattolico non si fanno le stesse domande?  Per tutti noi è inviolabile il principio sacro della laicità dello stato”.

Il nuovo leader, nella necessità nascondere una insanabile diffirenza, ha ignorato la storia nazionale. Dalla fondazione della Repubblica i diritti civili sono stati motivi di divisione profondissima tra laici e cattolici. Fronte popolare e sinistra ‘mangiabambini’, divorzio, interruzione di gravidanza, servizio civile, contraccettvi, libertà sessuale, parità della donna e violenza sessuale, referendum, concordato, testamento biologico e centinaia di altri temi. Motivi permanenti di scontro aspro, che hanno portato a rotture durissime, a vere e proprie crociate da parte del mondo cattolico e delle gerarchie ecclesiastiche.

Infatti la parlamentare Binetti, cattolica integralista e membro dell’Opus Dei, ha subito detto: “Sono entrata alla Fiera di Roma con un’idea in testa, ma dopo avere sentito Franceschini sono indecisa sul voto. Sul testamento biologico non mi è piaciuto per nulla. Oltretutto ha dato una interpretazione forzata che non condivido riguardo alla questione della idratazione e dell’alimentazione come servizio alla vita”. Tutto come prima, più di prima, come sempre.

Il neo segretario, infine ha superato se stesso. Convinto di aver tra le mani un fantastico modo per presentarsi all’opinione pubblica in modo scintillante ha preannunciato: “Andrò nella mia città, Ferrara, davanti al Castello Estense dove in una lunga notte del ’43 furono trucidati dalle squadre fasciste 13 cittadini innocenti e lasciati per ore per strada perché li vedessero tutti. Farò quello che un segretario non è obbligato a fare: chiederò a mio padre che ha 87 anni ed era partigiano di portare la sua vecchia copia della Costituzione e le giurerò fedeltà”.

Pertini, Parri, La Malfa, Malagodi, Togliatti, Terracini, Amendola, Ingrao, Morandi, Berlinguer, Libertini – solo per citare alcuni leader della democrazia italiana – avrebbero mai pensato di mettersi davanti ad un esercito di operatori dell’informazione per giurare sulla Costituzione? Loro che quella costituzione l’hanno scritta? L’inettitudine, anche comunicativa, di gente all’inseguimento del bazar del cavaliere, mentre in Italia si organizzano ronde, esplode il razzismo, si legifera per decreti, la crisi galoppa come un mustang nella prateria e i cittadini hanno l’impressione di vivere in una specie di Paese nelle mani di pirati saraceni con passaporto rumeno (la demagogia delle campagne sulla sicurezza) avrebbe dovuto suggerire almeno l’assunzione di un pubblicitario di un qualche valore. Invece sembra che il pressapochismo, anche nella comunicazione esterna, che ha seguito Veltroni (dalla prima conferenza stampa ‘campestre’ al “Se po’ fa’”, dalle canzoni di Jovanotti all’adunata del 25 ottobre del 2008, che quasi da soli noi di InviaroSpeciale considerammo un disastro)  continui a prevalere sulla politica.

Il film sembra già scritto. L’oligarchia cercherà di mettere delle toppe al vestito sbrindellato, a giugno il Pd prenderà una nuova scoppola dagli elettori, poi il rompete le righe, fino ad un congresso in autunno nel quale l’ultima pattuglia sopravvissuta si conterà ed a seconda delle tessere emesse nel frattempo si sceglierà un capo per un partitino al di sotto del 20 per cento. E dopo anche i laici cercheranno il conforto di qualche entità superiore salvi gli italiani dall’Italia Spa del Cavaliere.

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