Fiat licenzia in Italia. Mentre cresce all’estero
La denuncia è dei metalmeccanici della Cisl. Intanto il ministro Scajola si scaglia contro la Confindustria perché diffonderebbe pessimismo riguardo agli effetti della crisi
“Nell’ultimo anno la Fiat è cresciuta di 18.000 addetti anche se, tra settembre e dicembre, ne ha persi per strada 5.000: i ragazzi italiani con contratto a termine”. Così il segretario nazionale della Fim-Cisl, Bruno Vitali, ieri pomeriggio a Roma nel corso di un convegno sull’Auto.
Vitali, in particolare, ha sottolineato che degli 82.000 dipendenti del Lingotto “solo il 41% lavora in Italia. Tutti gli altri sono altrove: 50.000 nel resto d’Europa e distribuiti in 27 nazioni, 46.000 in Sud America, 12.000 negli Usa, 6.000 in Asia, 1.200 tra Africa e Australia. Così come – ha aggiunto – la maggior parte dei veicoli sono ormai costruiti negli impianti oltre confine”.
Il segretario della Fim ha poi spiegato che gli eco-incentivi riguarderanno tutte le case automobilistiche e non solo la Fiat: “Oggi ogni 10 vetture vendute in Italia ben 7 sono di marche straniere. Gli stessi eco-incentivi appena varati seguiranno certamente questa distribuzione”.
Restano inevase alcune domande, non proprio irrilevanti: che intende fare il sistema delle imprese per tutelare l’occupazione, almeno fino a dove è di sua competenza?
E il governo? E’ interessato o meno alle sorti dell’Auto, dopo decenni di finanziamenti a fondo perduto e nessuna garanzia sulla salvaguardia dei livelli occupazionali?
Domande che restano per ora inevase, mentre i due soggetti in questione – esecutivo e Confindustria – hanno deciso di darsele di santa ragione.
“I centri studi nazionali – ha accusato ieri il ministro dello Sviluppo economico Scajola – si compiacciono di diffondere il pessimismo, rivedendo sistematicamente al ribasso di mezzo punto percentuale le stime effettuate dagli istituti internazionali”.
“Finiamola con questi corvi che passano per strada – ha sottolineato Scajola – sono perplesso per gli scenari diffusi da Confindustria ogni volta che escono valutazioni di organismi internazionali tipo Ocse o Fmi. Vedo sempre posizioni dure di Confindustria e ogni volta c’è un carico”, ha detto il ministro riferendosi alle ultime previsioni sul Pil riviste ulteriormente al ribasso dal centro studi di Confindustria (oltre il 2,5% in corso d’anno).
Nel corso del suo intervento, il ministro ha inoltre sostenuto che “secondo le recenti stime del Fondo monetario, la ripresa per l’Italia arriverà nel 2010. Nessuno può dire oggi se queste previsioni saranno confermate, tanto meno quei centri studi nazionali che si compiacciono di diffondere il pessimismo, rivedendo sistematicamente al ribasso di un mezzo punto percentuale le stime effettuate dagli istituti internazionali”.
Il ministro ha invitato a non “cedere alla rassegnazione” anche perché lo stesso Fondo ha sottolineato che “nel nostro Paese la crisi si è manifestata con caratteri meno accentuati rispetto ad altri Paesi industrializzati. Abbiamo certo un problema di crescita ma – ha aggiunto Scajola – non si è verificata l’implosione del mercato finanziario nè il collasso del settore immobiliare e il governo sta facendo il possibile, ne rispetto dei vincoli di bilancio, per salvaguardare la struttura produttiva del Paese”.
L’ottimismo di Scajola ha solleticato la vena polemica del leader di Rifondazione Paolo Ferrero, che al ministro non le ha mandate a dire: “Sull’ampiezza e la gravità della crisi economica che sta attraversando il Paese – ha osservato Ferrero – solo politicanti interessati alla propria immagine e non alle sorti dei lavoratori che perdono il lavoro come il ministro Scajola possono confutare i dati che tutti i più importanti centri studi nazionali, compreso quello di Confindustria, che ha rivisto ulteriormente al ribasso le previsioni sul Pil (-2,5% nel corso dell’anno in corso), stanno dando in continuazione in questi mesi, a partire dal crollo della produzione industriale, scesa a -4,3% nel corso del 2008”.
Per quanto le ricette di Rifondazione comunista divergano nettamente da quelle che avanza Confindustria, “i dati sono dati – ha aggiunto il segretario Prc – e se anche il centro studi degli industriali italiani lancia l’allarme e Scajola li accusa di diffondere ‘pessimismo’ il problema ce l’ha Scajola e un governo che continua a chiudere gli occhi e a non fare assolutamente nulla di fronte a una crisi economica così grave e che richiederebbe interventi massicci sotto forma di risorse a favore di stipendi, pensioni e ammortizzatori sociali”.


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