Un ragazzo palestinese ci scrive
Mentre a Gaza l’esercito israeliano, con l’idea di annientare Hamas, uccide cittadini innocenti, un ragazzo manda una lettera dalla Palestina ad InviatoSpeciale. Un articolo per ‘Tu Inviato’.
In ogni società i giovani rappresentano la categoria demografica più importante. Essi costituiscono un’importante fonte di prosperità e di sviluppo. Simboleggiano la forza, la vitalità e il futuro di ogni nazione.
Quella palestinese è considerata una società basata sui giovani: secondo i sondaggi effettuati nel 2007 dall’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese essi compongono il 27% della popolazione (fascia d’età 15-29 anni), 27,1% maschi e 26,8% femmine. La proporzione tra i sessi è di 104 maschi per 100 femmine.
E, inoltre, sono nati sotto una crudele occupazione israeliana, afflitti da vari problemi che impediscono loro di realizzare le proprie ambizioni e di svolgere il ruolo desiderato nella costruzione della nazione. Sin da bambini, sono stati tormentati dall’incessante conflitto con le Forze d’occupazione israeliane e da un rigido assedio, oltre a restare segregati in casa per giorni e settimane durante i coprifuochi, senza avere strutture ricreative o campi da gioco. Sono nati portando il fardello della lotta palestinese per la libertà e il diritto all’autodeterminazione, visto il ruolo tutt’altro che trascurabile da essi svolto durante la prima Intifada.
Tanto che il termine stesso Intifada e le sue varie attività sono diventati sinonimo di gioventù palestinese. Anni più tardi, tramontata la speranza di una nuova era, scoppiò la seconda Intifada contro gli attacchi israeliani sotto l’egida dell’autogoverno, che date le circostanze non poté contenere i giovani palestinesi come supposto. Fece loro capire che le ambizioni e le speranze di un futuro migliore erano solo vaneggiamenti di chi sogna a occhi aperti.
Attualmente, il tasso di disoccupazione tra i giovani palestinesi è il più alto in Medio Oriente: con una situazione politica molto delicata, le negoziazioni praticamente congelate, patiscono più di tutti per i posti di controllo e sono gravati dagli alti costi che comporta il sostentamento della famiglia.
In queste circostanze, le due Intifada hanno avuto consequenze psicologiche profonde sul modo di indentare lo svago, di ribellarsi agli ordini costituiti e di disobbedire ai genitori. Ragazzi di ambo i sessi sono ricorsi a varie attività per distrarsi e coesistere con l’occupazione illegale israeliana. Per esempio, se visitate i Territori Palestinesi, troverete molti giovani seduti nei caffè, sui marciapiedi delle strade e nei centri cittadini e altri che passano il tempo navigando in Internet e chattando per annullare i confini con il mondo esterno.
In una situazione simile si trovano le ragazze, che tendono a passare la giornata a casa guardando la televisione, si ritrovano tra loro a chiacchierare e a volte usano Internet per entrare in qualche chat come fosse una finestra sul mondo esterno.
Le notizie politiche dominano la discussione ogni volta che i giovani si ritrovano fra loro. Nonostante tutte le difficoltà che sono stati costretti ad affrontare e i problemi di cui si sono dovuti occupare, le ultime elezioni statunitensi con la vittoria del candidato democratico Barak Obama hanno fatto rinascere la fiducia e le speranze in una reale attenzione al caso palestinese, nell’attesa che arrivi il tanto sperato giorno della libertà e dell’autodeterminazione perché la loro pazienza e la loro resistenza alla sofferenza non siano state vane.
Il Palestinese


E’ difficile crescere liberi di essere, la questione palestinese ed israeliana è da sempre complessa. L’altra sera ho sentito una frase ad Annozero che diceva più o meno così:
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Allora dico che voi palestinesi, insieme agli israeliani, ed insieme alle persone evolute che governano (qualcuna si spera ci sia), dovete proteggere i bambini, puntare sulla loro educazione, il più possibile. Contemporaneamente lottare per vivere in pace, per evolvere umanamente, superando distinguo storico-religiosi. Lo so che è facile dirlo da “qui”, ma non c’è alternativa a parlare parlare parlare, anche strillare, non si può cedere alla violenza, bisogna combatterla fortemente, con tutta l’anima, e non solo per se stessi.
la frase ad annozero era: bisogna educare i bambini alla pace e alla libertà, solo così possiamo sperare in un cambiamento
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