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Virzì e ‘Tutta la vita davanti’

Autore: . Data: giovedì, 29 gennaio 2009Commenti (0)

A quasi un anno dalla prima proiezione, nel marzo del 2008,  “Tutta la vita davanti” fa ancora pensare. E’ merito della regia di Virzì, dei giovani attori protagonisti e di qualche altra cosa. Un articolo per ‘Tu Inviato’.
virzi_paolo-tutta_la_vita_davanti-locandina-mdGli italiani hanno smesso da tempo di sbalordirsi in poltrona, assorti davanti al grande schermo, eppure questa produzione targata “Medusa” ha lasciato tutti col fiato sospeso, dalla prima all’ultima scena. Personaggi che rispecchiano l’immaginario comune, ruoli che abbracciano la realtà quotidiana mettendone a nudo gli aspetti più crudeli.

Marta, ventiquattrenne siciliana neo laureata in filosofia e da tempo trapiantata a Roma per motivi di studio, lascia il dorato mondo accademico -fatto di esami e di lodi- per affacciarsi al meno generoso mercato del lavoro. La ragazza, nei cui panni si cala una sorprendente Isabella Ragonese, fa presto i conti con l’ostile universo editoriale: numerosi i colloqui, ma univoca la risposta – “Le faremo sapere” – che distrugge i sogni di gloria della brava studentessa.

Gli annunci sui quotidiani segneranno per Marta l’inizio di nuove avventure, o meglio, disavventure. A servizio di Sonia, esuberante quanto fragile ragazza-madre (interpretata da un’intensa Micaela Ramazzotti) , la giovane dottoressa abbandonerà definitivamente libri e progetti, per dedicarsi alla piccola ed indifesa creatura affidatale in qualità di baby-sitter . Spinta dalla nuova amica, impiegata nel call center di una multinazionale, Marta intraprenderà il medesimo percorso, inserendosi con successo nei logoranti meccanismi di un’alienante realtà. La perfida Sabrina Ferilli e lo pseudo- imprenditore Massimo Ghini, tengono in mano le redini di un gioco crudele, al confine tra un vero impiego ed una sorta di reality show, in cui i lavoratori-concorrenti sono chiamati a insulsi balletti mattutini, sempre sotto la pressante minaccia di un licenziamento in tronco.

“Non riesci a piazzare il mitico robot depuratore a questa o quella casalinga?”.“Non sei abbastanza convincente da raggirare una povera anziana?”

Ecco allora per te un bel calcio nel sedere, un rimprovero plateale seguito dall’immediata uscita di scena. E’ questa la squallida logica condivisa da operatori telefonici e venditori in erba (fra cui spicca Elio Germano), tutti accomunati dagli stessi riti, tutti assoggettati alle medesime minacce, tutti ugualmente impotenti di fronte al dio lavoro e al dio denaro, imbattuti persino dal sindacalista Conforti (Valerio Mastrandrea).

Carnefici e vittime di se stessi e profondamente frustrati nell’intimo, i due direttori d’azienda pongono fine alle sofferenze di molti: la loro relazione extra-coniugale sfocia infatti nel sanguinoso omicidio di lui. Tale vicenda, sconvolgente quanto salvifica, corre in parallelo al malcontento, alla demotivazione ed al logoramento interiore dei dipendenti, finalmente liberi dall’angusta prigione contrattuale e desiderosi di sognare, di tornare a respirare, almeno fino alla prossima degradante occupazione.

Il tema del precariato, dominante nel film, porta alla luce l’attualissima condizione dei giovani lavoratori italiani, che nel migliore dei casi subiscono trattamenti simili a quelli inferti dalla multinazionale Multiple. Poche centinaia di euro al mese, ritmi massacranti, contratti improponibili e palesi ingiustizie si rincorrono nella vita dei ventenni di casa nostra. Poco importa che abbiano il diploma oppure la laurea: le aziende non offrono sconti, ricevono (ma spesso danno pochissimo), spremono le menti e godono peraltro di sgravi fiscali, in un’Italia che tenta di tuffarsi nel più malato liberismo.

Storie di ordinaria follia , quelle narrate da Virzì, che sfiorano l’anima nei dolorosi contorni di un male incurabile, un impietoso e buio calvario lungo cui s’incammina la madre di Marta, malata di cancro in stato terminale. Una prigione che in molti casi non lascia scampo, che svuota di colpo una vita apparentemente piatta, almeno fino al giorno prima della diagnosi, quando in un istante crollano le più ferree certezze. Un amalgama, quella di “Tutta la vita davanti”, che concede allo spettatore il tempo di riflettere, di rabbrividire, di osservare e , per i più sensibili, anche di versare quelle lacrime nascoste nel profondo, che la frenetica vita d’ogni giorno spesso non ci consente di esternare. Un film commovente, forte e vero.

Ilaria Greco

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